Il Colosseo

IL COLOSSEO E ROMA, ROMA E IL COLOSSEO
Alla scoperta di uno dei più interessanti e famosi monumenti dell’antica Roma

Almalinda Giacummo

Da poco tempo è rientrato nel circuito degli spettacoli e nonostante le idee più o meno bislacche per le quali è usato, continua a far parlare di sé, famoso nel mondo: è il Colosseo!

il Colosseo dall'esterno

Furono gli imperatori Flavi a dotare per primi Roma di un anfiteatro stabile e degno della grandezza della capitale dell’Impero: i lavori iniziarono durante il regno di Vespasiano nella zona compresa tra Palatino, Esquilino e Celio, al di sopra dello stagno che si doveva trovare all’interno della Domus Aurea di Nerone. Vespasiano, demagogicamente parlando, restituiva al popolo quello che il tiranno-Nerone aveva voluto solo per sé. Singolarmente, il nome Colosseo deriverebbe dal colosso rappresentante Nerone che lo stesso aveva voluto nell’atrio della sua magnifica residenza. In precedenza un anfiteatro era stato commissionato da Augusto a Statilio Tauro, ma si trattava di una struttura lignea provvisoria.I lavori furono piuttosto lunghi e poco avanti la morte di Vespasiano il Colosseo venne dedicato una prima volta: si era solo al secondo ordine esterno. La definitiva dedica, e quindi il termine definitivo dei lavori, si ebbe solo nell’80 d.C., sotto l’imperatore Tito: furono indetti 100 giorni di festa e vennero uccise circa 5000 fiere; venne inoltre emessa una nuova serie di sesterzi con l’anfiteatro rappresentato sul verso. Ma la struttura originale doveva essere molto particolare: per i regni di Vespasiano e di Domiziano sono note all’interno del Colosseo delle naumachie, cioè delle battaglie navali. Questo può solo significare che originariamente la pavimentazione del Colosseo doveva essere tale da consentire una grande portata d’acqua, magari proprio mantenendo l’originale stagno nato per la casa di Nerone.

il Colosseo dall'alto: al centro l'area dei sotterranei

Solo in seguito vennero approntati i sotterranei in muratura di mattoni e blocchi di tufo, tuttora visibili all’interno, per consentire il passaggio al di sotto della pavimentazione in tavolato ligneo sia di gladiatori sia di fiere per munera e venationes, oltre alla manutenzione ed alla movimentazione nelle scenografie: ciò avveniva attraverso un sistema di carrucole-ascensori poste probabilmente all’interno delle 30 nicchie del muro perimetrale ed al centro dell’arena. Tra l’altro, nella pavimentazione in opera spicata dei sotterranei (mattoncini disposti a formare un disegno a lisca di pesce) sono inseriti dei grandi blocchi di travertino con una fossetta rettangolare sulla faccia a vista con un bocchettone in bronzo: questo serviva per l’alloggiamento del perno per gli argani. La pavimentazione lignea era comunque piuttosto pericolosa: le fonti ricordano per il 217 d.C. un disastroso incendio che ebbe origine proprio da qui, mentre per il pericolo rappresentato sia dalle fiere sia dai gladiatori, una rete veniva innalzata fra l’arena e gli spettatori. La rete era dotata nella parte alta di zanne di elefante e rulli d’avorio posti orizzontalmente e, per ogni evenienza, una squadra di arcieri si trovava fra la cavea e la rete.

