San Paolo fuori le mura

Una delle Sette Chiese di san Filippo Neri, un po’ rimaneggiata…

Almalinda Giacummo

La storia della basilica è piuttosto travagliata: secondo la tradizione venne eretta una cella memoriae sul luogo in cui fu sepolto san Paolo lungo la via Ostiense. Costantino vi eresse quindi una piccola basilica, consacrata da papa Silvestro il 18 novembre del 324 d.C.: l’abside doveva coincidere con l’attuale arco trionfale, direttamente al di sopra della Confessione, mentre l’ingresso doveva essere sulla via Ostiense.

Pare, inoltre, che la tomba dell’Apostolo fosse contenuta in un cubo di bronzo chiuso verso l’alto da un’epigrafe marmorea che faceva da pavimento ad una stanzetta, chiamata Arca. La Basilica fu poi ricostruita da un tal architetto Ciriade per ordine degli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio nelle dimensioni attuali per essere riconsacrata da papa Siricio nel 390 e terminata definitivamente dall’imperatore Onorio nel 395, così come testimonia l’iscrizione nell’arco trionfale. In quest’ultimo, assai rimaneggiato, si ricorda anche Galla Placidia, figlia di Teodosio e sorella di Onorio, che fece realizzare lo stesso mosaico. Oggi, quest’opera rappresenta Cristo benedicente al centro con due angeli adoranti ed i simboli dei quattro Evangelisti, poi le figure di 24 vecchi che presentano corone a Cristo, quindi san Pietro e san Paolo.

Dall’VIII secolo è attestato in zona un piccolo stato monastico, costituito da un borgo addossato alla stessa basilica che, fortificato da Giovanni VIII, soprattutto a causa dei ripetuti attacchi, fra cui quelli da parte dei Longobardi nel 739 e dei Saraceni nell’847, prese il nome di Giovannopoli. Il centro fu abitato fino al terremoto del 1348 che causò, tra l’altro, il crollo del campanile del XI secolo. Subito rifatto, crollò nuovamente nel 1823 e venne edificato nelle forme attuali su progetto di Luigi Poletti con i primi tre ordini a pianta quadrata, il quarto ottagonale, l’ultimo a tempietto circolare con colonne corinzie, secondo alcuni più simile ad un faro, agibile da un pesante portale bronzeo di Costantinopoli. Tra le varie traversie, la Basilica fu saccheggiata dalle milizie di Carlo V nel 1527.

Nella basilica lavorarono molti artisti importanti: nel XIII secolo i Vassalletto, Arnolfo di Cambio e Pietro Cavallini, nel XV secolo Benozzo Gozzoli e Antoniazzo Romano; sotto il pontificato di papa Sisto V furono rifatti i soffitti lignei delle navate e venne demolito il presbiterio; nel XVII secolo vi operarono Onorio Longhi e Carlo Maderno. Poi, nella disgraziata notte fra il 15 ed il 16 luglio del 1823, la chiesa prese fuoco: secondo le cronache gli operai che stavano risarcendo il tetto avrebbero spento male delle braci usate per sciogliere la pece che, cadendo, avrebbero poi originato l’incendio. Taciuto l’accaduto al papa al soglio pontificio in quel momento, ma prossimo alla morte, Pio VII Chiaramonti, il successore, papa Leone XII, nominò una commissione che scartò il progetto di ricostruzione ideato da Giuseppe Valadier e decise invece di riedificarla secondo il progetto originale.

A seguire direttamente i lavori furono Pasquale Belli, fino al 1833 e coadiuvato da Pietro Bosio, Pietro Caporese ed Andrea Alippi; gli successe quindi Luigi Poletti, fino al 1869, che realizzò il campanile, la facciata ed il lato sinistro della basilica con il pronao ottastilo composto da 12 colonne di marmo greco dell’Imetto già in opera nella chiesa precedente: la prima colonna a destra della seconda fila porta incisa l’iscrizione dedicatoria della basilica di papa Siricio, riferita quindi alla costruzione teodosiana; quindi Virgilio Vespignani per il portico principale poi modificato da Guglielmo Calderini, Francesco Podesti per la cappella di s. Stefano ed Arnaldo Foschini per il battistero.

