Santa Croce in Gerusalemme

Santa Croce in Gerusalemme
un pezzo di Terra Santa nella Città Eterna

Almalinda Giacummo

La basilica di Santa Croce in Gerusalemme sorge ove nella prima metà del III secolo l’imperatore Settimio Severo volle costruire un suo palazzo, il Sessorium, il circo Variano e l’anfiteatro Castrense.

In seguito il palazzo fu residenza privata della madre dell’imperatore Costantino, Elena. L’imperatrice, cristiana, dovette forse dedicare al culto una parte della sua residenza, che fu in seguito trasformata in basilica, al suo rientro da un viaggio in Terra Santa ove si dovette recare in seguito alla morte dell’amato nipote Flavio Giulio Crispo e dove poté recuperare preziose reliquie. In effetti, le cronache raccontano che furono ritrovate più croci e che solo dopo il miracolo di una di esse, che sanò al contatto una matrona moribonda, si distinse quella di Cristo.

A quel punto l’imperatrice ne lasciò una parte al Tempio, nelle mani di san Macario, una parte la mandò a Costantinopoli e la terza la portò con sé a Roma in una teca d’argento. Secondo un’altra tradizione potrebbe essere stato il figlio Costantino ad erigere la basilica per ringraziare della vittoria ottenuta sul nemico Massenzio a Ponte Milvio, “in hoc signo vinces”. Aveva, poi, avuto la fortuna di ritrovare i frammenti della Vera Croce dopo aver provveduto a demolire un tempio dedicato a Venere dall’imperatore Adriano nella zona del Calvario e del Santo Sepolcro. L’analisi delle strutture murarie propende invece per una datazione alla metà del IV secolo. Nel 433, ai tempi di papa Sisto III. era comunque detta Basilica Heleniana.

In origine non doveva essere in custodia a monaci ma doveva dipendere direttamente dal Papa che vi officiava per mezzo dei suoi vicari, chierici secolari, era dedicata alla Passione come chiesa stazionale per il Venerdì Santo e per la Domenica Quadragesimale, detta Laetare. I monaci furono introdotti nel X secolo da papa Benedetto VII e vi si sono avvicendati diversi ordini: i benedettini di Montecassino da parte di Leone IX (1050), i canonici di san Frediano di Lucca (secondo alcuni fu papa Alessandro II nel 1062, per altri avvenne nel 1166), con il privilegio di scegliere dalla loro congregazione il titolare della basilica, i Certosini (1370) con Urbano V, e dal pontificato di Pio IV fino ad oggi i cistercensi (1561).
Si tratta di una vasta sala rettangolare (l’atrio misura 36,46×21,80×22,15 m) originariamente aperta sui lati lunghi con arcate su pilastri in seguito chiuse per permetterne un uso cultuale.

Fu quindi divisa in tre navate trasversali, perché inizialmente destinata a Cappella Palatina e quindi divisa secondo un ordine gerarchico preciso: clero officiante, clero e servitù, con l’aggiunta di un’abside e della retrostante cappella. Sempre lungo i lati lunghi superiormente si dovevano trovare delle finestre architravate con archi di scarico, mentre lungo i lati minori si trovavano due file di cinque finestre ognuna. La muratura esterna doveva essere rivestita di intonaco con disegnati dei finti blocchi bugnati, come la facciata della Curia al Foro Romano, mentre l’interno doveva avere marmi nelle parti basse delle pareti ed affreschi nelle superiori.

Un corridoio sul lato destro doveva raccordare la chiesa con il retrostante Palazzo imperiale. Le fu accostato un nartece, in seguito, durante il pontificato di papa Lucio II (1144 – 1145), furono girate le navate in senso longitudinale e furono realizzati il campanile ed il chiostro. Durante il trasferimento ad Avignone della sede papale dovette subire un momento di abbandono, poi recuperato da papa Urbano V che vi fece eseguire lavori di restauro nel 1370.
Altri rifacimenti ebbero luogo nel ‘400 e nel ‘500, mentre l’aspetto attuale si deve agli interventi di papa Benedetto XIV con la realizzazione dell’atrio ellittico, della facciata in travertino e la trasformazione della navata centrale da parte di Domenico Gregorini e Pietro Passalacqua.

