San Pietro

SAN PIETRO: SCRIGNO DI RELIGIONE ED ARTE
Un monumentale altare all’arte da ogni punto di vista

Almalinda Giacummo

A Roma arrivano turisti da ogni parte del mondo e la basilica di s. Pietro è senz’altro uno dei monumenti più visitati in assoluto. Si può essere fervidi cattolici o semplici ammiratori del bello, in qualunque caso attira gli sguardi di tutti.

Attrae il pubblico con la sua straordinaria ellisse progettata dal Bernini, 240 m di lunghezza o secondo altri 204 x 148 m, e su uno dei lati lunghi, dopo il sagrato trapezoidale, si trova la facciata monumentale della basilica, sormontata dall’altrettanto maestosa cupola michelangiolesca. I due bracci porticati con quattro file di colonne tuscaniche in travertino, per un totale di 284 colonne che accolgono il visitatore, sono sormontati da 140 statue di Santi e dagli stemmi di papa Alessandro VII Chigi. Al centro della piazza è l’obelisco in granito, senza geroglifici, alto circa 25 m, sul quale una volta si credeva che all’interno di un globo bronzeo fossero conservate le ceneri di Giulio Cesare: oggi vi si trova la rappresentazione bronzea della famiglia Peretti Montalto, alcuni monti ed una stella, ed una reliquia della Vera Croce.

Fu papa Sisto V, al secolo Felice Peretti, a farlo spostare da Domenico Fontana dal lato sinistro guardando la basilica, dove ornava la spina del Circo dell’imperatore Caligola, fino al centro della piazza e tutt’attorno si trova segnata nella pavimentazione una rosa dei venti: era il 10 settembre 1586 e ci vollero 5 mesi, 900 uomini, 140 cavalli, 44 argani ed altri attrezzi per portare a termine l’impresa. A proposito dell’immane fatica costata l’innalzamento dell’obelisco, si racconta di come il Papa, per consentire lo svolgimento regolare delle operazioni, avesse decretato il silenzio assoluto. Ad un certo punto, però, l’eccessiva frizione delle corde ne stava causando la rottura ed un marinaio ligure, di nome Bresca, ebbe a gridare: “Acqua alle corde!” detto fatto si evitò la rottura delle corde ed il conseguente probabile crollo del monolite granitico ma il marinaio aveva contravvenuto ad un ordine diretto del Papa, quindi venne condannato. Poi, però, appurato che altrimenti si sarebbe corso un pericolo immane, il Papa lo graziò e gli comminò anche una ricompensa. Qui è anche una pietra circolare con corona di marmo dalla quale, stando dritti in piedi, il colonnato berniniano appare composto da una sola fila di colonne che abbracciano il fedele. Le due fontane, rispettivamente a destra ed a sinistra, sono di Carlo Maderno (1613), anche se per alcuni era già presente nel 1490 e fu posta nella sua attuale posizione dal Bernini nel 1614, e di Carlo Fontana (1677): entrambe alimentate dalle acque del lago di Bracciano, portate a Roma da un acquedotto costruito da papa Urbano VIII risistemando una precedente condotta di epoca claudia.
Poi si entra in chiesa… ma quella attuale è l’ultima…

Andiamo con ordine. La prima basilica fu votata dall’imperatore Costantino, consacrata da papa Silvestro I nel 326 e terminata nel 349: non molto più piccola dell’attuale, cinque navate con colonne con atrio quadriportico davanti e vasca per le abluzioni, a forma di cantaro coperto da un baldacchino bronzeo con otto colonne e con elemento principe della fontana la grande pigna di bronzo che fa ancora bella mostra di sé nel cortile omonimo dei Musei Vaticani. All’esterno una scalinata edificata da papa Simmaco II con ai lati le statue marmoree di Pietro e Paolo che conduceva all’atrio, detto Paradiso, mentre sulla destra svettava la torre campanaria coronata da un globo con sopra un gallo bronzeo, simbolo di Pietro.

