San Pietro e la necropoli precostantiniana

SAN PIETRO E LA NECROPOLI PRECOSTANTINIANA
La tomba dell’Apostolo fra pagani e fedeli di Roma

Almalinda Giacummo

Durante l’età imperiale l’ager Vaticanus si raggiungeva attraversando quello che in età medievale sarà detto ponte Neroniano, ma che dovette invece essere edificato dall’imperatore Caligola.

Quindi si poteva proseguire in due modi: girando verso sinistra, lungo la via Cornelia, in direzione di Caere, oppure andando verso nord, verso Monte Mario e verso Veio, lungo la via Trionfale. Lungo entrambe le vie, come lungo la maggior parte delle strade romane nei tratti suburbani, si posizionavano i cimiteri: per la via Trionfale, che doveva unirsi a Clodia e Cassia nella zona della Giustiniana, lungo le pendici del colle vaticano sono noti i sepolcreti detti dell’Annona, perché rinvenuto in corrispondenza del supermercato della Città del Vaticano, quello dell’Autoparco, quello della Galea, una famosa fontana seicentesca presso la quale è stata ritrovata la tomba più antica, una fossa con copertura alla cappuccina con tegole bollate in età augustea, quello di s. Rosa, solo per citarne alcuni.

Si tratta di aree sepolcrali raccordate da viabilità interne, spesso in forte pendenza: altre aree necropolari sono note in diverse zone della Città del Vaticano, ma di alcune si è persa traccia; si tratta delle sepolture in quella che alla metà dell’800 era la località Prato del Belvedere, quindi ritrovamenti sotto l’edifico delle Poste Vaticane, al di sotto di s. Pellegrino degli Svizzeri, del Cortile di s. Damaso, dell’Officina elettrica ed in via Leone IV, via moderna che ricalca in parte il percorso della via Trionfale. Secondo gli studiosi, si tratta di necropoli realizzate senza un preciso programma edilizio, con sepolture disposte per lo più in base allo spazio disponibile ed alle sue caratteristiche: l’inusuale stato di conservazione consente però di avere uno spaccato piuttosto vivo e preciso di arredi, usi e costumi in un arco di tempo che va dalla metà del I secolo d.C. all’inizio del III, pur con qualche attardamento legato a riutilizzi, fino al V secolo d.C.

Lungo la via Cornelia, invece, si trova la necropoli più famosa in assoluto, quella all’interno della quale è stata identificata la tomba dell’apostolo Pietro. Messa in luce durante alcuni scavi voluti da papa Pio XII tra il 1940 ed il 1957, in generale si tratta di una necropoli in parte pagana in parte cristiana costituitasi tra il I ed il IV secolo d.C.: all’estremità O si trova la cosiddetta tomba di s. Pietro, in corrispondenza della quale verrà poi realizzato il baldacchino berniniano della basilica di s. Pietro. I lavori furono iniziati in realtà 1939: si doveva realizzare la tomba per papa Pio XI e durante gli scavi emerse parte di un cornicione pertinente ad uno dei mausolei della sottostante necropoli. Furono quindi indetti nuovi scavi diretti da monsignor Ludwig Kaas e padre Antonio Ferrua: la vigilia di Natale del 1950 il Papa annunciò che era stata ritrovata la Tomba di Pietro.

