San Lorenzo al Verano
San Lorenzo al Verano
O Fuori le Mura, la basilica terminale del Pellegrinaggio delle Sette Chiese
Almalinda Giacummo
Si tratta di una delle cinque basiliche patriarcali, superba fusione di diversi organismi i cui principali corpi sono la chiesa del IV secolo e quella del XIII, entrambe gravitanti sulla tomba del diacono spagnolo Lorenzo, martirizzato probabilmente durante il principato di Valeriano (253 – 269 d.C.), bruciato vivo lentamente su una graticola il 10 agosto 258 per la tradizione, nella proprietà terriera di un certo Lucio Vero, nel cimitero detto di Ciriaca, ancora secondo la tradizione una matrona romana.

Secondo una versione la prima grande basilica venne costruita dall’imperatore Costantino nel 330 d.C. circa: in effetti, l’imperatore aveva cominciato rendendo sempre più sontuoso il sepolcro del martire, isolandone la tomba, chiudendone le aperture con grate d’argento, creandole una cappella scavata nel tufo. In seguito dovette realizzare un basilica: si trattava di una basilica cimiteriale, legata quindi ai defunti ed al desiderio degli stessi, e dei loro familiari, di venire sepolti il più vicino possibile a personaggi venerati che intercedessero per loro. Un’altra versione data invece la costruzione della prima basilica all’epoca di papa Sisto III (432 – 440 d.C.): colui che reimpose il dogma della Santa Trinità e la maternità di Maria, quale Madre di Dio e che distribuì abbondanti ricchezze per la costruzione di nuove chiese romane. In entrambi i casi la basilica rinvenuta e databile in questo periodo viene detta Basilica Maior: secondo altre fonti Sisto III avrebbe fatto solo dei restauri, costituiti da colonne di porfido per la confessione, la realizzazione del ciborio e della transenna che girava tutt’intorno, l’altare coperto da grosse lastre d’argento e la nicchia per la statua d’argento dello stesso Santo, per un peso totale di 200 libre di argento. Molti furono i Papi che qui vollero essere sepolti: Zosimo, Sisto III, Ilaro, qui conduceva direttamente dalla porta Tiburtina un lungo portico.

In epoca successiva, papa Pelagio II (579 – 590 d.C.) fece erigere la Basilica Minor, essenzialmente un ampliamento del luogo ove si trovavano le reliquie del Santo, proprio a fianco della basilica più grande. Contemporaneamente dovette farvi sepellire anche le spoglie di santo Stefano, provenienti da Bisanzio. La basilica Maior dovette poi venire distrutta da un incendio probabilmente tra il IX ed il XII secolo, sul finire del quale papa Clemente III (1187 – 1191) fece costruire il chiostro ed iniziò la fortificazione di Laurentiopolis, una sorta di piccolo borgo fortificato, mentre Onorio III (1216 – 1227) diede alla basilica Minor l’aspetto che possiede oggi, proseguendo con un leggero disassamento la basilica pelagiana, demolendone l’abside, che venne in parte interrata e girando l’ingresso. L’arco trionfale pelagiano è la cerniera dell’insieme, la sua basilica originale il presbiterio di quella più recente.

Fino all’intervento di restauro forzoso del Vespignani, che in forme puriste modificò la struttura eliminando le decorazioni barocche aggiunte nel XVII secolo, nessun altro intervento di rilievo venne realizzato: il bombardamento del quartiere san Lorenzo durante la Seconda Guerra Mondiale, avvenuto il 19 luglio del 1943, ha poi dato il via ad un radicale intervento di restauro che ha riportato sostanzialmente la basilica all’aspetto del XIII secolo. In seguito a quel bombardamento papa Pio XII “defensor civitatis” visitò la basilica ed il quartiere san Lorenzo, profondamente ferito: una sua statua nel giardino, eretta con sottoscrizione pubblica dal quotidiano romano Il Tempo, commemora l’avvenimento.
La facciata è preceduta dalla statua bronzea del Santo al di sopra di una colonna di granito, opera del 1865 del Galletti: quindi la facciata laterizia a terminazione orizzontale con tre finestre ad arco e sguscio superiore, riproduzione dell’originale nelle forme ma dovuta ai restauri postbellici. Originariamente fra le finestre si trovavano alcuni affreschi di Silverio Capparoni che raffiguravano personaggi legati alla storia della basilica stessa, da Costantino a Pio IX, ed al di sopra Santi entro clipei. La cimasa, la modanatura terminale della cornice di gronda, è decorata con intagli vegetali e teste di leone.

