San Giovanni in Laterano

San Giovanni in Laterano - La basilica di Roma

Almalinda Giacummo

La cattedrale di Roma è ufficialmente intitolata, dall’epoca di san Gregorio Magno, a SS. Salvatore ed ai SS. Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, ma soprattutto per i romani è san Giovanni in Laterano e basta, così come definita dopo la dedica ad entrambi i Giovanni da parte di papa Lucio II nel 1144.

La storia è piuttosto travagliata: a cominciare dai Vandali di Genserico; ai restauri pesanti subiti con papa Adriano I “in riunis posita” per la Pasqua del 774, quando Carlo Magno vi giunse per il battesimo, nel tentativo di costruire una Europa unita nella fede in Cristo e nel segno del Sacro Romano Impero; al terremoto dell’896, in concomitanza con il terremoto politico per la Sede di Pietro che fece tardare la ricostruzione fino al pontificato di Sergio III; altre vicissitudini legate anche al periodo avignonese, fino ai restauri di Urbano V che, dopo le reprimende del Petrarca a proposito dei tetti d’oro di Avignone notava come in Laterano vi fossero buchi ed infiltrazioni, fece fare imponenti lavori e commissionò preziosi reliquiari d’argento per le festività degli Apostoli Pietro e Paolo, trafugati durante la Repubblica Giacobina. Fino a Gregorio IX il quale, di ritorno da Avignone, scelse nel 1337 di abitare in Vaticano, dove già Innocenzo III e Nicolò III avevano fatto costruire una nuova residenza papale: dopo vi furono comunque altri interventi importanti, compreso quello di papa Sisto IV che nel 1473 fece sistemare la statua equestre di Marco Aurelio, allora identificato con Costantino, nella piazza antistante e che venne poi portata in Campidoglio da Paolo III.

Nel corso dell’800 prima e del ‘900 poi diversi scavi hanno permesso di verificare come la prima chiesa, voluta probabilmente dall’imperatore Costantino durante il pontificato di papa Silvestro, dovesse avere un impianto simile a quello della primitiva basilica di san Pietro. L’imperatore inoltre aveva rasato strutture di epoca precedente: in questa zona si incrociavano diverse strade, la via Caelimontana, l’Asinaria, la Tuscolana ed una anonima e qui si trovavano, oltre ad altre strutture, anche gli acquartieramenti degli Equites Singulares.
La basilica domina la piazza omonima con la sua imponente facciata in travertino, con paraste e semicolonne corinzie che reggono architrave e timpano centrale, a sua volta sormontato da 15 statue dedicate ai Giovanni, al Salvatore ed ai 12 Dottori della Chiesa, alte circa 7 metri ognuna: quindi sotto un portico architravato, sopra una loggia ad arcate, il settore centrale leggermente aggettante con serliana nel secondo piano. Questa struttura del Galilei del 1732-1735, a sostituzione della facciata in laterizio voluta da papa Alessandro III nella seconda metà del XII secolo, è coperta da una volta a botte a sesto ribassato con lacunari e lo stemma di Clemente XII: la porta mediana ha battenti in bronzo, provenienti dalla Curia del Foro romano, ampliati nel 1660 per adattarli alle nuove misure da papa Alessandro VII Chigi con stelle e fasce bronzee, una leggenda vuole che le ghiande della sua decorazione portino buono alle donne che vogliano diventare madri di figli maschi che quindi, sfregandole… L’ultima porta a destra è la Porta Santa, che viene aperta sono per gli Anni Giubilari una volta smontato il retrostante muro composto da circa 830 mattoni. Questa cerimonia venne istituita per la prima volta da papa Martino V nel 1423 proprio in questa basilica: solo in seguito dovette essere estesa alle altre tre basiliche romane. All’ingresso si trovano anche una statua attribuita a Costantino e proveniente dal Quirinale ed alcuni rilievi marmorei opera di F. Della Valle, B. Ludovisi, G.B. Maini e P. Bracci.