l'interno

La presenza del laghetto fu abbondantemente sfruttata per risparmiare sulle fondamenta, realizzate in pilastri di travertino poggianti su un anello di calcestruzzo continuo, intervallato solo da alcuni fognoli per lo scorrimento delle acque di falda che, altrimenti, avrebbero allagato tutta  l’area.Architettonicamente parlando si tratta di un’ellisse di 188 per 156 metri, per un totale di 527 metri di circonferenza, alta quasi 50 metri: esternamente a partire da uno stilobate di due gradini ci sono quattro piani, di cui tre con arcate inquadrate da semicolonne di ordini diversi, dal basso verso l’alto, tuscaniche (simili al dorico ma con la base), ioniche e corinzie. Il quarto piano è composto da una specie di attico diviso da lesene corinzie: negli spazi così inquadrati si aprono finestre quadrate alternate a scudi in rilievo. In ogni spazio sono poi tre mensole di travertino, in corrispondenza di altrettanti fori praticati nel cornicione terminale della struttura. Tutto questo sistema serviva a sostenere i pali necessari a reggere il grande velario a spicchi che veniva steso da alcuni marinai della flotta di stanza a Miseno per proteggere gli spettatori. In cima la struttura era completata da un cornicione a tre fasce e da una cimasa con un grandioso gocciolatoio. La cinta esterna non è completa: ciò che resta è inglobato nei muraglioni di sostegno fatti costruire dal Valadier nel 1820 per ordine di Pio VII. Tutti i fori che “movimentano” la struttura sono dovuti all’asportazione medievale dei perni di metallo che servivano a trattenere i blocchi di travertino che ricoprivano tutto. All’interno, poi, la struttura è divisa in spicchi da alcuni cunei che partono dalla base: i già citati pilastri, collegati da archi e da volte rampanti, facevano da sostegno alla cavea. Il vantaggio stava nel poter così permettere a più cantieri di proseguire autonomamente nella costruzione della stessa struttura, praticamente divisa in quattro cantieri principali ed a sé stanti. Senza dubbio un mirabile esempio di organizzazione e programmazione del lavoro da effettuare. I sotterranei sono divisi da tre muri concentrici ed i conseguenti tre corridoi anulari: verso il centro i muri divengono rettilinei e paralleli all’asse centrale, anch’esso un corridoio. Quest’ultimo si prolungava nelle due direzioni, est e ovest, anche al di fuori della struttura: il ramo est raggiungeva una delle più importanti caserme gladiatorie conosciute, il Ludus Magnus, ancora oggi visibile all’incrocio fra via Labicana e via di S. Giovanni in Laterano.

un cippo

Sempre all’esterno della struttura maestosa del Colosseo si trovano alcuni cippi di travertino, scoperti nel 1895, infissi nella pavimentazione anch’essa in travertino: concentrici allo stesso edificio, dovevano contrassegnare l’area di rispetto. Secondo un’altra interpretazione, erano usati per tensionare a terra le funi del velario.Ma come avveniva l’ingresso degli spettatori per gli spettacoli? Sopra ad ognuna delle 80 arcate che scandiscono l’ellisse si trovava un numero progressivo, indicato con i numeri romani, che doveva essere ugualmente riportato al di sopra delle tesserae che ognuno degli spettatori doveva portare con sé: dalle arcate si accedeva quindi alle scalinate interne ed ai vari settori della cavea attraverso i vomitoria. Solo le quattro arcate degli assi principali non erano numerate e la presenza di tracce di un portico all’esterno di quella verso nord e di stucchi dipinti all’interno del corridoio corrispondente, fanno pensare ad ingressi per personalità di spicco. Forse questa era l’entrata riservata all’imperatore, vista la diretta corrispondenza con la tribuna regia, o pulvinar, e probabilmente era sormontata da una quadriga. Oggi restano solo gli ingressi dal XIII al LIV. Al di sotto della tribuna principale era un criptoportico coperto a volta e decorato con stucchi e lastre marmoree, detto “passaggio di Commodo”: metteva in comunicazione gli edifici claudiani sul Celio con il podio.Anche nella cavea gli spettatori non potevano sciamare a piacimento: questa era divisa in tre settori principali, cosiddetti maeniana, una serie di gradini subito dopo la recinzione ed un quarto piano in alto, ligneo, simile alla moderna piccionaia dei teatri. Ognuno aveva una collocazione precisa e non c’era il prezzo del biglietto a fare la differenza, infatti l’ingresso era gratuito: era la classe sociale a stabilire il posto. I posti più vicini all’arena erano riservati ai senatori, il primo meniano ai cavalieri e così via. Il piano ligneo, o maenianum summum, era riservato alle donne, ammesse da Augusto ai giochi solo distanti dagli uomini: sui gradini dell’anfiteatro la classe cui era riservato il posto veniva sempre ricordata.