Davanti si trova quindi il portico attribuito ai Vassalletto, con sei colonne di spoglio con imitazioni di capitelli ionici e due pilastri terminali per la trabeazione decorata con dischi di porfido e serpentino, mosaici frammentari ed una cornice lavorata a fiorami. Dei mosaici che lo ricoprivano originariamente si conservano solo tracce di Cristo Agnello e della Presentazione di Pietro di Courtenay (signore di Courtenay, conte di Nevers, d’Auxerre et de Tonnerre ed Imperatore latino di Costantinopoli dal 1217 al 1219) a san Lorenzo: all’interno del portico a sei colonne, quattro tortili e due lisce, si trovano i resti di alcuni affreschi con le Storie di san Lorenzo e Stefano, la leggenda dell’altare privilegiato (con s. Lorenzo che rivela ad un monaco come ad ogni messa celebrata sulla sua tomba un’anima salirà al cielo) e del sacro cingolo (secondo alcuni da identificare con la cintura della Madonna), del Conte Enrico II devoto del Santo e del calice d’oro e le sue battaglie contro gli Slavi, la Messa miracolosa di san Pietro nel 1061, tutti di fine XIII, opera del Maestro Paolo e di suo figlio Filippo, come recitava un’iscrizione scomparsa ma tramandata da Antonio Eclissi, con alcuni restauri successivi. Notevoli le fasce divisorie con racemi, zig-zag, lunule, in rosso ed in verde. Sono poi presenti alcuni sarcofagi di epoca antica ed il monumento ad Alcide De Gasperi di Giacomo Manzù.

All’esterno, sul piazzale, guardando verso destra si vede quindi il monastero con portico ad arcate ribassate con altre colonne di spoglio ed eleganti esafore, oltre al campanile in laterizio tipicamente romanico laziale, con otto piani di cui cinque originariamente aperti a bifore e torre legata a circuito murario dell’antica Laurenziopoli. Ha elementi di colore rappresentati da dischi e croci cosmatesche, scodelle di maiolica.
Attraverso una porta architravata e due leoni stilofori del precedente protiro, con fra le zampe un bambino ed una preda, si entra poi in basilica attraverso un portale decorato da un’aquila che agguanta un serpente.
Entrando si percepisce come si tratti di due corpi diversi, non posti lungo la stessa direttrice: la basilica di Pelagio II è stata adattata a presbiterio, mentre quella di Onorio è a tre navate con 22 colonne di riutilizzo (granito rosso, bigio, cipollino), per alcuni forse provenienti da un edificio più antico, forse la basilica costantiniana; i capitelli invece sono di epoca medievale, uguali a quelli del portico, forse tutti opera dei Vassalletto. Il soffitto è a capriate lignee.

Già la controfacciata è notevole: vi si addossano un sarcofago del III secolo d.C. con scene di matrimonio riutilizzato come tomba per il cardinale Guglielmo Fieschi, nipote di papa Innocenzo IV, ed impreziosito da un baldacchino cosmatesco con colonne ioniche, soffitto a doppio spiovente ed architravi con colonnine, ed un affresco (Ordinazione di santo Stefano) riposizionato opera del Fracassini durante il pontificato di Pio IX (1846 – 1878), in origine posto insieme ad altri al di sopra dell’architrave lungo la navata centrale.
Sempre cosmateschi sono il pavimento, i due amboni (luogo elevato posto innanzi al presbiterio, destinato in origine al cantore di antifone e dal vescovo per essere meglio udito dai fedeli; in seguito si trasforma nel pulpito) ed il candelabro pasquale, tutti dell’inizio del XIII secolo. In origine nel pavimento, all’interno di una cornice romboidale inserita in un quadrato si trovava un mosaico raffigurante due cavalieri armati ed affrontati, probabilmente appartenenti alla famiglia dei Savelli, così come doveva mostrare gli stemmi sugli stendardi: oggi una lapide al suo posto ricorda la riedificazione della chiesa dopo il bombardamento.