Il monumentale interno appare oggi come realizzato dal Borromini: cinque navate con colonne ricoperte da pilastri, soffitto ligneo centrale forse su disegno di Pirro Ligorio ma realizzato da Daniele da Volterra, con doratura voluta da Pio V nel 1567 e stemma di Pio VI Braschi, pavimento stile cosmatesco con colonna gentilizia di papa Martino V Colonna. Borrominiane sono le 15 edicole sui pilastri della navata, con colonne di marmo verde antico e colombe pamphili con all’interno statue degli Apostoli, mentre su disegno dell’Algardi sono le scene del Vecchio e del Nuovo Testamento rappresentate subito al di sopra in stucco, realizzate alcune dall’Algardi stesso, altre da E.A. Raggi e G.F. Rossi. Ancora più su i Profeti nelle cornici ovali: per citarne solo qualcuno si riconoscono s. Tommaso di Pierre Legros, Ezechiele di G.P. Melchiorri, Baruch di F. Trevisani, Michea di P.L. Ghezzi. L’intento del Borromini è chiaro: la Chiesa, la cui pietra angolare è Cristo, è fondata sulle fondamenta degli Apostoli e dei Profeti, e l’architetto- artista ripropone la teoria nella struttura architettonica.

Sul fondo della navata principale si trova il tabernacolo ogivale eretto da Giovanni di Stefano per papa Urbano V, Guglielmo de Grimoard, e con il contributo di Carlo V di Francia, nel 1367, con 12 riquadri affrescati con il Buon Pastore, la Crocifissione, la Madonna fra Santi e Sante attribuiti a Barna da Siena (1369) e poi ripresi da Antoniazzo Romano e Fiorenzo di Lorenzo: nella parte alta custodie d’argento proteggono reliquie delle teste per alcuni dei due Giovanni, per altri, ed assai più probabilmente, di san Pietro e san Paolo. Il sottostante altare papale conserva in parte il primo altare su cui officiavano i papi più antichi, fino a Silvestro I, mentre alla base, entro il recinto della confessione, si trova il sepolcro di Martino V, definito “temporum suorum felicitas” perché con la sua elezione a Costanza ed il suo pontificato finì lo scisma d’Occidente, la cui lastra tombale bronzea è opera del Ghini. Solo il Pontefice può celebrare qui la messa, da cui il nome: ciò avviene il Giovedì Santo ed il giorno del Corpus Domini.

Prendendo poi la navata di destra, si supera il monumento del cardinale Mellini, “primo cittadino” e testimone del sacco di Roma, morto di pestilenza, e l’affresco melozziano della Madonna con Bambino, la cappella Orsini disegnata dal Borromini, il monumento al cardinale Acquaviva, la Prudenza e la Temperanza appartenenti originariamente al monumento del De Chaves ed opera di Isaia da Pisa (1574), situato più avanti, quindi la neoclassica cappella Torlonia con paliotto di malachite, lapislazzuli di Russia ed alabastro orientale per la Deposizione di P. Tenerani e le tombe di Anna e Giovanni, duca Torlonia, una delle ultime cappelle gentilizie costruite a Roma. Proseguendo, una piccola statua di san Giacomo pellegrino proveniente dall’altare De Pereriis ed attribuito a A. Bregno e la cappella Massimo di G. Della Porta, del 1580-90, con Crocefissione di G. Sicciolante detto il Sermoneta. Quindi la tomba in stile cosmatesco del cardinale Casati (1287), inginocchiato fra Gesù e san Giovanni, ed il monumento del cosiddetto cardinal di Portogallo, Antonio Martino De Chaves (1447), con la Vergine e le Virtù di Isaia da Pisa, mentre la figura sul sarcofago è forse del Filarete; nel nicchione innocenziano, per comunicare con il Palazzo Laterano, si trovano quattro pilastri rivestiti dal raro marmo cipollino rosso.

