Piazza di san Giovanni in Laterano
Piazza di san Giovanni in Laterano - Un museo a cielo aperto
Almalinda Giacummo
Parlando della Basilica di san Giovanni in Laterano non si può sicuramente prescindere dall’intero complesso, a cominciare dalla piazza su cui prospetta tutto l’insieme. Con i palazzi adiacenti costituivano il cosiddetto Patriarchio, nel quale ebbero sede i Pontefici per lunghi secoli, centro del potere spirituale e temporale, almeno fino al periodo del soggiorno avignonense (1305 – 1377). Se di tutta la struttura originale non resta oggi molto, le fonti ci aiutano nel comprendere come si dovesse trattare di un insieme di cappelle ed appartamenti papali ricchi di arredi, come la Basilica Iuli, forse aula alternativa alla basilica costantiniana ma sempre compresa all’interno del medesimo complesso; il campus Laterani, una vasta piazza di forma irregolare; la macrona, un corridoio porticato che fungeva da collegamento fra la zona della basilica Iuli e quella costantiniana ed aveva al suo interno anche l’ingresso del palazzo.

Vi erano inoltre luoghi per il ricovero dei poveri, un portico ed una torre con porte e cancelli di bronzo voluti da papa Zaccaria (741 – 752): il tutto servito dalle acque dell’acquedotto Claudio; un oratorio dedicato alla Vergine, una sala triloba, un oratorio dedicato a san Silvestro e demolito da Sisto V, uno dedicato a san Sebastiano ed uno a san Michele Arcangelo. Quindi le abitazioni dei membri della corte pontificia, degli artigiani e dei mercanti asserviti, diverse fondazioni monastiche
La piazza moderna vede l’ingresso in città da S, con porta san Giovanni, eretta da Jacopo del Duca nel 1574 per volere di papa Gregorio XIII con paraste a bugnatura dentata e testa di moro nella chiave dell’arco. La porta originale della cinta aureliana, però, si trova più verso la basilica, ad un livello inferiore: è detta Porta Asinaria e presenta oggi due torri semicilindriche. All’epoca della costruzione doveva trattarsi però di un ingresso secondario, da cui usciva appunto la via Asinaria: solo con l’imperatore Onorio (384 – 423) ebbe la controporta e le due torri semicilindriche, con due piani segnati da monofore, aderenti al alto interno di quelle quadrate precedenti. Nel 1409 fu chiusa e parzialmente interrata, fino agli scavi del 1954.

In questa zona dovevano quindi trovarsi diverse proprietà private ed imperiali e da qui proviene la statua del Marco Aurelio ora conservata all’interno dei Musei Capitolini: la proprietà dei Laterani, una volta passata proprietà dell’imperatore con Nerone, fu da Fausta, moglie di Costantino, ceduta a papa Melchiade, che ne fece la residenza sua e dei suoi successori, mentre l’imperatore costruiva lì a fianco la basilica. Il complesso costituito quindi da Palazzo e basilica dovette in parte decadere con lo spostamento della corte papale ad Avignone prima ed il successivo trasferimento prima a santa Maria in Trastevere, quindi a santa Maria Maggiore ed infine in Vaticano: Sisto V, infine, sotto la direzione di Domenico Fontana ne fece il centro di parte della sua trasformazione urbanistica della città. Infatti, i rettifili di collegamento con santa Maria Maggiore, il Colosseo e l’Appia antica avevano nell’obelisco laterano il loro perno, mentre furono costruiti il Nuovo Palazzo Lateranense, la Scala Santa e la Loggia delle Benedizioni. Nel ‘600 fu la volta dell’Ospedale del Salvatore e di quello delle Donne, nel ‘700 della facciata della basilica e del Triclinio Leoniano, infine il convento annesso alla Scala Santa. Quindi Leone III costruì il braccio di collegamento fra la basilica ed il Battistero, mentre Pio XI costruì il Pontificio Ateneo Lateranense.