“Io visitai san Paolo il giorno dopo l’incendio. Ne ebbi un’impressione di severa beltà, triste quanto la musica di Mozart. Erano ancora vive le vestigia dolorose e terribili della sciagura; la chiesa era ancora ingombra di nere travi fumanti, semibruciate; i fusti delle colonne, spaccati per tutta la loro lunghezza, minacciavano ad ogni istante di cadere. I Romani, costernati, erano andati in massa a vedere la chiesa incendiata. Era uno dei più grandiosi spettacoli che io abbia mai visto” (Stendhal).

La facciata, che dà su viale s. Paolo, è preceduta da un ampio quadriportico, simile a quello che ornava l’ingresso di tutte le più antiche basiliche per consentire ai pellegrini le abluzioni. È composto da un lato da 10 colonne monolitiche di granito rosa di Baveno alte ognuna 10 m, mentre gli altri lati sono ornati da colonne di granito bianco di Montòrfano: al centro campeggia la statua di s. Paolo opera di Giuseppe Obici, mentre quella di s. Luca, più defilata, è opera di Francesco Fabj-Altini; le statue di s. Pietro e di s. Paolo sotto il portico sono invece di Gregorio Zappalà. Il mosaico della facciata con Cristo benedicente fra i santi Pietro e Paolo, l’Agnus Dei ed i quattro Profeti è opera di Filippo Agricola e Nicola Consoni: dal monte su cui è adagiato l’Agnello Pasquale sgorgano quattro fiumi, la Grazia Divina, che danno acqua e dissetano 12 pecore, i Cristiani, provenienti da Gerusalemme e Betlemme, le città mistiche rappresentate sullo sfondo. Al di sotto la porta centrale, opera di Maraini, è in bronzo con croce ageminata in argento al centro, oltre a 16 ovali in lapislazzuli con gli Apostoli ed i simboli degli Evangelisti; poi scene della vita dei santi Pietro e Paolo.

L’interno è maestoso: diviso in cinque navate da 80 colonne monolitiche di granito bianco di Montòrfano, ha una grande navata centrale, larga oltre 24 metri con un soffitto a lacunari in stile cinquecentesco fatto costruire da papa Pio IX il cui stemma campeggia al centro così come sulla porta maggiore retto dagli angeli di I. Jacometti e S. Revelli, un transetto libero ma poco sporgente e quattro cappelle ai lati dell’abside.
La decorazione è di per sé piuttosto sobria, la luce delle finestre chiuse da lastre di alabastro, regalato agli inizi del ‘900 dal re egiziano Fuad I, confonde, alcuni dipinti quasi spariscono nelle stesse pareti: tra le finestre si trovano 36 affreschi rappresentanti le Storie di s. Paolo di P. Gagliardi, F. Podesti, G. De Sanctis, F. Coghetti e C. Mariani, fra gli altri, opere pagate da Pio IX con denaro prelevato direttamente dal suo fondo privato.
Ogni episodio è accompagnato dal testo di Luca negli Atti degli Apostoli, fonte di ispirazione primaria per gli artisti, ad eccezione delle ultime quattro immagini, per le quali la diversa fonte viene ugualmente indicata: la vita che se ripropone vede una personalità disposta a lasciarsi condurre da Dio, piena di zelo apostolico e di coraggio nell’annunciare il Vangelo, i suoi viaggi missionari, l’amore incondizionato testimoniato dal martirio. Al di sotto è presente un fregio con i ritratti in mosaico dei pontefici da s. Pietro a Benedetto XVI. Originariamente si trattava di pitture, oggi i mosaici sono realizzati dalla scuola Vaticana: secondo una curiosa tradizione quando sarà esaurito lo spazio previsto per i ritratti dei Papi ci sarà la fine del mondo.
Ci sono quindi nicchie con le statue degli Apostoli, opera F. Fabj-Altini, A. Allegretti, G. Trabacchi, E. Gallori, E. Maccagnani e F. Cifariello. Nella parete d’ingresso si trovano 6 colonne di alabastro donate dal viceré d’Egitto a papa Gregorio XVI nel 1843.