Ritornando verso l’ingresso si può percorrere la navata intermedia, con la tomba del cardinale Ranuccio Farnese, disegnata da Giacomo Barozzi detto il Vignola, quindi i sepolcri di papa Sergio IV (1012), settecentesco, noto per aver salvato il Santo Sepolcro di Gerusalemme dalla distruzione, ed Alessandro III (1181), colui che fermò Federico Barbarossa e se ne fece baciare il piede, a lui deve il nome la città di Alessandria, mentre il monumento gli fu eretto da Alessandro VIII; quindi il cenotafio di Silvestro II, l’uomo più erudito dei suoi tempi, che viaggiò raccogliendo manoscritti antichi e proclamò per primo la necessità delle Crociate per liberare la Città Santa di Gerusalemme: il monumento gli venne eretto nel 1907 in memoria della corona regia d’Ungheria da lui conferita a santo Stefano I d’Ungheria, convertitosi al cristianesimo. Secondo una tradizione, il Papa doveva essere anche astrologo e mago, e dalla sua iscrizione ogni volta che un papa stava per morire si evidenziavano essudanze e si sentivano scricchiolii di ossa…

Vicino alla Porta Santa si trova il resto di un affresco attribuito a Giotto per il cardinal Stefaneschi, con Bonifacio VIII che proclama il Giubileo del 1300.
Di nuovo sul fondo si può prendere la navata estrema sinistra: poco prima della Cappella Corsini si trova la copia della statua su sarcofago di Riccardo degli Annibaldi della Molara, teologo, opera forse di Arnolfo di Cambio, quindi la cappella Corsini a croce greca del Galilei, con anche qui lesene corinzie e cupola e volta a lacunari. Il monumento a Clemente XII ha urna e colonne in porfido prese dal Pantheon, quindi le statue della Fortezza, Giustizia, Prudenza e Temperanza di autori vari: sull’altare è copia in mosaico del sant’Andrea Corsini del Guido Reni, santo familiare ripreso anche nel soprastante bassorilievo durante la battaglia di Anghiari, nella quale il Santo aiutò i fiorentini; nella cripta la Pietà marmorea del Montauti. Quindi la lastra tombale del cardinale Gerardo Bianchi da Parma, primo vicario della basilica (1302); la successiva cappella è la Antonelli, con un pastiche costituito da parte di un affresco del XV secolo rappresentante un volto della Vergine, unito ai santi Domenico e Filippo Neri dall’Odazzi. Quindi la tomba del cardinale Caracciolo e la cappella di Onorio Longhi: qui sull’altare, costituito da un sarcofago strigilato con due leoni, si trova un crocefisso attribuito al Maderno, e nella stessa cappella si trova anche un monumento dedicato al cardinale Giuliano Antonio Santori; quindi il monumento per i difensori del Papa in memoria degli Zuavi pontifici, del Tenerani (1860); segue la cappella realizzata dal De Rossi con cupola ed il monumento del cardinale Girolamo Casanate, fondatore della biblioteca Casanatense di Roma. Poi la cappella dei Mauri di Parma con affresco dell’altare del Borgognone: il titolare istituì una fondazione per dare una dote alle ragazze povere; e la tomba del cardinale Duraguerra da Piperno, con sarcofago in marmo cipollino. Nella navata intermedia di sinistra è notevole il sepolcro di Elena Savelli di Jacopo Del Duca (1570), discepolo di Michelangelo, la cui scuola ben si riconosce nella rassomiglianza fra la defunta e la Lia del Mosè.