Al termine di una della vie di collegamento volute da papa Sisto V, via di san Giovanni in Laterano, si trovano poi l’Ospedale del Salvatore, molto più noto come San Giovanni, fondato dalla Compagnia del SS. Salvatore ad Sancta Sanctorum nel 1348, e quello detto Delle Donne, costruito da G.A. De Rossi nel 1655 riutilizzando strutture del ‘200. Il primo, inoltre, presenta oggi una fronte sulla piazza realizzata da G. Mola e C. Rainaldi dal 1634, con un doppio ordine di lesene e cinque ingressi, con campanile a vela.
Al centro, vertice e origine apparente di tutto, si trova l’obelisco: in granito rosso per un’altezza di 31 metri, 47 se si conta anche il basamento. Estratto dal faraone Tutmosi III, fu in origine innalzato nel cortile del tempio di Karnak, in Egitto. Alla morte del faraone l’obelisco ancora anepigrafo (senza scritte/geroglifici…) fu trasportato a Tebe, dove rimase abbandonato molti anni, fino a quando Tutmosi IV lo fece erigere alle spalle del Tempio di Amon, dopo averne fatto decorare una parte della superficie per il nonno e l’altra per sé. Era il XV secolo a C. circa: l’idea di portarlo a Roma fu originariamente di Costantino ma le difficoltà tecniche e la morte dell’imperatore fecero passare altro tempo; fu quindi portato a Roma da Tebe dall’imperatore Costanzo II, figlio di Costantino, nel 357, fino al porto di Ostia con delle zattere e poi su carri lungo la via Ostiense, per venire infine collocato nella spina del Circo Massimo. Fu ritrovato poi nel 1587 e venne trasferito in Laterano da D. Fontana.
Il Palazzo Lateranense fu costruito per volere di papa Sisto V e ne fu incaricato Domenico Fontana. L’idea originale era quella di farne la residenza estiva del Papa: a pianta quadrata, con tre prospetti equivalenti, tre piani di finestre alternativamente con timpano triangolare e semicircolare, portale centrale con balcone ed altana a colonne, molti i materiali reimpiegati dal precedente Patriarchio e dalla distruzione del Septizodium, una sorta di facciata – ninfeo monumentale di epoca severiana posta alla base del Palatino ed in parte smontata in questo periodo. “Il modello di Palazzo Farnese fu reinterpretato con una severità in sintonia con il rigore controriformista”: parallelamente alla chiesa le finestre diventano di più per dare un’idea di maggiore profondità a chi proveniva dalla zona del Colosseo. Oggi, in seguito ai Patti Lateranensi che qui proprio vennero firmati l’11 febbraio 1929, e che diedero “l’Italia a Dio e Dio all’Italia”, gode dell’extraterritorialità ed è sede del Vicariato, per volere dei papi Giovanni XXIII e Paolo VI: nel corso dei secoli è però stato anche Palazzo dell’Arciprete con Paolo V, ospedale con Urbano VIII, ospizio di san Michele con Innocenzo XII, archivio con Pio VII e Museo gregoriano con Gregorio XVI. All’interno è visitabile l’Appartamento Papale, comprensivo di dieci sale e di una cappella, affrescate da pittori tardo manieristi diretti da G. Guerra, in qualità di direttore artistico, per usare un termine moderno, su disegni di C. Nebbia, con l’esaltazione della Gloria di Sisto V, oltre alla Storia di Roma imperiale e cristiana ed alla continuità fra Vecchio e Nuovo Testamento. Vi si conservano inoltre mobili di XVI – XIX secolo, sculture lignee di XII – XV secolo, arazzi. Notevole la sala della Conciliazione, che ricalca le dimensioni e l’orientamento della precedente sala del Patriarchio, cui il palazzo Lateranense si è sovrapposto: è inoltre la sala della firma dei Patti. All’interno del Palazzo di trova anche il Museo storico Vaticano, ai lati del Loggiato dipinto da pittori tardo manieristi e del cortile quadrato a tre ordini di arcate: conserva una collezione di armi del XVI –XVII secolo, una sezione dedicata all’iconografia dei papi dal ‘500 al ‘900, ed incisioni, dipinti ed oggetti di vario genere relativi allo sviluppo del cerimoniale pontificio attraverso i secoli. Il 28 luglio 1993 l’entrata laterale, le logge sovrastanti e parte della facciata del palazzo furono oggetto di un attentato con autobomba. Questo attentato fu considerato come un avvertimento a papa Giovanni Paolo II che in Sicilia aveva parlato duramente contro la Mafia. Per motivi di sicurezza, il luogo è ora sottoposto a limiti di circolazione e divieto di sosta e fermata.

