Catacombe di san Sebastiano e Triclia

Pietro, Paolo, Sebastiano e san Filippo Neri

Almalinda Giacummo

Secondo la storia san Filippo Neri era solito recarsi spesso in preghiera nelle catacombe di san Sebastiano ed incluse quindi la basilica nel pellegrinaggio delle Sette Chiese. Il Santo vi passava molto tempo in preghiera, specialmente di notte, e nel 1544 vi sperimentò un’estasi di amore divino che si crede abbia lasciato un effetto fisico permanente sul suo cuore. Ma è questione di fede… Ugualmente vi si trattennero spesso in preghiera anche santa Brigida di Svezia e la figlia santa Caterina, san Pio V e san Carlo Borromeo.

Nel I secolo d.C. nell’area lungo la via Appia antica, all’altezza del III miglio, dove poi sorgerà la basilica di san Sebastiano si trovavano vaste aree di cave, alcune a cielo aperto altre in galleria, per lo più di pozzolana, materiale vulcanico utilizzato in epoca antica per la realizzazione di malta particolarmente tenace, soprattutto per costruzioni “umide”, ad esempio fontane, cisterne e bacini, ma anche murature normali. In seguito, alcune delle strutture ipogee realizzate per cavare materiale vennero utilizzate come cimiteri intensivi. Il termine Catacomba deriverebbe dal greco con il significato di “presso la cavità” e quindi poi per estensione ed identificazione un tipo particolare di luogo di sepoltura: per secoli la catacomba per eccellenza fu proprio quella di san Sebastiano. Bisogna poi ricordare come le catacombe non siano state il primo luogo di sepoltura dei Cristiani: essi, fin dal I secolo d.C., usavano essere sepolti nelle necropoli pagane, così come avvenne sia per l’Apostolo delle Genti, Paolo, sia per san Pietro. Solo con il tempo la diversa concezione di luogo di passaggio, di attesa della Resurrezione, di necessità di culti e celebrazioni comuni rese necessaria la costituzione di cimiteri “esclusivi”: del resto la parola cimitero, appunto, significa letteralmente “dormitorio”.

Quelle di san Sebastiano sono catacombe che rimasero sempre visitabili e questo ne ha causato la parziale distruzione: dei diversi piani originali, il primo è quasi completamente distrutto, mentre gli altri portano evidenti segni del passaggio dei fedeli e dei visitatori. I primi scavi archeologici furono intrapresi nel 1892 da monsignor Antonio De Waal e nel 1915 da monsignor Paul Styger.
Elemento imprescindibile per la realizzazione di strutture ipogee come le catacombe era la presenza di una collinetta di materiale solido, come il tufo, presente in quasi tutta la campagna romana: quindi un proprietario benefattore, vuoi perché cristiano vuoi per investimento, concedeva una sua proprietà terriera per costituire l’accesso alla struttura sotterranea. Si scavano quindi accessi verticali e scale, pozzi di areazione e di escavazione, corridoi, piazzole, loculi o nicchie rettangolari scavate nelle pareti secondo il lato lungo per la deposizione dei defunti inumati e chiuse sulla fronte da laterizi o lastre di materiali più nobili, arcosoli o cavità a forma di sarcofago sormontate da una nicchia di solito arcuata, spesso decorata, cubicoli o stanze per gruppi familiari o gruppi di defunti fedeli più generali, forme o sepolture a pavimento, basiliche per il culto di defunti e martiri.

Dopo l’utilizzo della zona dell’Appia antica, dove oggi si trova la basilica di san Sebastiano, come cava, sfruttando anche la particolare conformazione dell’area con una vallecola, nel I secolo d.C. vi si impiantò un cimitero pagano, di cui sono stati individuati alcuni colombari affacciati su un viottolo, attivo come tale fino ad epoca traianea; sorsero quindi alcuni ambienti denominati Villa Grande, localizzata al di sotto dell’abside della basilica e databile intorno alla prima metà del II secolo d.C., che si sviluppò intorno ad un cortile con pozzo, con ambienti pavimentati a mosaico e opus sectile e pitture alle pareti con temi architettonici ed una scena portuale, e Villa Piccola, prima metà del III secolo d.C., su due piani, anch’essa decorata da pitture a motivo geometrico con linee rosse e verdi e motivi vegetali ed animalistici, con un locale ipogeo illuminato da un lucernario, per alcuni una sorta di locale di custodia dell’area funeraria pagana, per altri e forse con maggior ragione, una delle varie ville rustiche che si dovevano trovare in zona e per caso realizzata dove poi sarebbe sorta la basilica Paleocristiana.