Dal fondo della navata sinistra si accede al chiostro: a pianta quadrata, fu costruito dai Vassalletto tra il 1215 ed il 1232 (o 1225 – 1236), così come recita l’iscrizione sul fregio del portico. Arcatelle poggiano su colonnine binate, spesso decorate a mosaico, in un proliferare di forme e capitelli diversi, trabeazione a mosaico e cornice intagliata con teste animali sulla gronda. Le volte e le colonne a capitelli ionici che sono addossate verso l’interno dei pilastri sono un’aggiunta posteriore, così come la sopraelevazione ad arcate del loggiato. Passando al centro del cortile si incontrano leoni stilofori ed al centro un pozzo di IX secolo, detto della Samaritana. Lungo tutte le pareti del chiostro sono quindi esposti reperti provenienti dalla stessa chiesa, compreso l’originale della statua di Riccardo degli Annibaldi di Arnolfo di Cambio, una cattedra cosmatesca, per alcuni il più antico trono papale esistente, ed i resti di un ciborio di Deodato di Cosma. Vi è anche un piccolo museo con arazzi cinquecenteschi.
Il transetto è magnifica opera del manierismo romano della fine del ‘500, sotto il pontificato di Clemente VIII Aldobrandini: fra le finestre si trovano i Dodici Apostoli e sugli arconi gli Evangelisti, quindi da destra, fra gli altri, s. Simone ed il Battesimo di Costantino del Pomarancio, s. Taddeo di Orazio Gentileschi, nella testata la Trasfigurazione del Cavalier d’Arpino, a sinistra Santi Dottori e Sogno di Costantino del Nebbia e Trionfo di Costantino del Cesari.
La testata destra del transetto ha organo del 1598 su due colonne di marmo giallo antico e provenienti forse dal foro di Traiano, e due angeli, oltre all’uscita laterale al di sotto della Loggia delle Benedizioni, mentre quella di sinistra è chiusa dall’altare del Sacramento, con quattro colonne bronzee, che la tradizione vuole trasportate qui dal Campidoglio da Costantino ed appartenute originariamente ai rostri delle navi di Cleopatra, e timpano, con Padre Eterno dipinto dal Pomarancio, in bronzo dorato come il tabernacolo, ed ai lati le statue di Melchisedec, Elia, Mosè ed Aronne. Vi è anche la cappella Colonna, del 1625 opera di Girolamo Rainaldi, con stalli lignei decorati con statue di Santi e sull’altare, fra rare colonne di alabastro rosa, il Salvatore del Cavalier d’Arpino.

Andando verso l’abside si incontra quindi la cappella del Crocefisso, con il monumento al cardinale Rezzonico e la figura marmorea inginocchiata sul fondo ad intarsi cosmateschi di papa Bonifacio IX Tomacelli; la tomba di Innocenzo III, colui che proclamò qui la quinta Crociata e vi radunò il dodicesimo Concilio Ecumenico, quindi l’accesso al Museo della Basilica.
Presbiterio ed abside sono state realizzate per Leone XIII (1878 – 1903) da Francesco Vespignani su disegno del padre Virginio: il papa volle ricostruire l’abside che era l’unico elemento della chiesa costantiniana ancora esistente. Il mosaico della semicalotta, opera di Jacopo Torriti nel 1291, fu staccato dalla vecchia abside e posizionato su quella nuova: rappresenta il busto di Cristo fra gli Angeli, quindi una croce gemmata, la colomba posata sulla collina racchiudente la Gerusalemme celeste e da cui scendono quattro fiumi, che rappresentano i Vangeli, a dissetare il gregge di cervi e pecore, alla presenza inoltre dei santi Giovanni ed Andrea, la Vergine con il donatore Niccolò IV ed i santi Pietro e Paolo, il Giordano e le immagini degli autori, frà Jacopo da Camerino e Jacopo Torriti. Le immagini di s. Antonio da Padova e s. Francesco di Assisi sono un’aggiunta posteriore voluta da papa Niccolò IV, mentre il Salvatore ed il fiume Giordano sono probabilmente pertinenti al primo mosaico forse costantiniano. Il simbolismo risulta chiaro: vi è un invito al Battesimo attraverso il quale si confessa la fede nella Santissima Trinità e la Croce di Cristo è per ogni cristiano segno di vittoria e pegno della vita soprannaturale. La croce gemmata è il Battesimo di Gesù, sopra la città di Dio, la Chiesa, protetta da un angelo con spada e dai principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, le cui teste sono sui muri, nonché nella teca sull’altare della stessa san Giovanni. Nella città di Dio cresce l’albero della vita sul cui ramo si trova la fenice nimbata, simbolo della Resurrezione: i quattro fiumi della grazia scendono dal Sacro Monte per dissetare i fedeli, cervi ed agnelli, e si versano poi nella acque del mistico Giordano, il Battesimo, in una natura lussureggiante, la vita soprannaturale. In alto lamano destra del Padre Eterno, il busto del Salvatore fra serafini, a ricordo dell’apparizione che secondo una leggenda sarebbe avvenuta durante la dedicazione della stessa basilica, e la colomba volante, Spirito Santo che spinge i suoi raggi fino alle acque. Ai lati tutti i personaggi suddetti, mentre la di sotto, tra le finestre, sono nove Apostoli separati da alberi di palme, simbolo del Paradiso e della felicità: agli angoli opposti i due artisti in dimensioni inferiori con gli strumenti di lavoro, martello, squadra, compasso.