Posta tra la Basilica ed il Palazzo Lateranense si trova poi la Loggia delle Benedizioni: realizzata sempre da D. Fontana, in corrispondenza della testata del transetto destro della basilica, sorta di uscita laterale, presenta cinque arcate realizzate in travertino su due ordini di paraste con capitelli tuscanici e corinzi, coronata da una balaustra e sormontata da due campanili gemelli aperti con trifore, del XIII secolo, con cuspidi del XIV. Rimpiazza un precedente di stile gotico cui forse erano pertinenti i due campanili, posti più arretrati rispetto al resto della struttura: nel portico si trova poi una copia della bolla emanata nel 1372 da Gregorio XI in Avignone con il primato di questa basilica su tutte le chiese del mondo, mentre gli si contrappone la statua di Enrico IV re di Francia, benefattore del Capitolo Lateranense.
Superato il corpo costruito da V. e F. Vespignani nel 1884, si trova invece il Battistero, o san Giovanni in Fonte: secondo alcuni la struttura ottagonale fu eretta probabilmente da Costantino in contemporanea alla prima basilica su strutture di I e II secolo d.C.; l’ingresso a forcipe fu realizzato durante il pontificato di papa Sisto III (432 – 440), le cappelle dai papi Ilaro (461 – 468) e Giovanni IV (640 – 642).

Per altri studiosi le strutture più antiche osservate sotto il battistero apparterrebbero ad un edificio cultuale posto su una struttura precedente di domus con terma adiacente: solo in seguito Costantino avrebbe utilizzato le stesse strutture per il battesimo, cedendo inoltre gli altri ambienti pertinenti alla stessa casa al vescovo di Roma. Alla metà del IV secolo, però, la struttura sarebbe crollata e solo allora sarebbe stata costruita la struttura ottagonale nota, mentre Sisto III avrebbe fatto assai meno di quanto dichiarato nell’epigrafe.
Nel 1540, con papa Paolo III fu realizzato il tiburio di copertura al posto della cupola precedente, che fu a sua volta restaurato prima da Domenico Castelli, quindi dal Borromini nel 1657, con l’inserzione sulla fascia esterna degli stemmi araldici dei Chigi in onore di papa Alessandro VII, infine nel 1967 vennero eliminate alcune superfetazioni ottocentesche. L’ingresso nord fu invece realizzato per il Giubileo del 1575 da papa Gregorio XIII per consentire una più facile affluenza dei pellegrini: sui pilastrini di marmo di accesso alla piscina battesimale fece anche incidere il drago simbolo della sua famiglia Boncompagni. L’ingresso sud è delimitato da due colonne di porfido di diversa altezza su due basi simili a capitelli rovesciati, anch’esse di altezza differente, resti di parasta in marmo bianco verso sinistra e lastroni di pietra a chiudere i passaggi laterali. Dopo l’ingresso si trova il nartece a forma di forcipe: vi è presente una decorazione a mosaico con racemi e fiori con al centro un agnello e colombe e circolo di piccole croci gemmate, da datare al V secolo d.C. Sull’altare di destra pala con il martirio dei santi Cipriano e Giustina, avvenuto nel 304, il primo forse potente mago poi convertito e martirizzato. Di fronte l’altare per le sante vergini e martiri Rufina e Seconda, morte durante le persecuzioni di Valeriano e Gallieno sulla via Cornelia, in costruzione settecentesca.