I due amboni vengono definiti dell’Epistola, quello di sinistra, e del Vangelo a destra: il primo è estremamente semplice così sopraelevato su una base di marmi pregiati, in marmo grigio con una lastra di porfido su un lato e scaletta laterale che conduce fino al pulpito in cui si trova una colonnina reggi leggio; il secondo è un cosmatesco più articolato, con base tripartita di marmo greco, granito bianco e grigio, quindi una lunga lastra rettangolare con due specchiature quadrate di porfido a cornice di un disco di serpentino, per terminare in una girandola di tessere colorate: stessi motivi lungo le due parti triangolari che fiancheggiano le scale di accesso alla parte superiore ed il pulpito vero e proprio, un trilaterale sporgente con al centro un’aquila in rilievo con preda fra gli artigli. Le transenne posteriori sono forse un riutilizzo di IV secolo, provenienti per alcuni dall’antica schola, che doveva trovarsi in fondo alla navata centrale, o da una recinzione della tomba di Lorenzo. A fianco si trova il candelabro per il cero: colonna spiraliforme decorata a sberluccicante mosaico su base realizzata con due leoni e capitello composito nella parte alta.
Lungo la navata destra si conservano i resti di alcuni affreschi raffiguranti dei Santi ed una Madonna con Bambino e Santi, opera del pittore Crescentius: in fondo alla navata si trova la cappella di san Tarcisio, opera del Vespignani con dipinto raffigurante santa Ciriaca che seppellisce san Lorenzo del Savonanzi e la Decollazione del Battista del caravaggesco Giovanni Serodine, entrambe opere forse del 1619. Da questa cappella si accede al chiostro, ad arcatelle di colonnine singole e binate con capitelli privi di ornati, del XII secolo, di papa Clemente XII, e piano superiore con polifore, del XV secolo. Lungo il perimetro di colonnine vi è un solo elemento discordante: un pilastro circolare. Nel chiostro sono custoditi diversi frammenti. Vi è inoltre un ingresso al cimitero monumentale del Verano.

Esattamente di fronte si trova invece la cappella di santa Ciriaca il cui ingresso è scandito dalle tombe di Gerolamo Aleandri, segretario dei cardinali Bandini e Barberini, e di Bernardo Guglielmi, maestro di scienze giuridiche ed opera probabilmente del fiammingo Francesco Duquesnoy, disegnate forse nell’insieme da Pietro da Cortona: quindi una scalinata con lo stemma di Pio IX sulla volta e rilievi alle pareti con le Anime Purganti fra marmi. Nella cappella vera e propria si trova un’altare con lo stemma donato dal cardinale Alessandro Farnese nel XVI secolo ed una Pietà forse quattrocentesca, con lo stemma Farnese nella cornice e le chiavi pontificie nell’edicola. Vi è inoltre l’accesso alle catacombe omonime. Della regione sotterranea restano visibili poche parti: la costruzione del Verano ha causato l’interramento e la scomparsa di varie parti, a cominciare da quella di superficie (subdiale). Fra i resti si osserva la presenza di pitture raffiguranti il Salvatore fra due Santi, Giona, Mosè, il Buon Pastore ed il Giudizio del defunto, tutti rappresentati nella decorazione dell’arcosolio di un certo Zosimiano; Gesù con le Vergini prudenti e le stolte, il miracolo della manna nel deserto, la Negazione di Pietro, l’ascesa al cielo di una defunta, uno dei Magi con la stella con il monogramma di Cristo.
Tornando in basilica si osserva come la piattaforma che regge l’altare maggiore segua l’andamento della basilica pelagiana, mentre la tomba venerata del Santo si trova nella confessione, nella sistemazione realizzata dal Vespignani con quattro colonne antiche di breccia bianca e nera.