Per la costruzione della prima venne anche riempito parte dell’arenario ed al di sopra della spianata così realizzata, la cosiddetta Piazzola, vennero costruiti tre mausolei, completamente realizzati nella roccia ad eccezione delle facciate realizzate invece in opera laterizia e travertino, quest’ultimo utilizzato per le intelaiature degli ingressi: tutte e tre le strutture previdero fin dall’inizio lo scavo di ambienti ipogei ed è evidente la commistione del rito dell’incinerazione con quello dell’inumazione. Vennero scavati nel 1919 da Gioacchino Mancini che pensava che al di sotto della Triclia, di cui si parlerà a breve, ci fosse terreno vergine: invece, i tre mausolei risultarono accuratamente ed intenzionalmente chiusi con anfore e malta onde evitarne la distruzione ed il reinterro.
Il primo mausoleo è detto dell’Ascia, per la decorazione del timpano della facciata in cui compare appunto un’ascia, simbolo della lavorazione della pietra e dell’avvenuta realizzazione della struttura, considerata inviolabile. Si scende subito una scala, con volta a botte decorata con tondi a stucco campiti con rosette sul fondo tralci di vite, quest’ultimo simbolo bacchico ma anche eucaristico, e si accede a due sale entrambe con loculi alle pareti. Vi sono inoltre rappresentati rosoni, fioroni, palme con le radici fuori terra, un delfino, lesene con capitello e trabeazione, viti rigogliose, piante acquatiche e rami.

Al centro si trova il mausoleo detto degli Innocentiores, membri di un collegio omonimi di imperatori quali Balbino, Pupieno e Gordiano, ricordati in alcune iscrizioni funerarie del piano inferiore: sulla facciata compare il simbolo di una pigna, mentre la dedica frontale risulta completamente scalpellata. Dall’ingresso si accede direttamente ad una scalinata coperta con una volta a botte decorata con stucchi geometrici che termina in una nicchia con all’interno un pavone compreso all’interno di una conchiglia: il pavone simboleggiava la rigenerazione per i pagani, e la vera e propria resurrezione della carne per i Cristiani. Sul fondo la camera sepolcrale con le deposizioni degli Innocentiores. All’interno, su un pilastro vi è anche un graffito inciso nell’intonaco fresco che recita IX(.)YC, le iniziali greche della frase “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”, con una T che allude alla salvezza per mezzo della Croce.

Il terzo ipogeo, infine, originariamente per defunti cremati poi per inumati, appartiene a Marco Clodio Ermete: visse 75 anni e costruì la tomba per sé, i suoi familiari ed i suoi liberti, così come recita l’iscrizione posta al di sopra dell’ingresso. Al di sopra si trova una terrazza per banchetti funebri con resti di affreschi lungo le pareti sia con scene di banchetto, da alcuni interpretati anche con una moltiplicazione dei pani e dei pesci oppure come rappresentazione dell’evergetismo e del ruolo pubblico del defunto, sia con episodi quali il miracolo della guarigione dell’ossesso a Gerasa, compreso il momento cruciale con i porci che si gettano nel mare. Scendendo nel primo ambiente si osserva come sia coperto da una volta a botte e sia illuminato da due finestrelle poste in facciata e da una terza posta su di un lato, un mosaico a grandi tessere bianche e nere con volatili in un tappeto centrale fra motivi geometrici a scacchiera.

La decorazione pittorica dovette essere apposta in un secondo tempo, forse la seconda metà del II secolo, con la realizzazioni di partizioni geometriche animate da piante e fiori in ghirlande, petali e corolle, animali, vasi, nastri, nature morte: al centro della volta si trova una testa di Gorgone con funzione apotropaica tipicamente pagana; la volta dell’ambiente posteriore ha invece al centro un personaggio stante, nell’atteggiamento della declamazione in mezzo ad una folla che lo circonda; sulla parete di fondo in un secondo momento dovette essere aggiunta una nicchia per il seppellimento di almeno sei defunti, poi chiusa con una lastra marmorea. Al di sotto si trova un altro ambiente privo di decorazione. Fra le olle che contengono ceneri di defunti, una è dedicata a GERM TAVRINVS, soldato della X coorte pretoria e nativo di Savaria in Pannonia; sono ancora rappresentate in affresco due cicogne che volano con fili di perle nel becco.