Anche in san Paolo è presente una Porta Santa, con battenti bronzei cesellati e damaschinati in argento con rappresentazioni del Vecchio e del Nuovo Testamento, opera di Staurachios da Scio. La porta, fusa a Costantinopoli nel 1070 e montata lo stesso anno nel portale centrale della Basilica di San Paolo Fuori le Mura, è composta da 54 formelle in cornici lisce che rappresentano episodi della vita di Cristo, Profeti, Apostoli ed il loro martirio, emblemi cristiani ed iscrizioni. Tutto é realizzato ad agemina, con argento in una particolare lega di bronzo a costituire l’oricalco, il cui colore aureo dà all’argento un netto risalto.
La Porta fu donata da Pantaleone, della famiglia dei Mauroni di Amalfi, quando la basilica era retta da Ildebrando di Sovana, futuro papa Gregorio VII: le informazioni, comprese le firme di chi l’ha disegnata, Teodoro, e del fonditore, Staurachios, sono date dalle numerosissime iscrizioni in latino, greco e siriano, leggibili sulla porta stessa.
Al termine della navata centrale si trova il cosiddetto arco di Galla Placidia, erroneamente attribuito alla nobildonna per l’iscrizione posta sull’orlo dell’arcata: è impostato su due colonne di granito di Montòrfano con capitelli ionici, vicino alla base si trovano altre due colonne dedicate a san Pietro e san Paolo, rispettivamente dello Jacometti e del Revelli. I mosaici, molto restaurati, raffigurano il Salvatore benedicente fra due angeli adoranti, i simboli dei quattro Evangelisti, i 24 Seniori dell’Apocalisse, i santi Pietro e Paolo nei mistilinei; sul retro Cristo benedicente tra i simboli dei santi Luca e Marco ed i santi Pietro e Paolo, pertinenti ai mosaici del Cavallini e presenti nell’antica facciata. Quest’ultima doveva rappresentare al centro un clipeo con il Salvatore, sostenuto da angeli ed affiancato dai simboli dei quattro Evangelisti, al di sotto vi erano invece le figure di san Paolo, la Vergine, san Giovanni Battista e san Pietro.

A dominare dall’alto è comunque il ciborio opera di Arnolfo di Cambio, forse in collaborazione con il Cavallini nel 1284.
Quattro colonne di porfido con capitelli in marmo dorato sostengono altrettante nicchie angolari con le statue dei santi Pietro, Paolo, Luca e Benedetto, nei mistilinei otto bassorilievi con l’abate Bartolomeo che offre il tabernacolo a san Paolo, accompagnato da un assistente che sostiene le insegne vescovili, e con dietro san Luca, Caino ed Abele che offrono sacrifici a Dio che benedice il secondo e non accetta i doni del primo, gli imperatori Costantino e Teodosio, Adamo ed Eva dopo il peccato originale. Nei timpani quattro angeli reggono i rosoni a traforo, quattro incensano la tomba del Santo posta al di sotto dei peducci della volta a crociera ed altri quattro reggono la chiave di volta. Quindi, al di sotto dell’altare si trova, secondo la tradizione, la Tomba di san Paolo.

Un altro capolavoro presente nella basilica è il candelabro per il cero pasquale di Nicolò di Angelo e Pietro Vassalletto, del XII secolo: alla base quattro donne stringono il collo di altrettanti animali mostruosi, mentre lungo il fusto si trovano sei parti in cui sono raffigurate storie della Passione.
Sullo sfondo l’abside a sfondo dorato con al centro Cristo benedicente con vicino il piccolo dedicante, papa Onorio III, prostrato a terra a baciare i piedi del Cristo, quindi san Pietro e sant’Andrea a destra, san Paolo e san Luca a sinistra; al di sotto si trova un altare con l’Evangelario chiuso ed una croce gemmata (Hetimasia) ed i simboli della Passione, fra cui la corona di spine infilata su un’asta, la lancia della trasverberazione sponsale, la spugna per l’aceto ed i chiodi della crocefissione immersi nel calice del Sangue. Il tutto fra alcuni angeli ed una teoria di Apostoli e Santi: vi sono raffigurati Giacomo Maggiore, Giovanni Evangelista, Bartolomeo, Filippo, Tommaso, Matteo Evangelista, Simone, Giacomo Minore, Mattia, Giuda Taddeo, Marco Evangelista, Barnaba. Tutto è racchiuso ancora entro due palme che simboleggiano il martirio.