La facciata viene considerata un capolavoro del barocco romano: di impianto concavo – convesso di ascendenza borrominiana, si vedano ad esempio l’Oratorio dei Filippini e la chiesa di san Carlino entrambe a Roma, è un quadrato con due altissime paraste corinzie che termina in alto con un frontespizio mistilineo a timpano curvilineo e balaustra con statue degli Evangelisti, sant’Elena e l’imperatore Costantino ed un gruppo di due angeli che innalzano una croce. La parte centrale sporge a richiamare l’atrio ellittico interno cui si accede da tre porte, con vano centrale coperto a cupoletta e delimitato da pilastri che si accostano alle colonne del nartece originale, quattro di granito e due di bigio lumachellato, oltre al corridoio anulare. Sul lato destro si trova il campanile laterizio romanico, con bifore accoppiate ed in parte richiuse: comprende otto piani di cui i quattro superiori sono decorati da cornici divisorie e da quella culminante con punte di mattoni e denti di pietra bianca allineati. Gli ultimi tre piani erano aperti su ogni fronte da bifore: in cima tre campane, due opera di Simone e Prospero de Prosperis da Norcia per il cardinale Sandoval e dedicate a Nostro Signore Gesù Cristo ed alla Vergine e san Bernardo; la terza, opera del Lucenti per il cardinal Fumasoni Biondi, è dedicata a san Pietro Apostolo. La facciata originale doveva aver mantenuto parti del Palazzo imperiale, con un portico ed una fronte simili a quelle della chiesa di san Lorenzo fuori le mura.
L’interno è notevole: a tre navate di colonne granitiche di spoglio, alcune parzialmente inglobate nei pilastri settecenteschi, cui sono riconducibili anche le paraste, la decorazione a stucco ed il soffitto a botte lignea con tela del Giaquinto che rappresenta la Vergine che presenta sant’Elena e Costantino alla Trinità. Sempre del Giaquinto l’Apparizione della Croce nel giorno del Giudizio Universale nella volta, il Serpente di bronzo ed il Mosè che fa scaturire l’acqua dalla rupe nell’abside.
Il pavimento è cosmatesco, anche se piuttosto pesantemente restaurato negli anni 30 del Novecento.

Sempre settecentesco il ciborio (edicola sostenuta da quattro colonne che sovrasta un altare) con marmi e bronzi dorati per il fastigio a cornici ricurve e volute e gli angeli sulle colonne originali del 1148, due di breccia corallina e due di porta santa, a suo tempo opera di Giovanni e dei fratelli Angelo e Gian Paolo Sassone, marmorari romani. Nella chiesa per l’Armellini avrebbe lavorato anche il celebre marmoraro Vassalletto, nella realizzazione forse della cattedra episcopale: ne sarebbe prova parte di un’iscrizione trovata riutilizzata a rovescio nel pavimento della chiesa. Nell’altare maggiore si trovano le prime reliquie: un’urna in basalto grigio con i resti dei santi Cesareo ed Anastasio.
Nell’abside si trovano il sepolcro del cardinale Francesco Quiñones, al centro di un rapimento operato da Napoleone Orsini in lite con il Papato nel 1529, nonché confessore dell’imperatore Carlo V, opera del Sansovino, che la realizzò mentre il porporato era ancora vivo; un tabernacolo in marmo e bronzo dorato disegnato dal Maderno; il sepolcro del cardinale Bernardino Carvajal, cardinale ribelle che fu scomunicato da papa Giulio II ma che venne poi reintegrato nelle sue mansioni da Leone X e che ingrandì il convento nel ‘500. Nel semicatino si trovano affreschi attribuiti originariamente ad Antoniazzo Romano, oggi più probabilmente ad un anonimo umbro, raffiguranti L’invenzione della Santa Croce per opera di sant’Elena, il suo recupero per opera di Eraclio e Cristo benedicente tra cherubini.

Nella navata destra si trovano altari dedicati ai santi Cistercensi, Bernardo di Chiaravalle e Roberto di Molesme, con pitture del XVII secolo. Sulle pareti tele del Lehoux con allegorie e scene varie (1890 circa).
Da una cordonata a destra dell’abside si accede alla Cappella di sant’Elena: di fondazione costantiniana, secondo la tradizione sotto il suo pavimento si troverebbe terra proveniente dal Monte Calvario portata dalla stessa imperatrice insieme ad altre reliquie della Passione di Gesù e da cui deriverebbe anche la definizione In Gerusalemme della stessa basilica. Il mosaico è rifacimento rinascimentale di un originale attribuito all’imperatore Valentiniano III (425 – 455 d.C.), realizzato per un voto della madre Galla Placidia e della sorella Honoria, attribuito a Melozzo di Forlì o a Baldassarre Peruzzi e rappresenta Gesù benedicente con gli Evangelisti, Storie della Croce, Santi, fra cui san Pietro, san Paolo, san Silvestro ed Elena, e Simboli della Passione; nelle lunette affreschi del Circignani (Pomarancio) con Storie della vita di Elena (1590). Sull’altare una statua romana rappresentante forse la dea Giunone, trovata ad Ostia, è stata poi adattata a statua di sant’Elena con l’aggiunta delle braccia e della testa, oltre alla Croce. Doveva essere il luogo della collocazione originale delle Reliquie che nel 1570, a causa della forte umidità, furono trasferite superiormente dal cardinal Francesco Pacheco.

