Sepolcro degli Scipioni
Roma e l’Appia Antica recuperano uno dei suoi monumenti più famosi nel corso dei secoli
Almalinda Giacummo
Capita a volte che luoghi considerati irraggiungibili diventino invece una piacevole scoperta, oppure che posti visti nella notte dei tempi tornino a fare capolino restituendo “una botta di gioventù”, capita a volte che, semplicemente, passi un poco di tempo ma alla fine un lungo restauro giunga al termine e lo spettacolo che ne derivi valga la pena: è questo il caso del Sepolcro degli Scipioni a Roma.

Individuato in più riprese dal 1614-16, quando venne spogliato violentemente a cominciare dall’iscrizione principale del sarcofago di Barbato, al 1780, quando venne riscoperto casualmente durante lo scavo per una cantina da parte dei fratelli Sassi, “Suonò per la città una voce mirabile che si fossero allora scoperte le tombe degli Scipioni… Un villereccio abituro sorge sulle tombe scipioniche, alle quali conduce uno speco sotterraneo simile a covile di fiere. Per quella scoscesa alquanto ed angusta via giunsi agli avelli della stirpe valorosa… Vidi confuse con le zolle e con le pietre biancheggiare le ossa illustri al lume della face” (Alessandro Verri). Fu infine scavato fino al 1926 poco distante dal percorso entro le mura Aureliane della via Appia, lungo un diverticolo della stessa via, con la facciata rivolta verso l’Urbe, in un luogo quindi, lungo una via, mirato all’Ellenizzazione di Roma e dei Romani: vennero anche eseguite le copie delle iscrizioni che ne ornavano i numerosi sarcofagi e che nel corso del tempo erano state portate ai Musei Vaticani e ricollocate rispetto ai resti di alcuni dei sarcofagi che, invece, erano rimasti in loco.

L’ingresso allora come in parte oggi avveniva direttamente dalla via di Porta San Sebastiano, rampa inclinata, ingresso monumentale, corridoio fino all’intersezione fra i due nuclei del sepolcro.
La facciata originale viene ricostruita come “teatrale”, con una sorta di quinta superiore ad un ordine di semipilastri realizzati in tufo ed a base attica, il tutto su una cornice sagomata in tufo, inserita in un dente ricavato nella roccia ed ancora ben visibile, al contrario del resto che, eccezion fatta per una delle basi, non risulta praticamente conservato.

La parte inferiore, invece, era realizzata nel banco tufaceo e liscia era decorata da affreschi di cui si conservano alcune parti, relative a diversi momenti, con scene forse di battaglia, in cui si individuano alcuni personaggi maschili, e probabilmente relative alla prima realizzazione della facciata, oppure con motivi ad onde, forse da mettere in relazione temporale con la realizzazione della parte monumentale superiore della facciata, da ascrivere secondo alcuni alla fine del II – I secolo a.C.

L’ingresso avveniva da quello che probabilmente doveva essere un ingresso monumentale, oggi non più conservato, probabilmente spogliato già in antico, così come potrebbe far pensare la calcara che occupa parte della facciata stessa; l’interno, realizzato nel banco di “cappellaccio”, è molto ristrutturato: la stessa friabilità della roccia ne deve aver causato il cedimento, le putrelle metalliche e le catene ne garantiscono però la stabilità attuale, mentre l’uso di dispositivi di protezione individuale (dpi) come il casco antinfortunistica risulta una precauzione necessaria.