La navata centrale doveva essere alta circa 30 m su 44 colonne che reggevano una trabeazione e 11 finestroni per lato che ne illuminavano l’interno, mentre le navate laterali, di altezza inferiore, presentavano il piano rialzato con alcuni gradini rispetto a quella centrale. L’accesso avveniva attraverso cinque porte ben distinte: quella detta del Giudizio, per i funerali, la Ravenniana, per i Romani del rione Trastevere, la centrale Argentea, così chiamata per la sua preziosità, la Romana per tutti i romani e la Guidonea per i forestieri con guida. All’interno una profusione di colori e profumi: il candelabro di Adriano I portava 1370 candele, mentre quello di Leone III 30 piatti con 1270 lumi, a volte sostituiti da bruciaprofumi. Il trofeo sulla tomba di Pietro era interrato di circa 40 cm e sporgeva per 2,70 m, oggi è inglobato nella nicchia dei Palli nella parte ipogea della Confessione. Quindi la tomba fu inglobata in una sorta di cassetta marmorea con doppia porta, con piattaforma circondata da transenne e coperta da un’edicola, illuminata da un lampadario rotondo e sostenuta da quattro colonne vitinee. Con Gregorio Magno si fece in modo che la celebrazione avvenisse direttamente al di sopra del sepolcro innalzando il piano al di sopra e creando una fenestrella confessionis per la visione diretta della tomba sulla cui lastra di rivestimento fu realizzato un foro per permettere la creazione di reliquie “da contatto”. In seguito il foro fu chiuso e si realizzarono reliquie per “secondo contatto”, ovvero realizzate nella camera superiore della Memoria. Dopo l’846, in seguito al saccheggio operato dai saraceni che rubarono, fra l’altro, anche la croce d’oro che Costantino aveva regalato alla madre Elena e che era qui custodita, anche questa ulteriore pratica venne conclusa. Dalle fonti si apprende come venne quindi realizzato un corridoio anulare sotterraneo che consentisse il passaggio di un numero maggiore di fedeli. Moltissimi furono comunque gli interventi sia di abbellimento sia di restauro che furono realizzati sulla primitiva basilica.Alla metà del 1400 papa Niccolò V dispose il rifacimento della zona absidale su progetto di Bernardo Rossellino, ma alla morte del papa i lavori furono bloccati. Passano molti anni prima che papa Giulio II affidi l’incarico della ricostruzione pressoché totale della basilica al Bramante che, soprannominato Mastro Ruinante, distrusse quasi totalmente la chiesa più antica. La sua idea era quella di una pianta a croce greca con cupola ma Bramante ed il papa morirono. Raffaello, che insieme a frà Giocondo e Giuliano da Sangallo, prese le redini del progetto,pensò ad una croce latina; quindi toccò a Baldassarre Peruzzi, di nuovo greca; ad Antonio da Sangallo il Giovane, latina ed infine a Michelangelo, di nuovo greca, con però un edificio tutto sommato semplice, maestoso e slanciato, sormontato da una cupola che doveva costituire la vera novità. Ma la Basilica era un’opera lunga e alla sua morte fu portata avanti dal Vignola, da Pirro Ligorio, Giacomo della Porta e Domenico Fontana.

Papa Paolo V, pare per motivi liturgici e per coprire lo spazio già occupato dalla prima basilica, volle altre cappelle e Carlo Maderno riprese il progetto della croce latina con tre nuove cappelle sulla fronte e la facciata attuale, completata nel 1614, anche se l’iscrizione dice 1612. A 1300 anni di distanza dalla consacrazione della prima chiesa, il 18 novembre 1626 Urbano VIII consacrò la nuova Casa di Dio: anche se i lavori ancora non erano finiti e solo nel 1646 fu demolito l’unico dei due campanili progettati da Maderno e realizzato dal Bernini, a causa di lesioni alle strutture vicine. In generale, per curiosità bisogna dire che i mosaici che decorano le cappelle sono per lo più ispirati a dipinti originali di grandi artisti collocati altrove.
L’attuale facciata fu quindi eretta da Carlo Maderno entro il 1614: è introdotta da un’ampia scalinata a tre ripiani realizzata dal Bernini con ai lati le statue di s. Paolo, del Tadolini, e di s. Pietro, del de Fabris, innalzate nel 1847 a sostituire quelle di Paolo Taccone e di Mino del Reame. Poi colonne e lesene corinzie rendono appena increspature su una facciata che in origine doveva culminare in due campanili, quindi un portico centrale, l’arco delle Campane a sinistra, che introduce alla Città del Vaticano, ed uno parallelo a destra, quindi al piano superiore nove balconi e da quello centrale, la Loggia delle Benedizioni, viene presentato il Papa ed esso stesso realizza le benedizioni solenni. In alto l’attico ripartito da lesene e finestre di diversa forma, per culminare in una balaustra con tredici statue raffiguranti il redentore, s. Giovanni Battista e gli Apostoli meno lo stesso Pietro. Lateralmente i due orologi aggiunti dal Valadier.
L’ingresso in chiesa avviene dalle cinque entrate del portico, con la statua equestre di Costantino, opera del Bernini, e quella di Carlo Magno, di Agostino Cornacchini, stucchi sulla volta, per i drappi damascati in oro e le trentadue statue di pontefici canonizzati, opere per lo più di Ambrogio Buonvicino. L’ultima porta a destra è la Porta Santa, decorata nei battenti con scene del Vecchio e del Nuovo testamento di Vico Consorti (Giubileo del 1950) e regalata a papa Pio XII dai fedeli della Svizzera. Le formelle che la compongono ricordano come la Chiesa sia sempre pronta a perdonare almeno quanto l’uomo è pronto ad allontanarsi da Dio. La Porta Santa viene aperta solo per gli anni giubilari: in alto a sinistra si trova l’epigrafe originale con l’indizione dell’anno santo 1300 da parte di Bonifacio VIII. Alla Vigilia di Natale il Papa si reca davanti alla porta in solenne processione e dopo una triplice genuflessione con tre colpi di martello apre la Porta e la varca per primo. Ugualmente alla fine dell’Anno Giubilare la Porta viene richiusa con altrettanto solenni processioni.

