Santa Croce in Gerusalemme e Spes

Santa Croce in Gerusalemme e Spes
I dintorni archeologici della basilica

Almalinda Giacummo

Si tratta di un’area che per molti secoli fu utilizzata per lo più per usi funerari e denominata ad Spem Veterem, per la presenza in zona di un edificio sacro dedicato nel 477 a.C. al culto di Spes Vetus in seguito ad una battaglia avvenuta tra Roma e la vicina città di Veio: l’esatta posizione del tempio non è mai stata individuata.

La realizzazione delle grandi vie di comunicazione costituite dalle vie Labicana, Prenestina e Celimontana rendono questa zona molto appetibile sia come area agricola di vasti possedimenti sia come area destinata alle grandi ville d’ozio. Inoltre, nel corso dei secoli, trattandosi di una delle zone più alte della città, vi confluirono numerosi acquedotti che da qui si diramavano ulteriormente per alimentare quanto più possibile Roma. Il più antico era l’Anio Vetus (275 a.C.), con un condotto sotterraneo in parallelepipedi di tufo e copertura in lastre di cappellaccio; quindi l’Aqua Marcia (144 a C.) in blocchi di tufo rosso dell’Aniene e cornice in travertino, la Tepula (125 a.C.) e la Iulia (33 a.C.): questi ultimi tre sono ben visibili su Porta Maggiore, mentre in totale gli acquedotti in zona erano ben otto.

L’area interessata dalla costruzione della basilica di Santa Croce dovette diventare proprietà della famiglia dei Varii nel II secolo d.C., quindi dovette passare entro breve tempo a far parte dei terreni imperiali; con i Severi ed Elagabalo (218 – 222 d.C., il cui padre era appunto Sesto Vario Marcello) dovette diventare una vera e propria residenza imperiale, costituita forse da padiglioni diversi immersi nel verde di giardini e giochi d’acqua: secondo un biografo di Elagabalo, questi amava recarsi ai giardini ad Spei Veteris per assistere alle corse dei cavalli. Le terme Eleniane, così chiamate per un restauro eseguito dalla madre dell’imperatore Costantino, dovettero essere costruite sotto l’imperatore Alessandro Severo (222 – 235 d. C.). La costruzione delle mura Aureliane da parte dell’imperatore Aureliano (270 – 275 d.C.) rese necessario il ridimensionamento dell’estensione della proprietà che vide tagliati fuori ampi spazi del Circo Variano, ad esempio, mentre altre strutture, come l’Anfiteatro Castrense, furono inglobate nelle stesse mura e forse divennero strutture ad esso collegate, come un presidio ed un centro di addestramento per il corpo di guardia imperiale.
Secondo alcuni, però, è possibile che fosse stata mantenuta la comunicazione tra le due parti della proprietà imperiale tramite alcune posterule realizzate appositamente nelle mura. Le fonti antiche attestano come nel 537 i Goti di Vitige abbiano aperto un varco nell’asse centrale dell’anfiteatro, riuscendo quindi a penetrare all’interno: le truppe di Belisario dovettero riuscire a ricacciarli indietro.

Con Costantino e la sua famiglia il Palazzo dovette comunque mantenere la sua funzione di residenza imperiale e probabilmente in quest’epoca dovette prendere il nome di Palazzo Sessoriano, anche se l’esatta derivazione del nome resta incerta: per alcuni dal verbo sedeo, “soggiorno”.
Alla fioritura della prima metà del IV secolo dovette fare da contraltare l’abbandono delle zone periferiche della città considerate meno sicure rispetto ai frequenti pericoli: con il culmine dell’insicurezza raggiunto con il sacco di Alarico del 410 d.C. il palazzo e sue strutture dovettero essere progressivamente abbandonati e le zone limitrofe destinate alle sole coltivazione, mentre dovette sopravvivere solo la parte dedicata al culto e rappresentata dalla basilica di Santa Croce.

A fare da filo rosso nel territorio è l’acqua: l’acquedotto neroniano segna il paesaggio con le sue arcate, diramazione dell’acquedotto claudio e voluto dall’imperatore per alimentare la Domus Aurea ed il ninfeo del tempio dedicato al Divo Claudio. Le Terme Eleniane sono da collocarsi su via Eleniana, laddove gli archi celimontani si staccano dall’acquedotto Claudio, vicino porta Maggiore, ed erano visibili fino ai lavori intrapresi sotto papa Sisto V per la creazione della via Felice (attuali via Santa Croce e via Conte Verde): oggi resta visibile solo una grande cisterna con dodici concamerazioni su linee parallele, realizzate in laterizi ricoperti da uno spesso strato di cocciopesto, l’insieme è l’unica parte superstite del primo impianto severiano, mentre verso E si trovava un terrapieno. In una piccola porzione della cisterna, fino alla metà del XVIII secolo, si trovava una cappelletta dedicata a sant’Angelo.

Il nome delle terme è legato ad una grande iscrizione ivi ritrovata e menzionante appunto un restauro voluto da Elena in seguito ad un devastante incendio, su strutture per lo più di epoca severiana, come ricordano i bolli laterizi ed un’altra dedica, questa volta intitolata a Giulia Domna, moglie di Settimio Severo. Doveva però trattarsi di una struttura pubblica, non quindi direttamente collegata con il Palazzo.
Nella stessa zona, negli anni 80 del ‘900 sono state individuate diverse strutture in opera laterizia pertinenti ad una domus, con quattro ambienti a carattere privato con sale affrescate con figure maschili, forse dei Geni, e femminili, Muse?, oltre ad alcuni pavimenti sia in mosaico sia in cocciopesto, tutto databile in un arco cronologico compreso tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C.: alcune tubature rivenute in zona con il nome della proprietaria hanno fatto pensare che queste sale affrescate fossero di proprietà di Aufidia Valentilla.