La necropoli è costituita da una serie di mausolei in muratura di laterizi allineati il direzione est-ovest lungo un iter o piccola strada, ognuno appartenente ad una famiglia spesso ricordata nell’epigrafe posta sulla facciata, al di sopra della porta d’ingresso: da alcune iscrizioni sappiamo anche che un mausoleo in laterizi di circa 20 m² ed alto 5, veniva a costare compreso l’arredo circa 6000 sesterzi, si trattava quindi di persone abbienti, spesso liberti. La posizione è dettata dalla particolare orografia della collina vaticana, che lungo il versante est – ovest presentava un pendio poco sensibile, mentre verso nord – sud sarebbero stati necessari imponenti lavori di sbancamento/rialzamento di livello.
Dal II secolo d.C. la necropoli si allarga fino ad invadere parte del Circo di Caligola, che sorgeva, guardandola, lungo il lato sinistro della basilica di s. Pietro. Probabilmente il circo doveva avere gradinate in legno perché non sembra che ci fossero strutture murarie preesistenti: è inoltre famoso perché nell’immediata emergenza dell’incendio che distrusse parzialmente Roma nel 64 d.C. qui furono accolti gli sfollati e successivamente furono “giustiziati” alcuni cristiani, fra cui appunto Pietro, ritenuti colpevoli, fra l’altro, del medesimo incendio. La sua vita dovette comunque essere breve: al di sotto di quella che era nota come la rotonda di s. Andrea, antica sagrestia della prima basilica di epoca costantiniana, sono stati trovati i resti di un mausoleo circolare monumentale, di circa 30 m di diametro, datato all’epoca di Caracalla (211 – 217 d.C.) e dentro il circo.

La conservazione della necropoli si deve all’imperatore Costantino: la sua decisione di costruire una grande basilica al di sopra di quella che era considerata la tomba di Pietro, lungo un declivio coperto di tombe, lo fece optare, in qualità anche di Pontefice Massimo, per il ricolmamento del dislivello, senza distruggere le tombe esistenti ma semplicemente coprendole con materiale proveniente dalla parte alta del pendio. I lavori comportarono la costruzione di muri di contenimento alti fino a 7-8 m e di una platea di calcestruzzo di circa 240 x 90 m che sostenne la prima basilica, fra il 319 ed il 324 d.C. Lo studio della necropoli ha però evidenziato come anche durante la costruzione delle fondazioni della basilica costantiniana si sia comunque continuato a seppellire nella zona ed a cercare le spoglie dei parenti, secondo quel senso di forte legame affettivo fra le famiglie e le loro tombe.
Cominciando da est si trova la tomba di Popilio Heracla, che con gli edifici adiacenti, posti lungo il limite N, è fra i più antichi dell’intera necropoli e si data in età adrianea (117 – 138 d.C.). Può anche essere fatta una distinzione di massima in base al tipo di sepoltura utilizzato: infatti, nei mausolei della fila a nord si vede come siano presenti sia arcosoli sia nicchie per olle da incinerazione, mentre nei mausolei posti lungo il lato sud ci siano solo file di arcosoli, a testimoniare di come ad un certo punto il rito dell’inumazione abbia preso il sopravvento. Nell’iscrizione si ricorda parte del testamento di Popilio: infatti, il defunto dichiara di voler essere sepolto in Vaticano, accanto al circo, vicino al sepolcro di Ulpio Narcisso. Quindi si trova il mausoleo con la tomba di Fabia Redempta; quello di L. Tullius Zethus che all’interno presenta, oltre a stucchi e mosaici pavimentali in bianco e nero, anche le iscrizioni funerarie dei figli e diversi sarcofagi qui messi alla rinfusa al momento della costruzione della basilica. Il Mausoleo di Tyrannus e Urbana, liberti dell’imperatore Adriano, con dipinti dei pavoni affrontati con un cesto di frutta e fiori nel mezzo; il doppio mausoleo per due famiglie di liberti, i Tullii ed i Caetennii, nell’ultimo dei quali sono sepolti i cristiani Siricio ed Emilia Gorgonia, anima dulcis, raffigurata nell’atto di sollevare acqua da un pozzo, per alcuni allusione al rito del refrigerio. Il mausoleo seguente è anonimo ma si osserva una decorazione in cui un servo consegna una borsa con del denaro al suo padrone.