La porta centrale invece mantiene le ante bronzee della chiesa precedente, realizzate da Antonio Averulino detto il Filarete per incarico di papa Eugenio IV Condulmer. All’interno vi sono rappresentati la Vergine ed il Salvatore, s. Pietro ed il Papa, s. Paolo con spada e vaso mistico ai piedi, supplizio di s. Pietro per crocefissione a testa in giù, giudizio e decollazione di s. Paolo e lo stesso Santo che appare a Plautilla. Le fasce orizzontali raffigurano episodi del pontificato dello stesso Eugenio IV, come la momentanea unione della Chiesa latina e di quella greca in seguito al Concilio di Firenze, mentre nei girali sono figure tratte dalla mitologia greco–romana, dalle Metamorfosi e dalle Favole, animali e ritratti di imperatori, oltre a notabili del tempo, quindi delle aggiunte più tarde vicino ai battenti per adattare le diverse dimensioni della porta al nuovo ingresso. Originale la firma del Filarete: sul retro della porta, in una piccola formella in basso a destra, l’artista si è rappresentato mentre alticcio rientra in città in groppa ad un asino dopo una scampagnata con i suoi aiutanti. Al di sopra della porta, sempre nell’atrio, si trova il rilievo del Bernini con Gesù che affida a s. Pietro il gregge cristiano, di fronte è il rifacimento seicentesco dell’originale mosaico di Giotto, detto della Navicella, con Gesù, Pietro e gli altri Apostoli: la barca su cui navigano, sballotata da una tempesta, sta per naufragare, gli uomini sono atterriti e solo l’apparizione di Gesù placa le loro anime. E Gesù dice a Pietro: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.Il riferimento a come solo la fede in Dio possa salvare nelle avversità e nei momenti di smarrimento è chiaro. L’opera fu commissionata dal cardinale Stefaneschi in previsione del Giubileo del 1300 indetto da Bonifacio VIII. A sinistra della porta mediana si trovano poi la Porta del bene e del Male o dell’Amore Divino del Minguzzi (1977) e quella della Morte di Manzù (1964), a destra quella dei Sacramenti del Crocetti (1965). La copertura è costituita da una grandiosa volta a botte decorata da stucchi dorati.

Superate le porte si accede all’immenso interno, definito magistralmente dalla gigantesca navata mediana con lesene corinzie su pilastri e volta a botte cassettonata con ricca decorazione eseguita sotto il pontificato di Pio VI (1780). Sul pavimento sono riportate le lunghezze di alcune delle maggiori chiese esistenti al mondo, anche se sulle misure riportate ci sarebbe da discutere. Sul disco di porfido, “Rota porphiretica”, posto originariamente presso l’altare maggiore si inginocchiò Carlo Magno la notte di Natale dell’800 d.C. e ricevette da papa Leone III il crisma e la corona ferrea, che era stata di Costantino, del Sacro Romano Impero.
Fra statue e stucchi di Papi con putti e colombe, fondatori di ordini religiosi, in fondo alla navata mediana, lungo il lato destro, si trova la statua bronzea di s. Pietro, seduto ed in atto di benedire.

Da alcuni è ritenuta un originale del V secolo, per altri si tratta di un’opera duecentesca da attribuire ad Arnolfo di Cambio. Sicuramente si tratta di un elemento tipico della devozione popolare per la quale, sfregando il piede destro del Santo, si otterrebbe la grazia. In fondo, per me un po’ troppo “ingombrante”, si trova il baldacchino berniniano, inaugurato il 28 giugno 1633 da Urbano VIII e per costruire il quale fu spogliato dei suoi bronzi il Pantheon, e non solo, tanto da lasciare nella memoria dei cittadini una frase famosa: “Quel che non fecero i Barbari fecero i Barberini”, intendendo così che le ruberie e le spoliazioni non fatte dai Barbari che di volta in volta entrarono a Roma, vennero fatte da altri, fra cui la famiglia Barberini, di cui faceva parte anche Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini… Il baldacchino è composto da alte colonne tortili su cui poggiano architravi con drappo morbido e quattro angeli d’angolo che sostengono festoni e quattro volute che si riuniscono sulla sommità sormontata da un globo dorato con croce, con sottili rami d’alloro dorati che avvolgono delicatamente le stesse colonne, per un totale di più di 620 quintali di bronzo.