La planimetria interna vede un grande ambiente quadrangolare all’interno del quale si trovano in totale sei gallerie che si intersecano fra di loro (quattro lungo il perimetro, due al centro), costellate di sarcofagi entro nicchie apposite o lungo le pareti, realizzati direttamente all’interno di un singolo blocco di tufo oppure con lastroni giustapposti, per un totale di più di trenta sarcofagi, fra cui spicca, praticamente di fronte all’ingresso, quello di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console del 298 a.C., qui in copia mentre l’originale si trova appunto ai Musei Vaticani.

sarcofago di Scipione Barbato
Si tratta di una enorme struttura in peperino, a riprendere la forma di un altare, cassa rastremata, zoccolo modanato e fregio dorico, con metope a rosette, triglifi e dentelli in alto, al di sopra il coperchio con pulvini a volute in stile ionico ed un elemento vegetale con foglie di acanto, forse ispirato da prototipi derivanti dalla Sicilia greca. Due iscrizioni: la prima, dipinta sul profilo del coperchio, riporta il nome ed il patronimico del defunto, relativa al periodo della morte avvenuta nel 270 a.C., la seconda è incisa sulla cassa, in versi saturni (relativi alla poesia latina arcaica), cancellando probabilmente un’iscrizione più antica. Si tratta di una breve biografia trionfale del defunto, “uomo forte e sapiente… console, censore, edile… Prese Taurasia e Cisauna nel Sannio… la Lucania… ostaggi”, un elogio funebre eterno: dovette essere realizzato all’inizio del II secolo a.C., forse per volere di Scipione l’Africano.

Vi si ravvisa la conoscenza di categorie proprie del mondo greco, con l’esaltazione della virtus, dell’esistenza di testi originariamente più lunghi e recitati probabilmente durante la pompa funebre, l’esaltazione della famiglia e di un personaggio attraverso episodi non necessariamente e direttamente ad esso effettivamente ascrivibili: il Barbato non dovette partecipare alla conquista del Sannio, la sua famiglia si, elogiandone quindi uno per tutti.
Altrettanto antico il sarcofago con l’iscrizione dipinta sul coperchio che ricorda Lucio Cornelio Scipione console del 259 a.C. e figlio del Barbato, e quella incisa in versi sempre saturni sulla cassa, sempre un elogio funebre, probabilmente più antico rispetto a quella del padre: si data infatti al 230 a.C. Questa fu rinvenuta già nel 1614, staccata e venduta ad un cavapietre, fu poi proprietà del principe Barberini che la murò all’interno della sua biblioteca, fino all’ingresso in Vaticano.

Sono quindi presenti, o meglio, erano quindi presenti sarcofagi per l’inumazione, rito che distingueva la famiglia rispetto all’ora coevo e generalizzato rito incineratorio, con iscrizioni pertinenti a molti altri personaggi della famiglia: Publio Cornelio Scipione, figlio di Publio, Flamine Diale, “… la morte fece sì che le tue cose fossero tutte brevi: l’onore, la fama, la gloria, l’ingegno. Se avessi potuto goderne per una lunga vita, facilmente con le tue imprese avresti superato i tuoi antenati…”; Lucio Cornelio Scipione, probabilmente il figlio di Scipione Asiatico, e suo figlio; Paulla Cornelia, il cui sarcofago era stato inserito alle spalle di quello del Barbato, in una nicchia ricavata in un secondo momento (metà del II secolo a.C.), e la cui iscrizione dedicatoria doveva spuntare al di sopra del sarcofago più imponente del famoso parente; il probabile figlio di Paulla e di Scipione Ispallo, Lucio Cornelio, “una grande sapienza e molte virtù insieme con un’età breve… mancò la vita e non l’onore a colui che ora giace qui…”; Gneo Cornelio, figlio di Gneo Scipione Ispano e quindi fratello di Lucio Cornelio. Solo per citarne alcuni.

Dovette quindi essere il Barbato il fondatore del sepolcro: la posizione dominante e la struttura monumentale, nonché la ricchezza del suo sarcofago sono elementi preziosi per l’attribuzione, oltre al fatto che si tratta di quello più antico. La sua costruzione dovette avvenire all’incirca all’inizio del III secolo a.C.: la sua utilizzazione, invece, dovette essere assai più lunga. Dalla facciata si osserva un secondo ingresso, decentrato, ad arco di conci di tufo, che conduce in un secondo ipogeo, forse in origine non comunicante con quello principale: qui fu sepolto Gneo Cornelio Scipione Ispano, morto poco dopo il 139 a.C., con un elogio in distici elegiaci, di origine greca e più recenti rispetto ai saturni, quindi la struttura potrebbe essere relativa ad un periodo immediatamente successivo al 150 a.C., anno al quale possono essere datate le tombe più recenti della sala grande, ed il 135 circa.