il sesterzio

Gli unici personaggi cui era riservato il posto per nome erano i senatori: sui gradini loro riservati, realizzati completamente in marmo e non solo foderati, infatti, sono ancora oggi presenti i nomi di vari personaggi, a volte cancellati e sostituiti da altri. Il meniano sommo era conchiuso da 80 colonne di cipollino e granito con capitelli di ordine composito e corinzio.La capienza totale doveva aggirarsi sulle 40-45.000 persone sedute, più circa 5.000 in piedi, nella parte superiore: se si interpretano alcuni dati desunti dai Cataloghi Regionari, una sorta di elenco dei maggiori monumenti dell’antichità, i posti potrebbero essere innalzati fino a 73.000 circa.Come erano organizzati gli spettacoli? In origine i giochi avevano carattere religioso, ma per la maggior parte delle persone, del popolino, era l’occasione per divertirsi, per essere feroci alle spalle di qualcun altro: una certa sacralità veniva comunque conferita dalla presenza delle Vestali, del Pontefice Massimo e dell’imperatore-dio, o di quello divinizzato. Alcuni giorni prima dello svolgimento dei giochi, veniva fatta pubblicità ed il programma poteva essere affisso in varie parti della città. Per lo più era scritto in colore rosso, che attira maggiormente l’attenzione: il nome di chi finanziava i giochi e il motivo per il quale questi venivano realizzati erano la parte più interessante. Poi c’erano il numero, e non il nome, dei gladiatori, il luogo del combattimento, la data e l’eventuale presenza del velario, elemento non certo secondario all’attenzione degli spettatori. La sera prima veniva offerta ai gladiatori una sorta di ultima cena, nella quale tutto era loro permesso; poi raccomandavano le loro famiglie agli amici. Nel Colosseo, il giorno dopo, avveniva il combattimento. Verso sud-est era la porta Libitinensis, oltre la quale era la regione II Celimontana: qui era collocato lo spoliarum, il luogo dove gli inservienti, spesso mascherati da Caronte, il traghettatore infernale, portavano i gladiatori morti o morenti per essere spogliati dei costumi e delle armi, e sempre da questa porta uscivano le belve uccise e trasportate dai bestiarii, i quali si dividevano le carni, le pelli e le ossa, mentre erano invece immessi nell’anfiteatro rinoceronti, ippopotami ed elefanti ed ogni altro animale troppo grande per i montacarichi. Verso nord-ovest era la porta Triumphalis, attraverso la quale entrava la pompa gladiatoria che dava il via ai ludi: era composta dal promotore dei giochi, con littori e suonatori, da una portantina con diversi simboli al di sopra, poi i premi per i gladiatori vincitori, le armi da combattimento e i carri che trasportavano ognuno un gladiatore ammantato di porpora e oro.

un mosaico raffigurante giochi gladiatori

Poi gli atleti formavano un corteo appiedato che percorreva il tondo dell’arena fino al podio imperiale: qui salutavano alzando il braccio destro e la celebre frase “Ave Cesare, morituri te salutant” (Salute Cesare, coloro che stanno per morire ti salutano). Quindi si armavano con le armi programmate per la giornata, qualche volta d’oro come sotto Pertinace, o d’argento come con Cesare: i Samnites con spada e scutum, un piccolo scudo rettangolare, i Thraces, con sica, piccola spada ricurva, e parma, uno scudo tondo o quadrato, il retiarius, con rete e tridente, il mirmillo, con il pesce omonimo sull’elmo. I combattimenti avevano a volte connotazione comica: a suon di botte con armi di legno si battevano nani, storpi e donne, poi una tuba annunciava il combattimento vero ed i gladiatori entravano scortati dai loro mecenati che, in caso di fiacchezza o noia, li frustavano e rimproveravano per dare al popolo il giusto divertimento. Alla fine, pollice verso o meno, uscivano i risultati su una tabella, con vicino al nome una lettera: V per vincitore, M per missus, mandato, cioè vivo e a pari merito con l’avversario, P per morto. Esisteva anche un mercato dei “pezzi” di un gladiatore: secondo le leggende il loro sangue dava vigoria fisica e coraggio, un pezzo di veste era talismano contro il malocchio, la punta della sua asta che scioglieva i capelli di una sposa era indice di prospera vita matrimoniale. Fino al Cristianesimo ufficiale esibirsi nell’arena era un punto di merito anche per molti liberi cittadini, uomini e donne, di qualunque rango.Al momento degli spettacoli, l’arena veniva riempita con sabbia gialla proveniente da Monte Mario che veniva risistemata dopo ogni combattimento.In occasione delle venationes qualunque animale, purché feroce o particolare, andava bene dalle tigri alle giraffe: quando queste barbarie furono proibite, molti animali si erano estinti in diverse regioni dell’Impero, come gli ippopotami in Nubia, le tigri in Ircania, gli elefanti in Africa settentrionale, i leoni in Mesopotamia.