Al di sotto un altare che affaccia sulla Confessione opera del Maderno, una balaustrata con 99 lampade perenni sulla tomba di s. Pietro, due rampe di scale scendono fino al pavimento della vecchia basilica e al di là di una porta bronzea traforata ed un cancello si osserva un superbo Divin Salvatore in mosaico di IX secolo; ancora più al di sotto la presunta tomba di s. Pietro. In cima, a fare da cornice e da convogliamento della luce la grandiosa cupola michelangiolesca, che culmina con il Padre Eterno in schiere di angeli, quindi 16 raggi di luce con figure grandi e piccole in sei ordini digradanti, papi santificati e dottori della Chiesa, Gesù, la Vergine, s. Paolo, il Battista, gli Apostoli, Angeli vari, serafini (angeli appartenenti ai più elevati cori angelici) e cherubini (angeli in generale): un immenso mosaico di Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino (1605). Alle costolature esterne corrispondono linee interne, nella cupola come nel tamburo: qui con quindici coppie di colonne esterne e lesene interne e sedici finestre a timpano, lungo i 134 m di circonferenza presenta una fascia dorata sulla quale si legge scritto in latino: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam / et dabo claves regni coelorum”, Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, disse Gesù a Pietro.

Idealmente, gettando un filo a piombo si congiungono perfettamente la croce sulla cima del lanternino della cupola con la tomba di Pietro oggi nel sottosuolo.
La visita può riprendere dall’inizio della navata destra, così come per la navata sinistra diverse opere sono copie settecentesche di opere del ‘500 e del ‘600 trasferite nella chiesa di s. Maria degli Angeli. Nella prima cappella si trova la Pietà di Michelangelo, gruppo marmoreo opera giovanile (1498 – 1499) dell’artista allora venticinquenne per il cardinale francese Jean de Bihlères de Lagraulas, legato di Carlo VIII presso papa Alessandro VI. Ed è anche l’unica opera che porti la firma di Michelangelo che si trova scolpita sulla fascia che attraversa il petto della Madonna. È un’opera magnifica, un’immagine ricca di pathos, dolce e forte al tempo stesso, delicata e pesante come un macigno… Procedendo si incontra l’ingresso all’ellittica cappella berniniana delle Reliquie o del Crocefisso, con un superbo crocefisso ligneo attribuito a Pietro Cavallini, fuori le statue di Leone XII Sermattei Della Genga e Cristina di Svezia, qui rappresentata dal Théodon mentre ad Innsbruk abiura il protestantesimo cambiando inoltre il suo nome da Cristina in Alessandra; quindi Pio XI, il Papa dei Patti Lateranensi tra Chiesa e Stato Italiano, e Pio XII, il discusso Papa della seconda Guerra Mondiale. Poi il monumento di Matilde di Canossa, disegnato da G.L. Bernini che però eseguì solo il volto della contessa: nel bassorilievo dello Speranza la contessa è raffigurata durante l’umiliazione di Enrico IV ad opera di Gregorio VII davanti al castello della contessa che pure si era spesa per la riappacificazione fra i due; segue la cappella del SS. Sacramento, con stucchi dorati, ciborio in bronzo dorato ispirato al tempio del Bramante in s. Pietro in Montorio ed opera del Bernini così come i due angeli in ginocchio adoranti, una pala con la Trinità di Pietro da Cortona, tutto chiuso da un ferreo cancello progettato dal Borromini. Proseguendo è il monumento a Gregorio XIII che, come illustra il bassorilievo relativo, riformò il calendario di Giulio Cesare: il 5 ottobre 1582 divenne il 15 ottobre; poi Gregorio XIV Sfondrati. Quindi si entra nel quadrilatero “inventato” da Michelangelo per contenere la cupola, con quattro grandi cappelle d’angolo, stucchi dorati e colonne di riutilizzo e pertinenti alla basilica più antica, così come la Madonna del Soccorso, nella prima cappella gregoriana; quindi le tombe di Gregorio XVI Cappellari e Benedetto XIV Lambertini: il primo, amante delle arti, fondò il Museo Etrusco, l’Egiziano e quello di scultura antica al Laterano; il secondo fu molto apprezzato così come dimostrano le due statue, della Sapienza e del Disinteresse, che gli stanno ai lati. Nell’urna di cristallo sotto l’altare si trovano le spoglie di s. Giosaphat.