Al di fuori dell’arco dell’abside, si osservano a destra san Giovanni Evangelista che benedice Giovanni XXII ed il simbolo dell’Apostolo, mentre a sinistra si trova una Madonna in trono con il Bambino ed il simbolo di san Matteo, tutte opere queste del Cavallini in origine sulla facciata. Probabilmente fin dall’origine una teofania absidale doveva illuminare la basilica postcostantiniana ma l’opera attuale è databile al pontificato di papa Innocenzo III, con aggiunta di altri artisti mosaicisti da parte di papa Onorio III: in seguito subì moltissimi restauri per finire sotto le pesanti mani ottocentesche quando, per cercare di rendere omogenei colori diversi “la superficie fu pettinata con cenere di feccia”.

Al centro dell’abside è collocata la sedia papale, incorniciata da quattro colonne corinzie e decorata da un bassorilievo dorato con raffigurato Cristo che dà le chiavi della Chiesa a san Pietro, del Terrani; nella lunetta, opera del Camucci, san Paolo viene sollevato al Terzo Cielo. Il Transetto è contraddistinto dagli stemmi palali (Pio VII, Leone XII, Pio IX, Gregorio XVI) e dal simbolo della basilica, rappresentata da un braccio con la spada, sul soffitto. Lesene corinzie ricavate dalle originali colonne in pavonazzetto ripartiscono gli spazi, mentre le testate sono arricchite dagli spettacolari altari rivestiti in malachite e lapislazzuli donati dallo zar Nicola I (1825 – 1855). Al di sopra a sinistra si trova la Conversione di san Paolo del Camuccini, tra san Romualdo e san Gregorio Magno.
Segue la prima cappella, intitolata a santo Stefano, con la Lapidazione (Podesti) e la Cacciata dal Sinedrio (Coghetti); segue la cappella del Santissimo Sacramento di Carlo Maderno con un crocefisso del XIV secolo attribuito al Cavallini, pur con delle remore da parte della critica, per una parte della quale il pittore, ormai vecchio e quasi cieco, si sarebbe dedicato a modellare il legno, mentre per altri studiosi si tratterebbe dell’opera di Tino di Camaino, ed una Madonna musiva del XII secolo, oltre ad una statua lignea raffigurante san Paolo (XIV – XV) e ad una di santa Brigida di Svezia, di Stefano Maderno, a ricordo del miracolo per il quale lo stesso crocefisso parlò alla Santa, qui rappresentata in contemplazione.
Subito a fianco si trova un’icona bizantina del XIII secolo che raffigura la Madonna e davanti alla quale s. Ignazio di Lojola avrebbe proferito il 22 aprile 1541 i suoi voti religiosi fondando la Compagnia di Gesù. Ancora di Carlo Maderno la cappella del Coro, o di san Lorenzo con trittico marmoreo attribuito alla scuola di Andrea Bregno; quindi la cappella di san Benedetto: qui, con l’ausilio di 12 colonne marmoree provenienti dall’antica città di Veio, il Poletti volle riprodurre l’interno di un tempio pagano. Infine, l’altare del transetto di destra è decorato dalla copia in mosaico dell’Incoronazione di Maria di Giulio Romano e Francesco Penni, con vicino santa Scolastica del Baini e san Benedetto del Gnaccarini.
L’acquasantiera con rappresentata una bambina che si salva dal Maligno toccando l’acqua consacrata è opera ottocentesca di Pietro Galli.

Nelle immediate vicinanze si trova poi la Sala del Martirologio, o Oratorio di san Giuliano: qui si trovano lacerti di affreschi con Santi del XII – XIII secolo, quindi il restaurato battistero a croce greca con quattro colonne di epoca antica con capitelli ionici, ancora più avanti un san Paolo dipinto probabilmente da Antoniazzo Romano, quindi la sala Gregoriana, con la statua di Gregorio XVI del Rinaldi, affreschi del XV secolo, con rappresentati Cristo adorato dagli angeli ed una Madonna con Bambino tra Santi, e lacerti di mosaici provenienti dall’abside di XIII secolo.