La storia ed i miti del Colosseo attraverso i secoli

La struttura che oggi è giunta fino a noi ha comunque subito molti restauri: oltre all’incendio del 217, altri restauri erano stati già effettuati sotto Nerva, Antonino Pio ed Elagabalo, poi sotto Gordiano, mente un altro incendio è ricordato nel 250 d.C. A seguire: un fulmine nel 320, un terremoto nel 429 ed un altro nel 443.

in primo piano il Ludus Magnus e sullo sfondo il Colosseo

Oltre ai danni naturali, altri danni, questa volta di “immagine”, furono portati dagli imperatori cristiani che via via proibirono i giochi all’interno dell’anfiteatro flavio: prima Onorio (inizi V secolo), per vederli inizialmente ristabiliti da Valentiniano III, per poi proibirli di nuovo dopo il 438. In seguito furono solo piccoli lavori di manutenzione per permettere il proseguimento delle sole venationes, fino all’ultimo spettacolo, avvenuto nel 523 in occasione della designazione a console di Massimo. Dal VI fino all’XI secolo, il Colosseo cadrà nell’oblio, per essere ricordato solo nella profezia del venerabile Beda (673-735) che disse “quamdiu stat Colysaeum stat et Roma, quando cadet et Colysaeum cadet et Roma, quando cadet et Roma cadet et mundus” (fin quando ci sarà il Colosseo ci sarà Roma, quando cadrà il Colosseo cadrà Roma e quando cadrà Roma, cadrà il mondo). Nel 1084 fu trasformato in castello dalla famiglia dei Frangipane. Già dal VI secolo quindi era in disuso: addirittura davanti all’ingresso imperiale, verso l’Esquilino, venne costituita una necropoli, mentre negli itinerari intorno all’anno 1000 veniva identificato come un tempio dedicato al dio Sole. I Frangipane entrarono invece in scena in occasione della lotta per le investiture: dopo che Roberto il Guiscardo aveva cacciato Enrico IV, che stava assediando papa Gregorio VII, i Romani si ribellarono allo stesso Guiscardo, cacciandolo dalla città. A questo punto alcune famiglie romane potenti presero possesso dei monumenti più importanti: gli Orsini della Mole Adriana, i Colonna del Mausoleo di Augusto e delle terme di Costantino, i Frangipane del Colosseo. Dopo alterne vicende, nel 1143 il ricostituito Senato della città avocò nuovamente a sé alcuni monumenti, come lo stesso Colosseo. Nel 1154 Federico Barbarossa abolì il Senato ed i Frangipane riacquistarono tutte le loro proprietà. Fu poi la volta delle lotte con la vicina famiglia degli Annibaldi, che rivendicavano a sé una parte dei possessi Frangipane: nel 1312 gli Annibaldi furono comunque costretti a cedere nuovamente il monumento alla Chiesa mente nel 1332, in occasione di un viaggio di Ludovico il Bavaro, vennero organizzate delle venationes. Nel 1349, in seguito ad un disastroso terremoto, caddero alcune arcate del cerchio esterno.

la galleria fra il Colosseo ed il Ludus Magnus

Quando invece i Papi si trasferirono ad Avignone, la zona divenne sede di briganti, ladri e prostitute ed al loro ritorno la Confraternita del SS. Salvatore ad Sancta Sanctorum fu investita del compito di risanare la zona. In cambio la Confraternita ottenne una parte dell’anfiteatro, come oggi testimonia lo stemma con l’effige del Salvatore sulla chiave dell’arco d’ingresso verso il Laterano. Nella seconda metà del XV secolo, papa Paolo II utilizzò parte dei marmi crollati dall’anfiteatro per costruire Palazzo Venezia. Anzi, secondo l’Adinolfi, diede loro il permesso di distruggere quanti archi volessero per procurarsi il materiale da costruzione. Mentre Eugenio IV proibì questa barbara usanza: già pochi anni dopo, sotto Niccolò V, la depredazione ricominciò indisturbata: addirittura negli anni 1461-62 la specifica “a cauar marmi a Coliseo” divenne una specifica nei documenti per l’erezione di monumenti quali la Scala Santa, la Loggia delle Benedizioni, il restauro delle mura cittadine e la chiesa di S. Marco. In seguito ” attinsero” al Colosseo monumenti quali Palazzo Farnese e della Cancelleria, il Senatorio e quello dei Conservatori, mente nel XVII secolo Urbano VIII utilizzò i travertini degli archi caduti nel 1664 per restaurare il Palazzo Barberini. In pratica, nonostante l’ammirazione per la potenza del passato espressa da monumenti quali il Colosseo, la ragione economica che vedeva in essi una fonte di materie prime ebbe sempre la meglio. Il XVI secolo fu un periodo tragico per i monumenti antichi di Roma: addirittura papa Sisto V progettò la demolizione del Colosseo, ma effettuò solo quella del vicino Settizodio, inserendo invece il nostro nel percorso delle sette Basiliche romane attraverso te strade che portavano rispettivamente al Laterano, al Campidoglio ed al Quirinale. In seguito lo stesso Papa decise di trasformarlo in un’area produttiva, creando nuovi posti di lavoro ed installandovi una filanda: il progetto prevedeva le aree produttive al piano inferiore, le abitazioni e le botteghe ai piani superiori, ma per fortuna rimase sulla carta di Domenico Fontana, poiché il Papa morì prima del via.