Nella prima metà del III secolo d.C. accanto a queste tombe più imponenti vennero anche realizzate sepolture più semplici, scavate nella roccia, ed alcune portano inequivocabili segni e simboli di appartenenza alla religione cristiana dei loro occupanti, quali l’áncora ed il pesce, in un periodo in cui è ancora difficile distinguere fra le semplici tombe quelle appartenenti ad un pagano da quelle più propriamente cristiane, entrambe spesso con formulari simili.
Intorno alla metà del III secolo, tutta questa zona fu nuovamente interrata e i tre mausolei ricoperti di uno spesso strato di terreno, circa 6 metri, nonostante la legge proibisse di distruggere luoghi di sepoltura. In cima fu realizzato una sorta di cortile pavimentato in mattoni con una tettoia su tre lati, una fontanella ed un altro cortile ad un livello inferiore con una scala che portava ad un pozzo. Questa struttura è la cosiddetta Triclia, un ambiente semiaperto, per metà cortile e metà portico: la sua funzione doveva essere quella di luogo per la celebrazione di riti funerari collettivi legati non più a tombe comuni ma ad una ragione cultuale. Un banco in muratura corre lungo le pareti, sull’intonaco delle quali la pittura raffigurante un giardino paradisiaco è incisa da alcuni graffiti, oltre 600, ricordano le cerimonie compiute e le invocazioni rivolte agli Apostoli Pietro e Paolo: le cerimonie di questo tipo avvenivano normalmente davanti alle tombe venerate e dovevano esistere personaggi preposti ad apporre le scritte, sia per la relativa uniformità del lessico sia per la possibilità di riconoscere alcune “mani”. Secondo l’interpretazione classica quindi le spoglie mortali dei due Apostoli, o parti di esse, per alcuni le sole teste, dovettero essere qui traslate per un certo periodo in una edicola rivestita di marmi posta di fronte alla tettoia, durante le persecuzioni operate dall’imperatore Valeriano (253 – 260 d.C.), per essere ritrasportate nelle necropoli originali, in Vaticano e sulla via Ostiense, prima della costruzione delle relative basiliche da parte di Costantino. Il culto si istituzionalizzò nel 258, stando alla data che appare nella depositio Martyrum (un elenco agiografico) con la menzione dei consoli Tusco e Basso, ma anche nel Catalogo Liberiano e nel Martirologio Geronimiano: il 29 giugno a Roma si commemorava uno die il martirio congiunto dei due apostoli, da cui la suggestiva definizione di Memoria Apostolorum. In un certo periodo, quindi, i due Apostoli vennero celebrati congiuntamente lontano dalle loro sepolture originali, o forse vennero celebrate in presenza solo di parte delle loro spoglie mortali: vero è che nelle persecuzioni Valeriano fece decimare le più alte cariche della Chiesa, a cominciare da papa Sisto II e dai suoi diaconi, sepolti prima nelle catacombe di san Callisto e poi traslati in san Pietro.

