San Sebastiano e la Memoria Apostolorum
San Pietro e san Paolo con un martire della Cristianità cattolica ed ortodossa
Almalinda Giacummo
Il percorso delle Sette Chiese, dopo la basilica di san Paolo faceva sosta presso la basilica di san Sebastiano, sull’Appia antica. Secondo la tradizione la basilica sarebbe stata fondata sempre dall’imperatore Costantino laddove i corpi di Pietro e Paolo sarebbero stati temporaneamente tumulati e venerati durante le persecuzioni del 258 d.C. per ordine dell’imperatore Valeriano (253 – 260 d.C.). In seguito, i resti venerati sarebbero stati riportati nelle necropoli d’origine, in Vaticano e sulla via Ostiense, dove sarebbero state erette le basiliche costantiniane.

Il corpo di san Sebastiano, narbonese di origine, sarebbe stato sepolto nelle sottostanti catacombe in seguito alla persecuzione dell’imperatore Diocleziano (284 – 305 d.C.). Divenuto alto ufficiale dell’esercito imperiale, fu il comandante della prima coorte della prima legione, di stanza a Roma per la difesa dell’Imperatore. Quando Diocleziano scoprì che Sebastiano era cristiano avrebbe esclamato: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me” e lo condannò a morte, trafitto da frecce. Abbandonato dai carnefici che lo pensarono morto, fu amorevolmente curato dalla vedova Irene e dal vescovo Policarpo e riuscì a guarire. Cercando però il martirio, sarebbe ritornato da Diocleziano per rimproverarlo e ribadire la sua fede cristiana e questi avrebbe ordinato di flagellarlo a morte, o di ammazzarlo a randellate, nell’area del circo sul Palatino per poi gettarne il corpo nella Cloaca Maxima. Trasportato dalle acque reflue, il corpo si sarebbe infine arenato presso il Velabro. Apparso in sogno alla matrona Lucina, i suoi resti mortali furono ritrovati e tumulati nella catacomba della basilica. Le incongruenze nella tradizione riguardano soprattutto il fatto che Diocleziano a Roma praticamente non ci sarebbe mai stato. Inoltre, nelle prime rappresentazioni Sebastiano appariva come un uomo maturo in abiti militari, solo in seguito, con il Rinascimento è diventato un bel giovane seminudo.

La basilica, comunque, doveva essere nota in origine con la dedica agli Apostoli e solo in un secondo momento, intorno al IX secolo, dovette imporsi la dedica secondaria a san Sebastiano. Ed in effetti, come vedremo, la cappella con le sue reliquie e quella a lui dedicata non si trovano in corrispondenza dell’altare maggiore.
La struttura originale del IV secolo doveva essere a tre navate, o meglio con deambulatorio anulare, in una forma simile ad un circo (e quindi detta circiforme), con un prevalente uso funerario: nella sua pavimentazione, infatti, si trovavano centinaia di tombe, così come lungo le sue murature perimetrali erano molti mausolei, fra cui la cosiddetta Platonia con le reliquie di san Quirino di Siscia, in Pannonia. I limiti del deambulatorio sono oggi visibili nella zona della biglietteria di accesso alle catacombe e dalla parte diametralmente opposta a quest’ultima.
I resti di san Sebastiano furono portati in Vaticano nell’826 da papa Eugenio II, quindi la chiesa dovette essere semidistrutta dai Saraceni nell’846 – 847 e ricostruita in seguito da Nicolò I. Nel 1218 Onorio III vi riportò le reliquie del Santo e ordinò alcuni restauri. Fu poi completamente ricostruita dal cardinale Scipione Borghese (1577 – 1633), con l’intervento di Flaminio Ponzio, la direzione artistica di Guido Reni, e Giovanni Vasanzio.

Quest’ultimo è l’autore della facciata, sul fondo dello spiazzo nel quale troneggia la colonna fatta erigere da papa Pio IX nel 1852 a ricordo del restauro della via Appia fino a Bovillae. Cosiddetta a nartece, si presenta con un portico a tre archi su colonne ioniche binate di granito, di riutilizzo dalla struttura precedente. Superiormente le colonne sono sostituite da paraste laterizie in cui si trovano tre finestre con timpano curvilineo ed al centro lo stemma del Borghese, il tutto coronato da un timpano triangolare di coronamento con al centro lo stemma di papa Paolo V, zio dello Scipione. L’interno è piuttosto sobrio: a navata unica barocca, ha arcate ai lati con coppie di paraste, mentre il soffitto ligneo, dorato e dipinto, disegnato dal Vasanzio stesso ma realizzato da Annibale Durante, presenta al centro il martirio di san Sebastiano e gli stemmi di Scipione Borghese e di papa Gregorio XVI, autore di un restauro.