Uno dei mausolei di maggiori dimensioni appartiene invece alla famiglia dei Valerii, fra cui spicca nell’iscrizione all’ingresso Valerius Herma, stucchi originariamente dorati rappresentano anche delle erme oltre ad Apollo-Arpocrate: i componenti della famiglia apparivano quindi più volte ed in tecniche differenti, nell’atrio in rilievo marmoreo, in erme in stucco, come maschere funerarie e in statue nelle nicchie, in una ripetizione che poteva significare l’estremo dolore per la perdita; pitture ed iscrizioni cristiane, fra cui la celebre “Petrus roga Iesus Christus pro sanc(tis) hom(ini)b(us) chrestian(is) (ad) corpus suum sepultis, Pietro prega Gesù Cristo per i santi cristiani sepolti presso le sue spoglie”, furono aggiunte in seguito a carboncino, così come la rappresentazione di due teste, attribuite a Paolo e Pietro. Lo studio delle sepoltura ha fatto comprendere come al padre Valerio siano premorti alcuni figli e come lui stesso abbia realizzato il complesso sia per loro sia per se stesso in futuro: Caio Valerio, sua moglie Flavia Olimpia, i loro figli Caio Valerio Olimpiano e Valeria Massima. Ancora nelle decorazioni della tomba sono presenti statue forse di divinità, quali Minerva e Diana, o forse Giunone, Hypnos con due amorini che reggono una cornucopia ricca di semi di papavero; lo stilo e degli oggetti per scrivere, forse a ricordare l’inclinazione del defunto per la cultura e la scrittura, specchi ed altri oggetti da toeletta, tipici della cura del corpo femminile, cesti di lana e fusi a simboleggiare le virtù domestiche di una defunta.
Nell’adiacente mausoleo, appena più antico, si trovano decorazioni pittoriche fra cui è possibile riconoscere il mito di Alcesti, mentre il mosaico pavimentale raffigura il ratto di Proserpina: in entrambi i casi risulta assai evidente il simbolismo funerario. Segue un altro mausoleo in cui è ricordato un Caetennio, M. Hymnius.

Gli interni dei mausolei della necropoli sono quindi spesso decorati con pitture, stucchi, elementi architettonici, e presentano urne per incinerazione e arcosoli per inumazioni. Uno fra gli ipogei più famosi è il piccolo mausoleo dei Giulii, in origine, nei primi decenni del III secolo- età severiana, pagano e poi trasformato in mausoleo cristiano: all’interno il mosaico del piccolo tetto, largo appena 2 m, rappresenta tra “ubertosi girali vitinei” un personaggio solare su un carro trainato da quattro cavalli bianchi ed interpretato, anche per la presenza di altri personaggi, come Cristo Helios. Sono quindi presenti il Buon Pastore con le pecore ai lati, Giona risputato dal mostro marino, il Pescatore, imberbe ed elegante, che getta l’amo che ricorda s. Pietro o addirittura Gesù, in un continuo rimando da temi pagani a temi cristiani, utilizzando schemi e cartoni noti della tradizione classica per elaborare un linguaggio di facile accesso ma dai contenuti nuovi. Secondo il Testini “l’artista ha ispirato le sue scene al simbolismo battesimale della Pasqua, di cui il Cristo Helios, sol invictus, sol salutis, esprime il momento trionfale, la resurrezione ed il ritorno al Padre sul carro della luce,veicolo misterico alludente alla grazia che porta alla felicità eterna”. All’interno sono presenti anche molti sarcofagi con scene di vendemmia, allusivi al culto di Dioniso Bacco.
Quindi il sepolcro per M. Aebutius Charito e L. Volusius Successus, del libero T. Matuccius Pallas ed infine, di fronte, quello di Trebellena Facilla ed uno ignoto. La tomba di Trebellena è probabilmente l’ultima realizzata: in un’urna cineraria è stata trovata una moneta databile al 317 – 318 d.C.
Fra le altre decorazioni merita sicuramente una menzione il cambio di “squadra” di un defunto: ad un vincitore del circo il suo nastro verde venne ridipinto in blu, a testimonianza di un probabile cambio di fazione. Oppure un docente barbuto, in piedi, che insegna ad un giovane seduto su un sedile più basso; il sepolcro degli egiziani, dove si vede appena una delle tipiche silhouettes col corpo di fronte e il viso girato di profilo.