L’Anfiteatro Castrense è l’unico altro edificio di questo genere, oltre al Colosseo, noto per la città di Roma. Ha forma ellittica (88×75,80 m), è lungo 252 m e lungo la sua circonferenza si trovano 48 semicolonne, tutte con capitelli corinzi ed altrettanti fornici: si trova nel punto più alto della regione. Il piano superiore vedeva pilastri al posto delle semicolonne, mentre il terzo ordine, secondo i disegni finestre e mensole per il velario, come il più grande Colosseo. La cortina laterizia era quindi completamente visibile, mentre l’uso dell’intonaco dovette essere relegato solo alle parti in cui era stata prestata meno attenzione alla messa in opera, ad esempio negli intradossi degli archi; l’interno, oggi occupato dall’orto del convento di Santa Croce in Gerusalemme, così come nel Colosseo, vedeva la parte inferiore dell’arena destinata a zone di servizio e per l’allestimento degli spettacoli, con gallerie ad anelli concentrici e corridoio centrale di collegamento, il tutto coperto da una pavimentazione in parte fissa in parte lignea, quindi rimuovibile. La cavea, completamente scomparsa, doveva avere un solo ordine di gradinate, per un totale di solo poche migliaia di spettatori, quindi un anfiteatro adibito a giochi per così dire “privati” della corte imperiale, forse venationes. Quanto rimaneva di queste gradinate fu demolito da Benedetto XIV. Gli sterri successivi hanno causato l’abbassamento del terreno circostante per cui oggi le sue fondazioni, in opera cementizia con schegge di selce, risultano ben visibili. Originariamente doveva essere ad almeno tre ordini, ancora visibili in parte all’epoca di papa Paolo IV (1555 – 1559), quando, secondo il Ligorio, dovette essere tagliato all’altezza del primo ordine, forse per motivi di sicurezza: resta visibile parte del secondo nei pressi della chiesoletta della Madonna del Buon Augurio. Pochi gli elementi in travertino presenti. Anche qui i bolli laterizi permettono secondo alcuni di datare la struttura all’epoca severiana, mentre altri studiosi propendono per una datazione ad Elagabalo. Il nome deriva forse dal fatto che in epoca tarda il Palazzo Sessorio veniva chiamato semplicemente Castrum e la vicinanza con esse fece definire Castrense l’anfiteatro.

Da vicino all’anfiteatro partiva un corridoio coperto che sfiorava l’originale atrio, poi trasformato nella basilica di Santa Croce, e raggiungeva il Circo: questo era posto vicino all’acquedotto Claudio e fu tagliato dalla costruzione delle Mura Aureliane, per una lunghezza pari a 565 m ed una larghezza di 125 m. Sulla sua spina, l’elemento centrale di divisione, si doveva trovare l’obelisco di Antinoo, oggi al Pincio, a sua volta proveniente forse da un cenotafio ad esso dedicato. La zona era nota come “girolo” e “cerchio vetere”: nel 1570 il ritrovamento dell’obelisco fece comprendere che la struttura ricordata dai nomignoli era un circo. Negli anni ’20 del ‘900 la costruzione del quartiere esterno alle mura cominciò a fornire i primi dati certi, così come gli elementi conservati nei piloni dell’acquedotto Felice. Dovette essere iniziato già da Caracalla ed essere direttamente collegato alla zona residenziale, mentre ad Elagabalo si dovette l’arretramento dei carceres (gli stalli di partenza) e di due torrette sulla loro linea originale. Dell’originale pista per le corse dei cavalli oggi restano numerosi ambienti sostruttivi su entrambi i lati
Alle spalle del’ex Caserma dei Granatieri si trovano invece i resti di una grande sala absidata, databile in epoca costantiniana, nota come tempio di Venere e Cupidine: doveva in effetti trattarsi di una vasta sala di rappresentanza di forma rettangolare con abside semicircolare allungata, coperta da un tetto a doppio spiovente con capriate ed abside finestrata contraffortata da due speroni, il tutto realizzato spesso riutilizzando materiali precedentemente impiegati in altre strutture o addirittura elementi decorativi marmorei. Per similitudine con strutture contemporanee la decorazione interna doveva essere costituita da marmi preziosi intarsiati e mosaici policromi ed a fondo dorato.
Alcune domus di epoca costantiniana sono quindi state individuate a ridosso delle Mura Aureliane: decorazioni con mosaici bianchi e neri con decorazioni geometriche e vegetali, a volte con inserzione di marmi pregiati al centro, quasi a ricordare la decorazione più preziosa in opus saectile. Domus dello stesso periodo sono anche state individuate a ridosso degli archi dell’acquedotto Claudio: in entrambi i casi si doveva trattare di edifici connessi con la vittoria di Costantino sul rivale Massenzio ed alla necessità di costruire velocemente alloggi per il personale ed i dignitari della nuova corte imperiale.
Del Palazzo vero e proprio solo in tempi recenti si è cominciato ad avere qualche elemento: in occasioni di lavori eseguiti per il Giubileo del 2000 si sono individuati e raccordati rinvenimenti archeologici diversi, fino a dare modo agli studiosi di ipotizzare una struttura con fronte mistilineo di nicchie semicircolari e rettangolari con statue e giochi d’acqua, un corpo di fabbrica principale, con aula triclinare e strutture annesse, allineato alla basilica ed all’anfiteatro, quindi ambienti forse coordinati con un sistema di terrazze digradanti; più indietro altre aule basilicali con un portico colonnato.

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