A destra vi è subito il fonte battesimale con la copia dell’epigrafe lasciata da papa Damaso che ricorda come qui siano stati presenti i corpi di Pietro e Paolo ed il busto marmoreo del Salvator Mundi del Bernini, cui è stato attribuito dalla critica solo nel 2001. La Cappella delle Reliquie accoglie, tra l’altro, la pietra originale del Domine quo vadis? Nella chiesetta omonima, situata all’incrocio tra la via Appia e la via Ardeatina, si trova una copia: in questo punto,, secondo la tradizione, san Pietro in fuga da Roma e del martirio avrebbe incontrato Gesù che camminava invece verso la Città Eterna e gli avrebbe chiesto: “Signore, dove vai?” e Lui avrebbe risposto “Eo Roman iterum crucifigi” (Torno a Roma a farmi crocefiggere di nuovo). A quel punto Pietro avrebbe fatto dietrofront e rientrando a Roma avrebbe subìto il martirio presso il circo di Caligola e Nerone in Vaticano. In san Sebastiano si conserva quindi un blocco di pietra su cui si trovano due impronte di piedi che la tradizione popolare attribuisce a Cristo, mentre si tratta in realtà di un ex voto pagano, dedicato al dio Redicolo, o del Buon Ritorno. Nella stessa cappella sono poi conservate: una freccia del martirio di san Sebastiano e la colonna cui sarebbe stato legato durante lo stesso, alcune spine della Corona di Cristo, un dito, un dente e parte di una costola di san Pietro, un dente di san Paolo, un osso e un braccio di san Andrea, parte della testa ed un braccio di san Fabiano, le teste dei papi San Callisto e Stefano, un calice di Piombo con ceneri ed ossa di san Fabiano, un braccio di san Rocco e parte delle teste dei santi Nereo e Achilleo, Avenisto, Valentino e Lucina.

Sullo stesso lato segue la Cappella Albani, disegnata da Francesco Maratta nel 1706 – 1712 per ordine di papa Clemente XI (al secolo Giovanni Francesco Albani) come sacrario della sua famiglia e costruita da Alessandro Specchi, Filippo Barigioni e Carlo Fontana: è dedicata a san Fabiano papa (236 – 250 d.C.) che, umile cittadino acclamato Papa dal popolo dopo che una colomba gli si posò sul capo, promosse il consolidamento e lo sviluppo della Chiesa di Roma e che la divise in sette diaconie per l’assistenza ai poveri. Durante l’impero di Decio (249 – 251 d.C.) vi fu un tentativo di rafforzamento dell’antica religione romana, per pure ragioni politiche. Si decretò quindi che tutti i sudditi dell’Impero romano proclamassero solennemente e pubblicamente la loro adesione al paganesimo tradizionale, compiendo pubblicamente un atto di culto, immolando un animale. Fatto questo, ognuno avrebbe ricevuto il libello, una sorta di certificato attestante la sua qualità di buon seguace degli antichi culti. Chi non avesse sacrificato in questa forma pubblica, sarebbe divenuto un fuorilegge, un nemico dello Stato. In Roma, tre commissioni chiamarono via via tutti i cittadini alla scelta, quello che per i pagani costituiva un gesto semplice e naturale, era invece per i cristiani come rinnegare l’unico Dio di Gesù Cristo, respingere la sua legge. Tra i primi a rifiutarsi di sacrificare agli dèi ci fu papa Fabiano, che si spense nel carcere Tullianum, ma non per morte violenta. Si ritiene, infatti, che sia stato lasciato morire di fame e di sfinimento. Fu poi sepolto nel cimitero di San Callisto, lungo la Via Appia. Tutta la decorazione della cappella gli è ovviamente dedicata: la statua del Santo fra gli angeli di F. Papaleo, il Santo che battezza Filippo l’Arabo, opera per alcuni studiosi di Pier Leone Ghezzi per altri del Passeri, e la sua elezione a Papa di G. Passeri, per altri invece del Ghezzi. San Fabiano, insieme a san Sebastiano, è copatrono sia delle catacombe sia della basilica. In fondo alla navata, oltre l’arco di trionfo, si trova l’altare centrale con la Crocefissione del Tacconi all’interno di un’edicola con quattro colonne di verde antico, opera del Ponzio, mentre ai lati si trovano i busti di san Pietro e Paolo del Cordier. La mensa poggia su un sarcofago antico ritrovato in uno dei mausolei più antichi.

Di fronte alla cappella delle Reliquie si trova quella dedicata a san Sebastiano, progettata da Ciro Ferri nel 1672 su commissione del cardinale Francesco Barberini e posta direttamente al di sopra della sepoltura del Santo presente nelle catacombe: al di sotto dell’altare si trova la statua del Santo morente trafitto dalle frecce, opera del Giorgetti ma realizzata su disegno del Bernini, oltre all’urna di marmo con i resti del Santo. Appena prima dell’uscita, sul lato sinistro, si trova la dedica al martire Eutichio fatta scrivere dal solito papa Damaso in lettere dette filocaliane.
La visita oggi è singolare: la stretta vicinanza con le catacombe non lascia molto spazio alla meditazione e non sempre i turisti sono educati; al di fuori, poi, il traffico automobilistico e di pullman mette in pericolo anche il più accorto pellegrino. Appena prima dell’ingresso, sulla sinistra, si trova poi la dedica del 236 al 20 gennaio del 250), promosse il consolidamento e lo sviluppo della Chiesa. Divise Roma in sette diaconie per l’assistenza dei poveri. Con lui la figura del vescovo di Roma assunse tale prestigio da destare preoccupazione nell’imperatore Decio, sotto il quale subì il martirio. Fu sepolto nel cimitero di Callisto (dal 10 gennaio del 236 al 20 gennaio del 250), promosse il consolidamento e lo sviluppo della Chiesa. Divise Roma in sette diaconie per l’assistenza dei poveri. Con lui la figura del vescovo di Roma assunse tale prestigio da destare preoccupazione nell’imperatore Decio, sotto il quale subì il martirio. Fu sepolto nel cimitero di Callisto