particolare della galleria

Molti altri Papi pensarono di ricostruire l’anfiteatro, ma le spese previste erano sempre troppo alte, così non fecero che lasciarlo lì, da solo, a cadere pezzo per pezzo, casa per malviventi. Nella storia del Colosseo compare anche Gianlorenzo Bernini: papa Clemente X gli commissionò la progettazione di un tempio in onore dei Martiri al centro dell’arena, anche per sostituire l’ara dedicata a Giove. Ma il maggior promotore dell’opera, padre Carlo de’ Tomassi, morì ed il progetto venne archiviato. Gli interventi si limitarono a far chiudere gli archi esterni con cancellate di legno, a murare quelle interne ed a far porre nell’arena una grande croce di legno. Industrialmente parlando, anche Clemente XI si impegnò molto: fece chiudere alcuni fornici esterni per utilizzarli come deposito del letame per la fabbricazione del salnitro necessario ad una vicina fabbrica di polvere da sparo; poi, quando si dice fortuna, pochi anni dopo un terremoto fece cadere altri tre archi e lo stesso Papa poté approfittare dei materiali per costruire parte del porto di Ripetta. Un altro tempio dedicato ai Martiri fu poi progettato da Carlo Fontana, ma questi morì prima della realizzazione (1725): una chiesa comunque dentro l’arena c’era, si trattava di S. Maria della Pietà, restaurata da Benedetto XIV nel 1743. Pochi anni dopo, in occasione dell’Anno Santo 1750, vi fu un fervore di lavori: nell’arena fu realizzata una Via Crucis, mentre il monumento fu consacrato alla Passione di Cristo e dei suoi Martiri, fondando anche l’Arciconfraternita di Gesù e Maria, i cui componenti si recavano in processione nel Colosseo per il rito della Via Crucis. Ma la struttura era sempre più fatiscente: nessuno fece niente fino a Pio VII che fece tamponare l’ellisse verso il Laterano con un grande sperone. L’ottocento fu il periodo della prima salvezza: il cardinale Giuseppe Doria Pamphilij fece togliere il letame dai fornici, eliminando parzialmente il problema del salnitro sulle pareti, mentre il progetto di Camille de Tournon avrebbe risolto il problema dei restauri. Infatti, durante il governo francese della città, si propose la creazione di due parchi archeologici ed uno di questi avrebbe inglobato il Colosseo, comprensivo di alberi e sistemazione a giardino. La commissione del 1810 diede la precedenza al Colosseo ed al Foro, affidando gli incarichi a Camporesi e Valadier: si eliminò la terra che lo circondava e ricopriva le scale interne, furono costruiti nuovi muri di sostegno. Alla caduta di Napoleone, Pio VII continuò i lavori, modificando però il progetto nella parte che prevedeva la demolizione delle zone pericolanti: si inserì invece la costruzione di uno sperone all’estremità dell’ellisse verso il Celio, una soluzione solida ed economica.