Poi le statue dei fondatori di alcuni ordini religiosi: s. Girolamo Emiliani, s. Giuseppe Calasanzio, s. Gaetano e s. Brunone, quindi il monumento di Antonio Canova per Clemente XIII Rezzonico, con il Papa inginocchiato in preghiera e la Vita che sembra fermarsi a dormire, come l’angelo della Morte con la falce abbassata, ma su tutto veglia la religione. Quindi l’altare dedicato a s. Michele e quello di s. Petronilla, a lungo creduta figlia di s. Pietro: il mosaico del Cristofari su disegno del Guercino racconta dell’esumazione del cadavere della Santa e della sua assunzione in cielo, mentre le sue spoglie mortali si trovano nell’altare. Ritenuta diretta ascendente di alcuni re di Francia, ebbe la sua cappella notevolmente arricchita da Pipino il Breve, Carlo Magno, Carlo VIII e Luigi XI; segue la tomba di Clemente X Altieri.
Sul fondo si trova poi la Cattedra di s. Pietro, realizzata scenograficamente dal Bernini, sempre in bronzo, sotto il pontificato di Alessandro VII. La struttura berniniana racchiude al suo interno l’origina cattedra lignea che per la tradizione sarebbe stata usata proprio da Pietro ma che fu molto più probabilmente usata da Carlo il Calvo nel IX secolo. Decorata con avori scolpiti, è stata inglobata e sostenuta dal Bernini con quattro grandi statue di dottori della Chiesa: s. Agostino, s. Ambrogio, s. Atanasio, s. Giovanni Crisostomo; due angeli si trovano ai lati mentre due putti sostengono sulla spalliera le Chiavi ed il triregno (tiara pontificia formata da tre tiare sovrapposte), una Gloria di angeli e putti fra le nuvole incorona il simbolo dello Spirito Santo, una colomba in stucco e bronzo dorato che illuminata dalla luce naturale rompe ogni schema possibile e rende i raggi solari reali e solidi. Così gli angeli nuotano in un mare di luce divina, in un movimento eterno. Il Papa che siede sulla cattedra di Pietro è quindi illuminato ed ispirato dallo Spirito Santo e sorretto dai Padri della Chiesa,portatori della dottrina tradizionale, “infallibile” quando parla ex cathedra perché illuminato e guidato.

Il monumento di Urbano VIII, con molte api che si riposano prima di spiccare il volo, o piangono per la morte del Papa, opera del Bernini, e di Paolo III, con la Giustizia e la Prudenza impersonate, secondo la tradizione, da Giulia Farnese, detta la Bella, e Giovannella Caetani, rispettivamente sorella e madre del Papa, si trovano nelle nicchie laterali. Singolare per il primo la Morte, rappresentata nella parte inferiore del monumento mentre esce dal sarcofago e scrive su una tavoletta il nome del defunto.
Ci sono poi s. Domenico, il profeta Elia, s. Francesco e s. Benedetto, il sepolcro di Alessandro VIII. La terza cappella, praticamente sul fondo della navata sinistra, è detta della Colonna, perché l’immagine della Vergine è stata dipinta su una colonna della vecchia basilica, con l’altare all’interno del quale si trovano le reliquie di s. Leone Magno e la pala marmorea dell’Algardi nella quale il Santo ferma Attila con la presenza dei minacciosi Apostoli Pietro e Paolo; sempre pertinente alla precedente basilica una Madonna del XV secolo subito vicina. Quindi la tomba di papa Alessandro VII, opera del periodo finale del Bernini (1672 – 1678): il Papa è in ginocchio, in preghiera, circondato da la Giustizia, la Prudenza, la Carità e la Verità, un manto di diaspro copre la parete e da questo spunta la Morte con una clessidra in mano, a ricordare che il tempo della vita è finito. Il transetto di sinistra è dedicato ai santi Apostoli Simone e Giuda, è composto da tre altari dedicati a s. Tommaso, s. Giuseppe, con all’interno le reliquie di s. Giuda, e l’altare per il martirio di s. Pietro. Quello di s. Giuseppe è un cosiddetto altare privilegiato, è affiancato da due colonne in giallo antico ed è sormontato da una semicalotta in stucchi. Nel mosaico benedetto da papa Giovanni XXIII nel 1963 Giuseppe tiene in braccio Gesù bambino ed in mano un giglio, un angelo reca un cartiglio con scritto “Tu eris super domun meam” (Tu sarai sopra la mia casa). Il 27 dicembre 1605 Paolo V fa traslare in questa cappella le reliquie di Simone e Giuda Taddeo, raffigurati in un dipinto mentre rimangono illesi dopo il morso di serpenti velenosi, raccontato da alcuni Vangeli apocrifi. Quando l’altare cambiò dedica, il dipinto fu tolto ma i due ovali nelle pareti, originariamente in rame del Camuccini, poi in mosaico ad opera di F. D’Ambrogio per s. Simone e E. Giannini e A. Saulini prima e R. Castellini per s. Giuda, ricordano l’antica dedica.
Quindi l’altare della Bugia: Anania e Saffira furono puntiti e folgorati per aver mentito a s. Pietro e s. Andrea.
Proseguendo si incontrano le statue di s. Norberto, s. Piero Nolasco, s. Giuliana Falconieri, s. Giovanni di Dio, quindi il monumento per Pio VIII. Si arriva poi alla Cappella Clementina di Giacomo della Porta: vi si conservano i resti di s. Gregorio Magno nell’altare e la tomba di Pio VII, opera del danese Thorvaldsen per ordine del cardinal Consalvi, con feroci polemiche perché l’artista è stato l’unico protestante che avesse lavorato in s. Pietro. Per s. Gregorio, invece, il dipinto del Sacchi ritrae il Papa che durante una celebrazione mostra ai messi imperiali un panno intriso del sangue dei martiri che egli stesso aveva voluto regalare all’imperatore ma che quest’ultimo aveva rifiutato considerandolo di nessun valore.