L’interno ha al centro otto colonne di porfido con capitelli corinzi ed architrave ottagono con incisa iscrizione in distici, realizzata da papa Sisto III, esaltante il battesimo: al di sopra altre otto colonne, ma di marmo bianco. Sotto un recinto circolare custodisce una vasca in basalto verde utilizzata per il battesimo per immersione, con coperchio in bronzo con rappresentati, su disegno di Ciro Ferri, il Battista che battezza Gesù e papa Silvestro che battezza Costantino.
Le pitture del tamburo rappresentano Storie del Battista del Sacchi (qui in copia); le pareti Storie di Costantino (A. Camassei e G. Gimignani), e Distruzione degli Idoli (C. Maratta e C. Mannoni). La cappelle sono quindi dedicate al Battista, a santa Rufina e Cipriano e Giustina, a san Venanzio ed a Giovanni Evangelista: nella prima, sul cui ingresso è scritto “Erunt in aspera in vias planas” (i luoghi impervi saranno spianati), si trova inoltre una Crocefissione attribuita alla scuola di Andrea Bregno, oltre ad un mosaico del V secolo e, dall’esterno, l’ingresso più antico al battistero, con i resti del portale romano con i battenti bronzei, forse provenienti dalle terme di Caracalla.

Secondo una tradizione, sarebbero stati realizzati con una particolare lega di bronzo e metalli preziosi ed avrebbero la singolare particolarità di emettere un suono armonioso simile a quello che emette una canna d’organo al momento in cui vengono mossi; la decorazione di san Venanzio è opera in finale di papa Teodoro, con mosaici rappresentanti il Salvatore fra Angeli, la Vergine, san Pietro e san Giovanni Battista, il vescovo Donnione e Giovanni IV, san Paolo, san Giovanni Evangelista e papa Teodoro stesso; la targa del cardinale Francesco Adriano Ceva è disegno del Borromini; la cappella in origine fu voluta da papa Giovanni IV per conservare le reliquie dei santi dalmati, come lui, Venanzio, Anastasio e Mauro; soffitto in legno senza dorature del 1573, sotto il pontificato di Gregorio XIII. La cappella a san Giovanni evangelista fu dedicata da papa Ilario, presenta una volta mosaicata del V secolo, battenti bronzei realizzati da Uberto e Pietro da Piacenza durante il pontificato di Celestino III (1191 – 1198), con un personaggio di uomo seduto realizzato a sbalzo, abbigliato con paludamenti sacerdotali che sorregge nella mono destra un globo, simbolo del mondo: è il Papa, inserito in una facciata gotica incisa, forse quella della basilica originale. Quindi un altare con due colonne di alabastro, alcuni affreschi di Antonio Tempesta e Ambrogio Buonvicino, un altare cosmatesco, fra i più antichi noti, dedicato all’Immacolata Concezione con iscrizioni databili tra il pontificato di papa Siricio (358 – 398) e Carlo Magno (+ 314). La cappella dedicata alla santa Croce, con relativa reliquia, fu demolita dal Fontana per la realizzazione della piazza: doveva essere di forma cruciforme con quattro piccoli ambienti angolari e “tutta di marmi pietre mischie e porfidi e serpentini con alcuni lavori di stucco si come si vede parte fin al presente e d’or fine composito e fu opera di buono architetto” (A. Lafréry).
Di fronte si trova il complesso della Scala Santa. Il nome esatto è san Lorenzo in Palatio ad Sancta Sanctorum, edificio voluto sempre da papa Sisto V per contenere la cappella dei Papi, il Sancta Sanctorum appunto, posta allora al primo piano del palazzo del Patriarchio. L’ingresso avveniva dalla scala principale del palazzo stesso che venne in seguito “confusa” con quella del palazzo del Pretorio del governatore Ponzio Pilato: dal ‘400 si pensa appunto che sia la scala di 28 gradini percorsa da Gesù per essere giudicato portata a Roma ed i fedeli la percorrono per questo in ginocchio, oltre ad individuare tracce di gocce di sangue sul 2°, sull’11° e sul 28° gradino contando dal basso. Nel 1590 una bolla di Sisto V rese ufficiale il culto della Scala Santa.