uno degli speroni

La linea era quella giusta: nel 1822 Leone XII affida sempre al Valadier la costruzione di un altro sperone, quello verso la Meta, e questa volta l’architetto riprende la teoria degli archi, continuandoli in numero decrescente dal basso verso l’alto, ricoperto di travertino tranne che in alcuni punti nodali, quali i pilastri del pianterreno, le imposte degli archi, le basi delle colonne e dei capitelli. Un intervento simile per il segmento a sudest fu realizzato dal Canina, dal Pelotti e dal Folchi su un progetto del Salvi. Dopo la presa di Roma del 1870, Pietro Rosa, direttore della Real Soprintendenza agli scavi ed alle antichità, eliminò dal Colosseo “il pittoresco ammanto di verdura”, stimato in circa 400 specie diverse. Oggi il Colosseo subisce a varie riprese le “scorribande” di restauri che vengono e non vengono eseguiti: le impalcature fanno mostra per anni sulle sue arcate e pare pulito da una casalinga impazzita, ma per ora non importa, perché lui continua a vivere, alla faccia di chi lo voleva demolire.La particolarità dell’urbanistica della Roma medievale e Rinascimentale vedeva nel Colosseo un elemento isolato, con attorno solo campagna di vigne e coltivazioni varie, casupole e fuochi notturni, il tutto proprietà di corporazioni religiose quali il Noviziato della Compagnia di Gesù ed i Padri della Certosa: fu solo alla fine del 1871 che il piano regolatore destinò queste aree a zona residenziale. Via via gli altri piani “sistemarono” la zona in vario modo, compresi gli sventramenti per la costituzione di via dei Fori Imperiali e la distruzione della Meta Sudans.Alcuni miti sul Colosseo sono poi clamorosamente da sfatare: non è documentato il martirio di alcun cristiano, né per mano dei gladiatori né per opera delle belve feroci, e questo contrariamente a quello che mostrano alcuni film presunti storici. E nonostante questo, nel XV secolo Benedetto XIV lo dichiarò sacro nel ricordo di supposti martiri. Un’altra curiosità è dovuta al fatto che gli architetti del Rinascimento tesero a vedere nella struttura del Colosseo il compendio dell’architettura romana ed il modello degli ordini classici, quando in effetti si trattava di un monumento realizzato con tecniche e tradizioni che si avvicinavano all’esaurimento: l’ultimo monumento simile per stile e materiali è lo stadio di Domiziano, posto al di sotto dell’attuale piazza Navona. Spesso, poi, l’anfiteatro viene ricostruito con una miriade di statue nei fornici dei tre ordini di arcate, ma di queste non vi è attualmente alcuna traccia archeologica. Ancora, nonostante sia un’opera famosa nel mondo da sempre, il nome del suo architetto è ancora avvolto nel mistero: secondo gli studiosi ci sono diverse ipotesi, o Rabirio, architetto di Domiziano ed autore del suo palazzo sul Palatino, un tal Gaudenzio, ricordato su un’epigrafe cristiana rinvenuta a Sant’Agnese, ucciso da Vespasiano per la sua fede in Cristo, oppure un liberto germanico. Anche per il trasporto dell’incredibile quantitativo di travertino c’è da stupirsi: questo proveniva dalle cave di Tivoli e per l’occasione venne realizzata appositamente una strada larga circa 6 metri ove transitarono i più di 100.000 metri cubi di travertino lavorato, ma rifinito solo nella valle del Colosseo; per imperniare tutti questi blocchi, vennero impiegate solo 300 tonnellate di metallo.

un interno

La complessità dell’organizzazione e del lavoro realizzato elimina poi totalmente quella leggenda per la quale 15.000 ebrei, deportati dopo la conquista di Gerusalemme, sarebbero stati utilizzati per la realizzazione di quest’opera. E complesse erano anche le condotte fognarie: non solo venne costruito tutto un sistema per permettere il deflusso delle acque dopo le naumachie, ma quando queste vennero interrotte i collettori corrispondenti vennero pavimentati e cambiati nella pendenza per ricavarne aree di carico e scarico. In seguito, lo scavo dei collettori nord e sud ha portato alla scoperta di elementi utili per la ricostruzione della vita “quotidiana” dell’anfiteatro: noccioli di frutta, semi, reperti ossei, stoffe e frammenti di legno. Dalle ossa si è compreso come negli spettacoli venissero utilizzati animali esotici quali i leoni, gli orsi e le pantere, mentre le più comuni galline, maiali, cani, buoi e cervi venivano utilizzate per sfamare il personale dei giochi. Anche spianare la sabbia fra un combattimento e l’altro era un lavoro pericoloso: Marziale racconta di due poveretti che furono sbranati da un leone sfuggito ai bestiarii. Tra l’altro, pare che il termine “arena” rivolto al Colosseo derivi proprio dall’usanza di spargere la sabbia sulla pista prima degli spettacoli. Un ritrovamento ha incuriosito molto gli studiosi: nel 1776 fu ritrovato li basamento marmoreo di un anemometro. Si trattava di un blocco sagomato a prisma dodecagonale con incisi i diversi punti cardinali ed i venti che da essi provenivano. Secondo un’altra leggenda, nel Medioevo ed in parte del Rinascimento dovette ospitare demoni e streghe: addirittura Benvenuto Cellini si trovò invischiato in una faccenda simile quando al suo interno invocò gli spiriti perché gli restituissero la bella Angelica, siciliana di cui si era invaghito.

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