La tomba di s. Pietro, invece, si trova all’estremità orientale dell’area, in quello che è stato denominato Campo P, uno spazio di 4 x 8 m delimitato verso ovest da un Muro Rosso, per via dell’intonaco che lo riveste, costruito direttamente al di sopra di una fossa scavata nel terreno: al Muro Rosso si appoggia una sorta di edicola a due piani, costituita da due nicchie sovrapposte, realizzate all’interno dello stesso Muro Rosso, e divise da una mensola in travertino sorretta da due colonnine. Secondo le ricostruzioni ipotizzate la struttura doveva terminare verso l’alto con un coronamento a timpano. Oltre il muro si trovano un vialetto d’accesso ed il recinto Q: tutte queste strutture sono state datate, in base ai bolli laterizi rinvenuti, fra il 146 ed il 161 d.C., epoca in cui si dovette assistere ad una prima monumentalizzazione della zona. Lo stesso recinto Q era raggiungibile solo attraverso uno stretto passaggio ed era a cielo aperto e perciò pavimentato con lastre di basalto, e lungo le pareti aveva due serie di arcosoli.

L’edicola è nota come trofeo di Gaio, un autore del 200 d.C. circa ricordato da Eusebio di Cesarea: Gaio era in discussione con un eretico montanista, Proclo, che vantava la tomba dell’Apostolo (o diacono) Filippo a Ierapoli in Frigia e gli contrappose i Trofei di s. Pietro e s. Paolo di Roma, l’uno in Vaticano l’altro sulla via Ostiense, intendendo con trofeo un monumento funebre onorario. Quindi Gaio riteneva che il monumento appena descritto fosse stato posto sulla tomba di Pietro per ricordarne il trionfo con il martirio. Perpendicolare al Muro Rosso di trova poi un’altra struttura muraria, detta Muro “g” con iscritti al di sopra sia simboli sia invocazioni cristiane, all’interno del quale fu ricavato un loculo rivestito da lastrine marmoree.
Archeologicamente parlando in corrispondenza del monumento la situazione trovata dagli archeologi era assai rimaneggiata, fu individuata parte del taglio della fossa terragna risparmiata durante la costruzione del Muro Rosso e praticamente le ossa umane risultarono assenti: si doveva trattare della tomba di Pietro monumentalizzata e il perché di una semplice ed umile fossa terragna è dovuto al fatto che essendo Pietro stato giustiziato pubblicamente non aveva diritto alla sepoltura, che poteva invece avvenire solo in seguito ad una supplica. Delle ossa umane furono invece trovate nel loculo posteriore, quello nel muro g, assieme ai resti di un tessuto intrecciato con fili d’oro.

Testini invece afferma che furono rinvenute ossa umane nella fossa ed attribuibili “da parte di qualificati studiosi di anatomia avrebbe per ora accertato trattarsi di ossa pertinenti a un uomo di età avanzata e di vigorosa statura”…” frammenti che vanno senza dubbio riferiti al corpo dell’Apostolo”. Un’iscrizione cosiddetta “parlante” è stata poi osservata sulla porzione di Muro Rosso cui si addossa il muro g: l’iscrizione dice “Petros enì: Pietro è qui”. La professoressa Guarducci, che ha studiato per anni questi scavi e le iscrizioni che ne sono pervenute, ha interpretato la sequenza storica in questo modo: Pietro, crocifisso a testa in giù nelle immediate vicinanze, fu sepolto in una semplice fossa terragna che dopo pochi anni venne monumentalizzata con la costruzione del Trofeo. Durante l’impero di Costantino, poi, le ossa dovettero essere riesumate e furono sepolte nuovamente, ma questa volta nel loculo del muro g.