Si incontra quindi una copia in mosaico della Trasfigurazione di Raffaello, ultima opera incompiuta del Maestro che quando morì lo aveva in fondo al letto di morte, il monumento di Leone XI dell’Algardi, quello di Innocenzo XI Odescalchi, di Maratta e Monnot, e sulla sua urna in marmo nero è rappresentato Giovanni Sobieski che libera Vienna dai Turchi; quindi la cappella del Coro disegnata da Carlo Maderno o dal della Porta: stucchi dorati, mosaici e tarsie lignee ne fanno la cappella più sfarzosa e sotto l’altare, dedicato all’Immacolata Concezione, è sepolto s. Giovanni Crisostomo; il monumento di s. Pio X; la tomba di Innocenzo VIII Cybo è opera bronzea invece del Pollaiolo (1498): unico monumento della precedente basilica e perciò il più antico dell’attuale, originariamente vedeva il rapporto fra le figure del Papa in trono e giacente invertito. Innocenzo benedicente con la mano destra, nella sinistra tiene la punta della lancia che aprì il costato di Gesù, a ricordo della reliquia che il Papa ricevette dal sultano Baiazet II, a conclusione del trattato di pace con Venezia: conservata originariamente nel tesoro sacro di Costantinopoli, ne fu portata a Roma una parte per ringraziare dell’ospitalità che il Papa aveva dato a Djem, fratello di Baiazet, quest’ultimo in realtà preoccupato di un eventuale tentativo di usurpazione.

Si prosegue con la Cappella della Presentazione con il monumento a Giovanni XXIII, ricordato per le sue opere di carità e per l’apertura del Concilio Vaticano II, le spoglie di Pio X, il monumento a Benedetto XV Della Chiesa, ritratto in ginocchio mentre prega per la fine della Grande Guerra. Poi il monumento di Maria Clementina Sobieski, nipote di Giovanni e moglie di Giacomo III Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra, del Barigiogni e del Bracci, mentre quello per il marito e per i figli Carlo Edoardo III ed Enrico IX fu invece realizzato dal Canova: la committenza fu di Giorgio III re d’Inghilterra. La conca del successivo Battistero è costituita dalla fronte di un antico sarcofago in porfido, per alcuni appartenente all’imperatore Adriano e poi riutilizzato per il sepolcro dell’imperatore Ottone II di Germania, morto nel 983: l’attuale disegno, compresa la copertura in bronzo, si deve a Carlo Fontana. I mosaici rappresentano la conversione del centurione Cornelio, inchinato di fronte a Pietro, ed il battesimo di Processo e Martiniano, carcerieri dei santi Pietro e Paolo.
Da qui si accede all’edificio della Sagrestia, collegata alla chiesa da due cavalcavia, quindi la Sagrestia Comune, di forma ottagonale e con otto colonne scanalate in bigio antico recuperate da Villa Adriana a Tivoli; quindi la Sagrestia dei Canonici, la Cappella e la Sala Capitolare. Infine l’accesso al Museo Storico Artistico – Tesoro di s. Pietro, che custodisce quanto, pur di estremo valore, è scampato sia al saccheggio dei Saraceni nell’846, sia al sacco di Roma del 1527, sia al trattato di Tolentino con Napoleone nel 1797. E’ un museo vero e proprio: al suo interno si conservano reperti artistici ed archeologici di grande valore, dalla Colonna Santa, cui secondo la tradizione si sarebbe appoggiato Gesù nel Tempio di Salomone a Gerusalemme, al monumento realizzato per Sisto IV dal Pollaiolo, concepito come un catafalco con lati concavi divisi da foglie di acanto, con figure femminili a rappresentare la Retorica, la Grammatica, la Prospettiva, la Musica, la Geometria, la teologia, la Filosofia, l’Aritmetica, l’Astrologia e la Dialettica, mentre il Pontefice è supino e circondato dalle personificazioni delle Virtù Cardinali e da quelle Teologali, con un’epigrafe e gli stemmi della Rovere. Croci in cristallo di rocca ed in lapislazzuli, vasi sacri, calici, ostensori, doni di fedeli e di capi Stato; il paliotto e la tiara del XVIII secolo, che durante le festività vengono posti sulla statua di s. Pietro nella basilica.