Di grande impatto il Chiostro cosmatesco, dove si entra previo pagamento di biglietto, opera parzialmente del Vassalletto e realizzato tra la fine del XII secolo ed il 1214, per alcuni, tra il 1205 ed il 1240 per altri. Archetti con trabeazione ornata da intarsi marmorei policromi e mosaici sono sostenuti da colonne binate, a loro volta lisce, a spirali, sfaccettate, con intarsi. In una libertà di azione totale da parte degli artisti ma inserita in un progetto unico e generale.

Un’iscrizione a lettere azzurre su fondo oro corre su tre lati e descrive l’opera, mentre animali, elementi floreali e di fantasia ornano ogni dove. All’inizio del XIX secolo Paul Le Cour studiò qui un esempio di Triplice Cinta: si tratta di incisioni che rappresentano il gioco del Filetto, con tre quadrati concentrici e quattro segmenti che uniscono i punti mediani dei lati. Secondo Platone con i cerchi al posto dei quadrati era la planimetria di Atlantide, per la Bibbia è il cortile del tempio di re Salomone o la Gerusalemme Celeste. Richiama come simbolo l’idea del centro sacro, i tre livelli essenziali della realtà, i tre gradi di iniziazione. Quella quadrata sarebbe la versione terrestre, quella circolare la celeste, fino al Principio.
Nell’adiacente sala si trova la Pinacoteca.
Una curiosità: nello stemma della Basilica si ricorda anche la corte inglese che, prima dello scisma anglicano, era membro del Capitolo di s. Paolo: il privilegio fu qui esercitato dai cattolici Stuart esiliati e giunti in Italia, a Roma. Dal XIX secolo quindi gli stemmi abaziali hanno intorno allo scudo una fascia con il motto dell’Ordine della Giarrettiera, il più antico e prestigioso dell’intero Regno Unito: “Honi soit qui mal y pense (“Sia vituperato chi ne pensa male”).

Quindi anche nel caso di san Paolo la fede ci spinge a pensare che qui sia stato sepolto il santo: la tradizione vuole che sia stato decapitato lungo la via Ostiense, presso le Aquae Salviae ed in quel luogo oggi sorge la basilica delle Tre Fontane, scaturite dai salti fatti dalla testa al momento del distacco dal collo. Quindi il prediletto discepolo Timoteo avrebbe trasportato le spoglie dell’Apostolo nelle proprietà di una Lucina, nei cui terreni si trovava un cimitero sopraterra: gli scavi di quest’ultimo hanno dimostrato come vi fossero sepolture sia pagane sia cristiane. Scavi effettuati fra il 2003 ed il 2006 hanno permesso inoltre di individuare effettivamente i resti della prima basilica, con l’abside girata rispetto all’attuale, ed un altare marmoreo, esattamente al di sotto dell’altare centrale della basilica, lì dove sempre la Fede ha portato a ricostruire la tomba di Paolo.

La sistemazione attuale consente di vedere sia un lato del sarcofago sia una breve catena di soli 9 anelli, parte di quella che avrebbe imprigionato a Roma san Paolo. Teodosio dovette far costruire una sorta di altare di rivestimento per il sarcofago, con quattro lastre marmoree poste in verticale; a Leone Magno (440 – 461 d.C.) è da ascrivere la sopraelevazione della zona dell’altare ed il riutilizzo delle lastre con la scritta Paulo ApostoloMart,in cui i fori indicano come sia stata utilizzata per far passare oggetti e stoffe da mettere direttamente a contatto con il corpo del Santo. Un nuovo innalzamento ci fu con Gregorio Magno (590 – 604 d.C.), con un nuovo altare direttamente a contatto con quello di Leone Magno ed una cripta che consentiva l’accesso ai pellegrini. In origine comunque dovette trattarsi di una semplice fossa terragna e forse solo con l’imperatore Costantino l’Apostolo delle Genti cominciò ad avere una dimora eterna più monumentale.

All’uscita della basilica sono musealizzati reperti facenti parte della basilica distrutta, basi, capitelli tardo antichi, colonne in frammenti.

La necropoli Ostiense

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