I pellegrini giungevano in questo luogo da ogni parte del mondo “cristiano”: si riconoscono anche nomi di origine orientale ed africana, oltre a “Pietro e Paolo intercedete per Primo originario di Benevento”, “Pietro e Paolo ricordatevi nelle vostre preghiere di Antimaco, di Gregorio il giovane, Ampliata e di Valerio, e di Redenta e di Attica”, “Pietro e Paolo intercedete per Leonzio”, “Pietro e Paolo pregate per tutti noi”, “Pietro e Paolo aiutate Primo peccatore”.
In seguito anche la Triclia dovette essere interrata, forse direttamente per la costruzione della basilica circiforme voluta dall’imperatore Costantino nel IV secolo d.C., anche se secondo alcuni studiosi, data la vicinanza con il complesso massenziano della Villa, del Circo e del Mausoleo, a questo imperatore potrebbe addirittura esserne ascritta la prima costruzione, di cui la basilica attuale occupa la sola navata centrale, mentre l’ingresso alla catacomba occupa il lato destro del deambulatorio anulare. Si trattava in tutti i modi di una basilica cimiteriale. Un’altra ipotesi ascrive all’imperatore Costante (337 – 350) la fondazione della stessa basilica.
All’interno della catacomba è visibile la tomba di san Sebastiano, con rifacimenti ascrivibili al IV secolo, con l’apertura di una cripta, ed al V, con decorazioni fatte apportare dal titolo di Bizante, oggi chiesa dei santi Giovanni e Paolo, nelle persone dei presbiteri Ursus e Proclinus. L’ambiente era quindi accessibile tramite due scalinate che dalla basilica circiforme portavano nel luogo di sepoltura del Santo: in seguito la volta della cripta dovette essere aperta per consentire di vedere la sepoltura dalla basilica stessa, al di là di alcuni parapetti. Nell’826 il corpo del santo fu traslato in Vaticano da papa Eugenio II, ma in seguito papa Onorio III lo fece riportare nel luogo di sepoltura originale, dove comunque non si erano mai interrotti i pellegrinaggi dei fedeli. Quindi la definitiva traslazione nella basilica attuale.
In un arcosolio si trova una delle prime rappresentazioni di Presepe, con il Bambino Gesù fra il bue e l’asinello, con al di sopra l’immagine ormai consunta del Salvatore o della Vergine. Altrove si trova il ciclo di Giona ingoiato dal pistrice fino all’arrampicata sugli scogli.

Le sepolture delle catacombe sono tutte molto simili, spesso gli unici elementi distintivi sono nomi dipinti sui laterizi di chiusura dei loculi o incisi sulle lastre usate con la medesima funzione, o sulla malta usata per metterle in posto; oppure piccoli oggetti murati al momento della sepoltura, pezzetti di vetro, piccole monete, parti di monili, bambole comprese, conchiglie, spesso lucerne, murate o posate subito vicino, la forza della luce che sopprime le tenebre ed i demoni, luce eterna che illuminerà la sede del Paradiso. Per alcuni l’inserimento di piccoli elementi, quasi una sorta di corredo funerario esploso al di fuori della tomba stessa, era un sistema per eludere quasi la legge dell’uguaglianza, una sorta di richiamo all’altro modo di seppellire, in modo fastoso e decorato. I sepolcri di personaggi più abbienti potevano avere decorazioni costose ma non erano la norma, specie in una visione egualitaria del fedele rispetto a Dio ed agli altri uomini. Nello stesso tempo, oltre ad affreschi biblici, sono anche osservabili presenze imponenti come quelle di certi sarcofagi: dalla catacomba di san Sebastiano ne provengono molti, forse per il proliferare delle sepolture presso le tombe venerate, e fra questi proviene il sarcofago di Lot. In questo monumento, che sul coperchio presenta scene di caccia, sono rappresentati al centro della facciata due coniugi entro una conchiglia, mentre scene bibliche, dalla resurrezione di Lazzaro alla strage degli Innocenti, passando per la negazione di Pietro, la consegna delle Tavole della Legge a Mosè, il sacrificio di Isacco, la consegna dei simboli del lavoro, Lot che abbandona Sodoma tenendo per mano le figlie con alle spalle la moglie impietrita che guarda la città e la cacciata dal Paradiso, di IV secolo così come quello detto di Balaam o quello detto delle Due Sorelle. Il tutto in un continuo ricordare, insegnare, tramandare le storie della religione cristiana e dei suoi martiri. Nella stesa catacomba si venerano anche san Quirino e san Eutichio, ricordati in numerosi graffiti lasciati dai fedeli e dall’elogio di papa Damaso.

La visita alla necropoli di san Sebastiano avviene esclusivamente con accompagnamento di guide in lingua e gruppi creati appositamente sul posto.
Da vedere perché ciò che riguarda la più antica storia della religione cristiana anche se non proprio sempre confortato completamente da fonti ed archeologia costituisce sempre argomento di estremo interesse: in questo caso alla suggestione si unisce la conservazione di strutture stratificate nel tempo e conservate appositamente.

Per saperne di più si consiglia la consultazione del volume V. Fiocchi Nicolai, F. Bisconti e D. Mazzoleni, Le catacombe cristiane di Roma: origini, sviluppo, apparati decorativi, documentazione epigrafica, Roma 2009 e della bibliografia precedente in esso contenuta.

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