Per finire con il sarcofago di Giunio Basso, prefetto di Roma del 359, convertito al cristianesimo in quell’anno e decorato con immagini del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Nella parte sottostante la basilica, lungo la navata centrale, dal baldacchino del Bernini a circa la metà della navata stessa, si stendono le Grotte Vaticane: all’interno vi si trovano le tombe di diversi Pontefici e di alcuni regnanti, alcuni sarcofagi ed elementi architettonici pertinenti alla precedente basilica di età costantiniana. Le Grotte Nuove furono costituite con l’innalzamento della pavimentazione della basilica con la nuova fabbrica: sono a forma di semicerchio ed al centro si trova la cappella di s. Pietro, posta al di sopra del presunto sepolcro dell’Apostolo; vi si aggiungono le diramazioni a raggiera che portano agli oratori ricavati nei piloni della cupola e dedicati a s. Veronica, s. Longino, s. Elena e s. Andrea, e 5 cappelle. Da notare come ad ogni Santo dei piloni corrisponda in alto una loggia che ospita importanti reliquie: al di sopra di Veronica si trova il Sudario su cui il santo volto del Salvatore rimase impresso dopo che una pia donna vi ebbe asciugato il viso durante la salita al Calvario, sopra s. Longino parte della lancia con cui il centurione trafisse il costato di Gesù, sopra s. Elena il pezzo più grande della Vera Croce all’interno di una struttura argentea decorata con api barberiniane e detta quindi Croce delle Api, e sopra s. Andrea, fratello di Pietro, una reliquia del suo corpo, secondo la tradizione la testa, anche se non più presente perché portata da papa Paolo VI a Patrasso, dove il santo era morto, e ricordata solo da un’iscrizione.
Partendo dal pilastro di s. Longino vi è la Cappella dei Patroni d’Europa (Benedetto, Cirillo e Metodio), la Cappella Polacca, con la Madonna di Czestochowa, e quella di s. Colombano; quindi la Cappella di s. Pietro, resa monumentale con marmi colorati durante il pontificato di papa Clemente VIII: il suo altare è rivestito in malachite e ne contiene uno più antico, di VI secolo, entrambi si trovano in esatta corrispondenza con la presunta tomba del Santo. Poi il pilastro della Veronica, la Cappella di s.Maria de porticu, ornata dalla Madonna col Bambino di Pietro Cavallini, la Cappella della Madonna delle Febbri e la cappella di s. Andrea con il rispettivo pilastro.

Le Grotte Vecchie, invece, sono successive e dovute all’abbattimento da parte di Paolo V della parte anteriore dell’antica basilica: sono costituite da tre navate a volta ribassata su massicci pilastri, sempre al di sotto della navata centrale ed anche qui sono presenti monumenti, arredi ed opere d’arte della precedente basilica dedicata a s. Pietro. Vi sono conservati il sepolcro di Pio XI, la tomba del Cardinale Merry del Val, che durante il suo incarico quale Segretario di Stato sarà messo a confronto in particolar modo con tre grandi questioni, quali la separazione fra Stato e Chiesa in Francia, la partecipazione dei cattolici alla vita politica in Italia con l’allentamento del non expedit e, infine, la lotta al modernismo sul piano teologico. La tomba degli Stuart, di papa Innocenzo XIII, di Urbano VI, Pio III, Adriano IV, Gregorio V, Giulio III e dell’imperatore Ottone II, tutti in sarcofagi antichi o di ispirazione. In cima alla navata centrale è poi ben visibile la Confessione, la tomba di Pio VI, quella di Giovanni XXIII, della regina Cristina di Svezia, di Carlotta di Savoia Lusignano regina di Cipro, di Benedetto XV, Marcello II, Giovanni Paolo I, Paolo VI e Giovanni Paolo II. La Sala delle Iscrizioni contiene reperti fino al XIV secolo, come i frammenti del portale di s. Apollinare, pertinente all’ingresso della precedente basilica, con tondi dei busti di Cristo e s. Pietro tra meandri vegetali animati da animali di ogni sorta. Quindi la tomba di Innocenzo VII, Niccolò V, Bonifacio VIII e Niccolò III; la statua di Pio VI, in parte opera del Canova ma completata dal Tadolini per la morte dell’artista. La tomba di Callisto III e la statua di s. Pietro seduto in cattedra, in realtà una statua di III secolo raffigurante in origine un filosofo o un retore.

Tra il 1940 ed il 1957 furono intrapresi ulteriori lavori ed il pavimento fu abbassato di un metro circa: si scoprì così che la Basilica era stata fondata non sul circo di Caligola o sulla via Aurelia antica, come si pensava fino a quel momento, ma su un terreno in parte vergine in parte occupato da una necropoli più antica.