C’era un problema: durante lo scavo le ossa erano state asportate dal loculo e quando qualche anno dopo la Guarducci notò l’iscrizione se ne era persa traccia. Fortunatamente furono ritrovate in un magazzino ben custodite. Il 26 giugno 1968 papa Paolo VI ne definì l’identificazione e le reliquie tornarono al loro posto nel loculo del muro g.
In circa 60 anni da quando queste teorie sono state espresse e questi fatti sono accaduti, diversi studiosi si sono cimentati in altre interpretazioni: si è ad esempio osservato che forse le ossa di Pietro poterono prendere posto nel loculo laterale al ritorno dalla “sosta” alla Memoria Apostolorum delle catacombe di s. Sebastiano, dopo che nel 258 vi erano state traslate a causa dell’ira dell’imperatore Diocleziano che impedì le riunioni dei cristiani nelle zone cimiteriali centrali. Il Silvan ha poi notato come la basilica di s. Pietro che oggi noi conosciamo non sia esattamente parallela né al Circo di Caligola né all’asse della necropoli vaticana, come invece ci si aspetterebbe, andando inoltre a complicare la questione rispetto al pendio del colle vaticano. Sarà magari un caso ma lo studioso ha inoltre notato che questo disassamento è lo stesso che si può osservare tra il Muro Rosso ed il muro g, quasi che Costantino abbia fatto erigere la sua basilica non in corrispondenza del primo, ma del muro g… Questione di fede: vero è che le tombe che furono realizzate nel campo P hanno un orientamento quasi convergente verso l’originale fossa terragna, ed alcune sepolture nelle immediate vicinanze sono attribuite ai primi Papi, almeno fino a Vittore (morto nel 199 d.C.) e che di fronte al muro g ne venne costruito un altro “s” e che la zona fu decorata con mosaici e marmi. All’epoca di Costantino la struttura del Trofeo, compresi Muro Rosso ed i due muri g ed s erano quindi racchiusi in un parallelepipedo di marmo su base quadrangolare di pavonazzetto e porfido: al di sopra un’edicola aperta verso est dentro la nuova basilica martiriale ad corpus. I fedeli potevano vedere il trofeo al di sotto di una pergula con colonnine tortili decorate da fasci vitinei definite da Gregorio di Tours, alla fine del VI secolo, “di meravigliosa eleganza, di niveo candore”, oggi nelle nicchie alla base dei piloni della cupola. Dal Liber Pontificalis, un elenco dei papi e delle loro opere, si da poi dell’esistenza di un’iscrizione che recitava “Costantino Augusto ed Elena Augusta (donano a Pietro) questa dimora regale, circondata da un’aula risplendente di pari fulgore”. Sotto papa Gregorio Magno l’aula venne innalzata ulteriormente, di circa 1,45 m e fu posto un nuovo altare protetto da un baldacchino a diretto contatto con la tomba, direttamente davanti al quale si trovavano sei colonne tortili con un epistilio e dei plutei. In questo modo il contatto con la Memoria restava solo su un lato: ad un livello inferiore, tra il presbiterio e la curva dell’abside venne costruito un corridoio anulare, cui si accedeva da due rampe di scale laterali, ed un corridoio perpendicolare portava alla Memoria. Attraverso la fenestrella confessionis i fedeli potevano guardare all’interno per chiedere una grazia, oppure introdurre un pezzetto di stoffa da far toccare sulla tomba per avere una reliquia ex conctactu. Il diacono Afiulfo ricorda come nel VI secolo i fedeli pesassero un pezzetto di stoffa che veniva poi posto sulla tomba di Pietro: se dopo una veglia ed un digiuno, ritirandola avessero constatato che pesava di più, allora la grazia era stata esaudita. Quindi successero gli altari di Callisto II (1119 – 1124) e quello di Clemente VIII (1592 – 1605), oggi al di sotto del baldacchino del Bernini.

Come detto l’identificazione della Tomba di Pietro è per la Chiesa cosa fatta, le eventuali obiezioni cozzano necessariamente con la Fede e con la tradizione che a volte, anche se non esattamente basate sulla verità, superano quest’ultima di gran lunga.
La visita alla necropoli fa parte di quelle esperienze che Roma richiede: il misticismo è presente in ogni sua forma, nella necropoli pagana, così come in quella cristiana, fino ad arrivare alle grotte Vaticane e poi, senza indugio alla Basilica di s. Pietro.
Da vedere perché l’arte non ha epoca né religione e lo spirito, l’Io che dir si voglia, neppure.
La visita alla necropoli vaticana ed alla tomba di s. Pietro avviene solo dietro prenotazione, e ad insindacabile permesso, dell’Ufficio Scavi della Città del Vaticano

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