La struttura è in mattoni intonacati, come realizzata da D. Fontana, in modo simile alla Loggia: le arcate però furono chiuse nel 1853 da F. Azzurri. Percorso l’atrio di ingresso si affronta la scala, in marmo rivestito di legno, composta appunto da 28 gradini, affiancata a sua volta da altre quattro scale e da affreschi Storie dell’Antico Testamento e di Cristo, opere, tra gli altri, di G. Stella e P. Brill. In cima si trova la Cappella di san Lorenzo con l’ingresso vero e proprio al Sancta Sanctorum, custode di numerose reliquie, nome che rievoca inoltre il tempio di Gerusalemme, laddove era custodita l’Arca dell’Alleanza: in essa erano quindi custodite alcune preziose reliquie cristiane, tra cui il prepuzio di Gesù Bambino, i suoi sandali, il divano su cui assistette all’ultima cena, il bastone con cui fu percosso il suo capo coronato di spine, le teste dei santi Pietro e Paolo. Oggi molte di queste reliquie sono scomparse o conservate altrove. L’aspetto attuale è quello realizzato da fratelli Cosmati nel 1278, secondo un’iscrizione che recita Magister Cosmatus fecit hoc opus. Vi è una volta a crociera costolonata che ricade su semicolonne addossate alle pareti, che hanno lunette con finestre ogivali in alto ed una finta loggia ad arcate trilobe in basso. Anche gli affreschi della volta con gli Evangelisti sono del XIII secolo, così come il Cristo Pantocrator del presbiterio, mentre i Santi nelle edicole ogivali sono opera di Giannicola di Paolo. Ma la sorpresa maggiore, legata strettamente alla fede, è l’immagine acheropita del Redentore posta sull’altare: si tratta di una raffigurazione “non realizzata da mano umana” attribuita al V-VI secolo, ridipinta diverse volte e parzialmente ricoperta da un’immagine in seta del XIII secolo che la dovrebbe riprodurre. Secondo la tradizione l’icona sarebbe stata dipinta dall’evangelista Luca aiutato da un angelo ed avrebbe poteri salvifici: arrivata a Roma forse durante la persecuzione iconoclasta di Leone l’Isaurico nel 726 d.C. da parte del patriarca s. Germano a papa Gregorio II, fu usata da papa Stefano II, che però dovette essere papa per pochi giorni, in una processione lungo le strade della città per implorare l’aiuto divino contro i Longobardi condotti da Astolfo (VIII secolo). Sopra l’altare corre un’iscrizione che recita: Non est in toto sanctior orbe locus (non esiste al mondo luogo più santo di questo).

Lungo il lato destro guardando la Scala Santa si trova il cosiddetto Triclinio Leoniano: un’abside inquadrata da paraste e timpano, con scala di accesso secondo la sistemazione realizzata da Ferdinando Fuga nel 1743. Tutto il progetto ha come fulcro il mosaico che doveva decorare la sala da pranzo del Patriarchio, eretta alla fine dell’VIII secolo da papa Leone III in forma trilobata e demolita definitivamente solo nel 1733: vi sono rappresentati Cristo e gli Apostoli, san Pietro che incorona Leone III alla presenza di Carlo Magno e Cristo che trasmette i poteri a papa Silvestro ed a Costantino, con gli attributi di tutte le potestà, quella papale e quella imperiale. Il triclinio leoniano, lungo circa 68 m, doveva trovarsi al primo piano del Patriarchio ed era destinato ai banchetti ufficiali, con abside terminale e dieci nicchioni per tavoli e divani, con pavimenti e rivestimenti marmorei, mosaici ed una fontana in porfido: la sala fu abbattuta in parte alla fine del XVI secolo mentre il mosaico principale fu smembrato ed immagazzinato nel 1733 e vi rimase fino a che Benedetto XIV non lo rivolle in posto nel 1743. Un secondo triclinio leoniano era detto Aula Concilii.
San Giovanni in Laterano, la basilica di Roma
Il Laterano, un sottosuolo ricco di storia. Sotto la basilica ma non solo