In questo periodo dovette quindi essere realizzata anche la facciata monumentale – teatrale, influenzata dall’oriente e dall’Ellenismo: secondo alcuni studiosi sarebbe stato volere di Scipione Emiliano, all’indomani della conquista, e relativa distruzione con spargimento di sale, di Cartagine, avvenuta nel 146 a.C., membro del Circolo degli Scipioni, filosofi, poeti, storici e personaggi politici attivi nell’elaborazione della cultura ellenistico – romana. E sulla facciata dovettero essere anche apposti i ritratti di eminenti personaggi quali Scipione l’Africano Maggiore, di suo fratello Scipione Asiatico ed il poeta Ennio, così come ricordato sia da Cicerone, preziosissima fonte per questa illustre famiglia, sia da Livio. Al poeta viene tradizionalmente attribuito un ritratto in tufo dell’Aniene, attualmente ai Musei Vaticani: trattandosi però di un ritratto da porre su di un sarcofago, secondo un’usanza tipica etrusca, le somiglianze fanno pensare che possa invece trattarsi di un membro della famiglia, probabilmente Publio Cornelio Scipione Nasica Corculum, console nel 162 e nel 155 a.C.

La vita del sepolcro non fu dunque breve: durante l’Impero divenne proprietà del ramo dei Corneli Lentuli, che dovettero scegliere in alcuni casi di farsi seppellire vicino ai molto più famosi parenti di epoca repubblicana, museo della gloriosa famiglia, cui sono quindi da riferire probabilmente i resti di sepolture ad incinerazione.
L’area archeologica oggi a disposizione del pubblico comprende poi una grande struttura in laterizi di epoca imperiale (III secolo d.C.) che ha in parte interessato gli ambienti del luogo di sepoltura più antico, e che quindi doveva essere ormai in disuso: si osservano alte pareti in laterizio, fino almeno a tre piani, lacerti di decorazioni pittoriche e di pavimenti in tessere di mosaico, un’intercapedine – chiostrina interna per isolare la struttura dalla parete rocciosa retrostante ma anche per dare luce ed aria agli ambienti posti posteriormente a quelli di facciata, forse una struttura da mettere in relazione con un collegio funerario, anche per la presenza di altre strutture atte allo scopo, quali ad esempio una piccola catacomba, non sicuramente ascrivibile ad alcun culto, men che meno cristiano, un’altra struttura in laterizi con degli elementi normalmente identificati con dei marcapiani – sostegni per sepolture su più livelli, un colombario immediatamente al di sotto della sala principale.

Proprio il colombario fa bella mostra di sé, scendendo per una scaletta metallica si entra in un ambiente rettangolare, realizzato in parte con un paramento in opera reticolata, con copertura originariamente sostenuta da due pilastri circolari: sia le pareti sia i pilastri sono completamente rivestiti di nicchie per l’inserzione di olle funerarie atte a contenere le ceneri dei defunti. Al di sotto di ogni nicchia piccoli cartigli dipinti a colori vivaci sull’intonaco, giallo, rosso, azzurro, stranamente senza alcun nome inciso o dipinto sopra, quasi non fossero mai stati utilizzati: singolare inoltre come i pilastri presentino alternativamente nicchie con una sola olla e nicchie con due olle.

Da vedere perché è un’esperienza che colma da molti punti di vista: cultura, fascino, splendore del restauro, avventura. Necessaria la presenza di qualcuno che conosca i luoghi ed i personaggi, oltre le tradizioni del mondo romano, perché abbastanza laconiche le informazioni presenti sul luogo.