L’arco trionfale conserva resti di una pittura del Fracassini con Maria in gloria seduta tra san Lorenzo e Giustino prete a sinistra e santo Stefano e santa Ciriaca martire a destra, i profeti Isaia e Daniele nei pennacchi: opera accademica che riprendendo motivi ed ispirazione paleocristiani cerca di fare da unione fra la decorazione originale dell’arco dal lato pelagiano e la basilica onoriana con restauri ottocenteschi. Il lato opposto è quindi quello originale con un mosaico di fine VI secolo con Gesù su globo azzurro al centro tra i santi Paolo, Stefano ed Ippolito, che offre la corona del martirio, a destra e Pietro, Lorenzo, che posa la mano sulla spalla (commendatio animae) di papa Pelagio, che offre a Dio la basilica di san Lorenzo, a sinistra, ai lati estremi Gerusalemme e Betlemme, la scritta che ricorda il martirio di san Lorenzo fra le fiamme, incorniciati da fiori e frutti nel sottarco. Fondo oro in assenza di spazio
Quindi si passa nel presbiterio attraverso due scalinate di sette gradini ciascuna, poste ai due lati, nella basilica pelagiana: le originali colonne scanalate in pavonazzetto, con basi ioniche e capitelli corinzi, ad eccezione di due colonne a fusto rudentato e capitello con vittorie alate e trofeo di armi, reggono una trabeazione di elementi di riutilizzo con decorazione ad armi e fogliami per il matroneo con colonnine a capitelli compositi che gira lungo i tre lati della basilica, con un numero di colonnine identico a quello della scansione inferiore. Le colonnine però sono di tipo diverso: alcune rudentate, una tortile, due lisce e nere su plinti cubici con la croce incisa da cui pendono gli apocalittici α ed ω, tutte coronate da capitelli corinzi e pulvini a tronco di piramide rigonfia e ribaltata, mente gli intercolumni sono chiusi da balaustre del tempo di Pio IX. Onorio fece fare il pavimento cosmatesco, sopraelevato per rendere fruibile al di sotto la confessione alle reliquie del Santo, insieme a quelle di Stefano e Giustino, poste dietro un altare di fine XII secolo, racchiuso da grate in ferro dorato opera dei fabbri della corporazione di sant’Eligio, il tutto entro recinto di marmo con al centro lastra marmorea su cui sarebbe stato adagiato il corpo di san Lorenzo ancora ardente.

Otto colonne marmoree, bianche verdi e nere reggono il soffitto della confessione. Quindi il presbiterio risulta a due altezze diverse, per le navate laterali e per la zona centrale, sopraelevata. Inoltre Onorio fece spostare nell’attuale posizione il ciborio, firmato nel primo architrave dai marmorari romani Giovanni, Pietro, Angelo e Sasso, figli di Paolo (Ann. D. MCXLVIII Ego Hugo Humilis Abbas Hoc Opus Fieri Feci. Iohs Petrus Angelus Et Sasso Filii Pauli Marmor Hui Opis Magistri Fuer): è costituito da quattro colonne di porfido trabeate con copertura a piramide con base ottagonale, doppia galleria di colonnine, la prima quadrata la seconda ottagonale, e lanternino anch’esso ottagonale. Sempre onoriana la cattedra episcopale a dorsale trilobato con dischi di porfido e serpentino e mosaici: del 1254, chiude i due plutei, con decorazione anch’essa cosmatesca di quadrati di porfido e serpentino incorniciati in sfavillanti mosaici, con colonne tortili del coro rialzato.
I banchi sono duecenteschi, realizzati con i lavori di Innocenzo IV, con due leoni alle estremità, imitazioni di quelli egizi e per alcuni opera sempre dei Vassalletto.
Si accede quindi alla basilica pelagiana dal suo fondo originale: l’ingresso alla basilica a tre navate con matronei, possedeva un endonartece che fu trasformato dal Cattaneo alla fine dell’800 in cappella funeraria per papa Pio IX Mastai Ferretti. La cappella fu costruita da Raffaele Cattaneo ad imitazione di edifici paleocristiani e ravennati, con mosaici su cartone di Ludovico Seitz con episodi del pontificato di papa Pio IX: nonostante il Papa avesse richiesto una sepoltura semplice, un comitato presieduto dal conte Acquaderni fece coprire di mosaici tutto l’ambiente usando le offerte pervenute da tutto il mondo. Sono presenti le immagini dei santi Lorenzo, Pietro, Paolo e Stefano, Ciriaca ed Agnese, Francesco d’Assisi, Giuseppe e Caterina da Siena, quindi gli stemmi delle diocesi e degli enti che hanno finanziato l’opera.
Nella basilica sono anche presenti due acquasantiere realizzate sempre dal cardinale Farnese, un fonte battesimale con statuetta bronzea dell’epoca di Pio IX, la tomba di un tal Giuseppe Rondinino, morto nel 1649 in battaglia contro i Turchi, quella di Michele Bonelli, pronipote di papa Pio V.