A questa cappella si contrappone quella Gregoriana, voluta dal cardinale Carvajal, il cui stemma compare nel soffitto. Una Pietà del XVII secolo sull’altare e due statue dei santi Pietro e Paolo di scuola francese trecentesche sono presenti all’interno, mentre la volta sotto l’altare ha affreschi del Nappi e del Nanni (1640): tre monumenti funerari di personaggi dell’ordine cistercense.
Tornando al presbiterio, attraverso una scala detta Calvario si accede quindi alla Cappella delle Reliquie, realizzata tra il 1930 ed il 1952 da Florestano di Fausto: all’inizio della scala si trova il braccio trasversale della croce del Buon Ladrone, san Disma. Nella cappella, invece, si trovano all’interno di un reliquiario realizzato da Giuseppe Valadier nel 1803, per conto della duchessa spagnola di Villahermosa, tre pezzi del Sacro Legno, un chiodo, due spine della corona, qualche frammento del Santo Sepolcro, la colonna della flagellazione, oltre ad alcune altre reliquie pertinenti ad altri Santi, parte della collezione di papa Gregorio Magno. Vi si trova anche parte del Titolo, secondo la tradizione reliquia rinvenuta nel 1492 dal cardinal Mendoza durante alcuni restauri che riguardarono l’arco della tribuna della basilica di Santa Croce, in una scatola di piombo: in seguito al ritrovamento arrivò la notizia della vittoria di re Ferdinando di Spagna sui Mori per la conquista di Granada, ultima cittadella infedele in terra d’Occidente.

Sono anche conservati alcuni affreschi della metà del XII secolo, originariamente posti nella parte alta delle pareti della navata centrale, una Crocifissione di scuola giottesca, alcuni codici miniati ed arredi legati ai Cistercensi.
Nell’annesso convento, fondato da Benedetto VII poco prima dell’anno Mille, ed ampliato sia dal Carvajal sia da Benedetto XIV restano il Salone della Biblioteca Sessoriana, fatta costruire da Clemente XI al Cipriani (1724) con volta affrescata del Pannini, ed il monumento a Benedetto XIV del Marchionni.

Nelle immediate vicinanze si trova la chiesoletta, o Oratorio, di Santa Maria del Buon Aiuto, ma per molti romani Santa Maria della Scopetta: incastrata tra l’anfiteatro castrense e le Mura Aureliane, fu voluta da papa Sisto IV nel 1476 ed all’interno vi è posto un affresco raffigurante una Madonna con Bambino attribuito ad Antoniazzo Romano. A pianta rettangolare e facciata a campate, breve scalinata di accesso; singolare la sua attribuzione: una mattina il Papa si stava recando dal Laterano a santa Croce e fu sorpreso da un temporale di potenza inaudita. Trovò riparo presso un’edicoletta della Madonna cui chiese aiuto e protezione dai lampi e fulmini: a temporale finito, il Papa ordinò di costruire la cappella per proteggere la sacra immagine, a sua volta segata con un pezzo del muro dalla sua collocazione originale e posta all’interno di una cornice. Secondo alcuni durante la sua costruzione fu distrutta un’altra cappella detta santa Maria da “Oblationario” o de “Spazolaria” o “Spezzellaria”, per l’abitudine dei fedeli di lasciare le offerte sugli scalini di accesso alla chiesa, che tutte le mattine venivano spazzati ligiamente dal sagrestano. L’interno presenta un’aula con volta a crociera con l’immagine della Vergine sull’altare maggiore, insieme alle insegne di papa Sisto IV della Rovere.
Procedendo verso san Giovanni in Laterano si incontra anche, ma bisogna sapere dove guardare, il piccolo e misconosciuto oratorio di santa Margherita, identificabile da tre finestrelle ed un piccolo ingresso ad un torrino delle mura Aureliane: qui sarebbe stata tenuta prigioniera la martire, fu luogo di culto e pellegrinaggio tanto da ricevere da papa Clemente IX speciali indulgenze ai suoi fedeli. Vi furono apposti degli affreschi nel ‘300, dei quali nulla ormai rimane.
Andare a piedi dal Laterano a Santa Croce era una sorta di abitudine per i Papi: anche Innocenzo X (1198 – 1216) lo fece, a piedi scalzi, per implorare a Dio la vittoria contro i Saraceni. In una zona limitrofa si trovava il Monte Cipollaro, una collina fatta radere al suolo da papa Benedetto XIV: il nome derivava dalla copiosa raccolta che su di esso si faceva di aglio e cipolle, sventolate poi dai festosi romani il giorno di san Giovanni.
Sempre nelle vicinanze si trovano il Museo storico della Fanteria con rappresentate: l’evoluzione storica della Fanteria, il Risorgimento, le Specialità dell’Arma, le Specialità Coloniali, la Prima e la seconda Guerra Mondiale, la Guerra di Liberazione, le Guerre Coloniali, i Corpi di Spedizione, l’Armeria, Drappelle e Stemmi araldici delle Unità di Fanteria, Bandiere di Guerra e Medaglieri. Vi si trovano anche il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali con reperti provenienti da tutto il mondo e con un arco cronologico amplissimo, che spazia dall’epoca tardo-ellenistica al XX secolo, ed il Museo Storico dei Granatieri di Sardegna che con reperti e testimonianze di vario genere ripercorre gli eventi storici a partire dal 1659, anno in cui nacque la specialità dei Granatieri.

 Condividi:
  • Print
  • Digg
  • Facebook
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • Segnalo
  • Wikio IT