Se poi vi fosse ancora bisogno di magnificenza, di monumentale “stazza” è la cupola, splendida terrazza sulla Città Eterna. Ideata da Michelangelo, che ne portò la costruzione fino al tamburo senza però mai vederla realizzata, ha un basamento costituito da 16 contrafforti decorati da colonne binate di ordine corinzio e finestroni a timpano; quindi il tamburo e la calotta a doppio guscio con nervature che lo dividono in sedici spicchi con tre ordini di finestre, realizzata da Giacomo della Porta e Domenico Fontana entro il 1589, più altri due anni circa per il completamento della lanterna. Dall’esterno, ai suoi lati si osserva la presenza di altre due cupole, opere del Vignola, che si trovano rispettivamente al di sopra delle cappelle Gregoriana e Clementina, ma non hanno alcuna corrispondenza con l’interno. È un poema armonico di immensità, spia di assoluto ed infinito, di grandioso, grande contenitore ed insieme contenuto, elemento trascendente, puro, innato della genialità dell’uomo in Dio. Per costruirla ci vollero circa 100.000 travi di legno, prese per lo più da Lazio ed Umbria, 1500 quintali di canapi, 1000 quintali di ferro per la carpenteria, migliaia di migliaia di mattoni controllati dai tecnici della Fabbrica, 220 “carrettate” di travertini per costruire ognuno dei sedici costoloni: secondo una stima eseguita nel 1743 dal professor Giovanni Poleni dell’Università di Padova per stabilire le cause di alcune crepe apertesi nella struttura, si calcolò che il peso della struttura ammontava a 50.138.000 libbre, più o meno 14.000 tonnellate. Un’altra curiosità riguarda la “luminaria”: dall’età barocca (giubileo del 1650) era in voga la moda di illuminare cupola e la facciata in occasione delle cerimonie più importanti, come la celebrazione del 29 giugno, l’incoronazione di un nuovo pontefice o negli anni giubilari. Vi era del personale addetto, fino a 251 persone che con acrobatici passaggi accendeva i lumi e si toglieva dalla scena a tempo di record. L’ultima illuminazione della cupola risale al 1940, per la facciata ed il colonnato il 1948.

L’ascesa alla cupola avviene dal lato destro della basilica: qui un ascensore conduce alla terrazza della facciata, quella con la balaustra, e si possono ammirare le statue del Redentore, oltre che la splendida piazza… quindi si salgono circa 330 gradini lungo un corridoio in curva nel tamburo e da circa 53 metri di altezza si possono osservare i mosaici della cupola; quindi con la Lumaca di s. Andrea si arriva alla seconda galleria, quindi con scale sempre più strette e “storte” si continua a salire fino alla lanterna, per terminare con una chiocciola a senso unico e dotata di corda centrale per “agevolare” la salita. Una volta giunti all’esterno, dopo più o meno 537 gradini, lo spettacolo toglie decisamente il fiato e si capisce perché per molti Roma sia la città più bella del mondo…
E le campane, ci sono a s. Pietro le campane? Sì e sono ben sei: 3 sotto papa Stefano II (752 – 753), aumentate da Leone IV, furono rifuse e raddoppiate di peso dopo un incendio da papa Bonifacio VIII; colpite da un fulmine nel 1352, Innocenzo VI fece fondere il cosiddetto Campanone, di 17.000 libbre di peso, poi il Campanoncino, di 11.000, quella della Rota. La Predica e l’Ave Maria si erano invece salvate. Spostate per la nuova facciata di Paolo V, dovevano entrare nel mai terminato, ma anzi distrutto, campanile del Bernini. “Messe a terra”, con Benedetto XIII Orsini divennero sei, mentre Benedetto XIV fece rifondare il Campanone ormai abuso ed il sampietrino Nicola Zabaglia ne fuse una ancora più grande, da 24.097 libbre. Ma il 22 febbraio 1780 il campanone si crepò di nuovo e a fonderne uno nuovo fu chiamato Luigi Valadier, celebre orafo romano e padre di Giuseppe. Travolto da polemiche ed invidie, secondo alcuni si suicidò gettandosi nel Tevere, mentre a finire la sua opera fu il figlio nel 1786. L’ultimo impianto è stato inaugurato nel 1931 da papa Pio XI.
San Pietro, una Chiesa che definire solo tale è riduttivo, se non addirittura blasfemo religiosamente parlando. Si creda o meno che si trovi con il suo altare principale esattamente al di sopra della tomba di Pietro, che abbia incontrato Gesù, che abbia ricevuto da Dio l’incarico di fondare la Sua Chiesa, che ne abbia diffuso la parola è tutto questione di fede, ma che questo edificio sia grandioso, pomposo, forse eccessivo, che contenga al suo interno la mano e l’ingegno di artisti unici al mondo e che essa sia, magari suo malgrado, un simbolo da molti punti di vista è innegabile e forse per una volta l’oggettività è veramente tale.

SAN PIETRO E LA NECROPOLI PRECOSTANTINIANA

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