Al di sotto si trova la sedia episcopale ad intarsio; gli affreschi del Grandi (1884) rappresentano Innocenzo III che approva gli ordini religiosi di francescani e domenicani e Leone XIII che approva i restauri.
Il sepolcro di Leone XIII si trova subito a sinistra: la statua di sinistra rappresenta un operaio e ricorda l’enciclica del Papa Rerum Novarum, con la quale Leone XIII stabilì le relazioni reciproche fra i lavoratori ed i datori di lavoro nella pratica della giustizia e dell’amore.
Quindi si accede al corridoio, detto Portico Leonino, con le memorie più antiche della basilica: vi si annoverano le tombe dei pittori Andrea Sacchi e Cavalier d’Arpino, le statue di Pietro e Paolo di Deodato di Cosma, la Tabula magna Lateranensis, ovvero due iscrizioni in mosaico del XIII secolo con la lista delle reliquie che si conservano nella basilica. Quindi la Sagrestia Vecchia, con l’Annunciazione del Venusti su disegno di Michelangelo; la Sala Clementina e la Sagrestia Nuova.
Si tratta di una struttura così densa nella decorazione che una singola visita, o un singolo articolo, difficilmente possono renderne conto: per qualcuno le stese dei cherubini, le balaustre delle cappelle, le foglie di alloro e le palme, tutto è opera d’arte. Inoltre i monumenti pertinenti alle tombe dei diversi papi hanno una singolarità: Borromini avrebbe voluto liberarsi di ognuna di esse perché poco adatte al nuovo stile da lui dato alla basilica ma le pressioni di papa Innocenzo X prima ed Alessandro VII Chigi dopo, dovettero farlo desistere, o quasi. Infatti, utilizzò un espediente: pur rinnovando le sepolture, conservò in ognuna una piccola parte della struttura originale, forse quella che riteneva meritevole, arrivando addirittura ad inglobare nei monumenti stessi le finestre ovali che si trovavano nelle navate laterali. Ne sono esempio il monumento per il cardinale de Chaves, di cui originali sono la figura distesa sul sepolcro e alcune sculture di Isaia da Pisa, il resto è opera del Borromini; e la tomba del cardinale Giussano, in cui di originale resta la sola lapide.

Fra gli importanti avvenimenti che qui si sono svolti si possono ricordare i Concili Ecumenici del 1123, 1139, 1215 e 1515; l’incoronazione a Re di Germania di Lotario da parte di papa Innocenzo II; l’incoronazione a Re di Sicilia di Carlo d’Angiò nel 1223 e l’Impero di Enrico VII di Lussemburgo nel 1312; sempre qui Cola di Rienzo dettò la sua “lex regia” nel 1347, nel tentativo delirante di riportare Roma al suo antico splendore repubblicano.
Dal 1926 nei giardini di fronte alla chiesa si trova il gruppo bronzeo raffigurante san Francesco di Assisi che leva le braccia verso il complesso lateranense: così dovette forse fare realmente alla vista della basilica e sostenente il Laterano pericolante lo sognò Innocenzo III.
E Dante dice: “Vedendo Roma e l’ardua sua opra / stupefacensi, quando Laterano / alle cose mortali andò di sopra” (Par. XXXI, 34 – 36).

Piazza di san Giovanni in Laterano, un museo a cielo aperto

Il Laterano, un sottosuolo ricco di storia, sotto la basilica ma non solo

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