Venere e Roma

VENERE E ROMA uno dei templi più grandiosi della Città Eterna

Almalinda Giacummo

Il poderoso edificio di culto si trova tra la basilica di Massenzio e la valle del Colosseo: costruito dall’imperatore Adriano, fu dedicato nel 135 d.C. ma utilizzato per le celebrazioni già dal 21 aprile 121.

Secondo le cronache, a progettare il tutto sarebbe stato lo stesso imperatore. Nonostante fosse già stato esiliato dallo stesso Adriano per critiche “artistiche”, questi chiese comunque il parere in merito a questo tempio dell’architetto per eccellenza, Apollodoro di Damasco, ed Apollodoro espresse il suo giudizio critico sia sull’altezza del podio, per lui troppo basso, sia sulla sproporzione tra le due statue di culto rispetto alle loro stesse nicchie: infatti, secondo il celebre architetto, se le due dee si fossero volute alzare in piedi non avrebbero potuto farlo perché incastrate. La punizione per Apollodoro pare sia stata la morte…
Prima del tempio nello stesso luogo si trovavano alcune case di epoca repubblicana, una delle quali potrebbe essere attribuita al padre di Nerone, e parte della Domus Aurea dello stesso Nerone, l’atrio con la gigantesca statua dell’imperatore, poi modificata nelle fattezze con quelle del dio Sole, per realizzare il suo progetto Adriano la fece spostare dall’architetto Demetrianus (o Decrianus) più verso l’Anfiteatro Flavio e furono utilizzati ben 24 elefanti.

La particolarità della nuova struttura templare era incentrata su diversi elementi: innanzitutto la grandiosità. Posto sulla Velia, una delle tre cime, insieme al Palatium ed al Germalus, del Palatino, si trattava di un edificio composto da due celle rettangolari contrapposte per le due pareti di fondo. Dopo alcuni lavori realizzati dall’imperatore Massenzio intorno al 307 d.C. in seguito ad un devastante incendio avvenuto nel 283 d.C., le due pareti diritte divennero absidi. Il tutto su un alto podio di 145 x 100 m, cui si accedeva dal Foro salendo un’ampia scalinata centrale e dalla piazza del Colosseo tramite due scalinate laterali, con colonne di marmo grigio, secondo alcuni provenienti e riutilizzate dall’Atrio della Domus Aurea, a costituire un ampio peristilio. Le due celle erano quindi dedicate alla dea Venere, quella verso il Colosseo, ed alla dea Roma quella in parte compresa all’interno dell’ex convento di s. Francesca Romana ora sede della Soprintendenza.

Nella forma originale la struttura templare in generale prevedeva un colonnato doppio di colonne in marmo proconnesio su tutti e quattro i lati, con dieci colonne sui lati corti, più quattro fra le ante dei pronai, e venti, o ventidue, su quelli lunghi: al centro di tutto il complesso il tempio su una base a gradini, uno stilobate alla greca. Il podio aveva solo una fila di colonne sui lati lunghi, al centro dei quali si aprivano due propilei, o ingressi monumentali. Le strutture erano in blocchi di peperino rivestiti di marmo.

Delle celle la prima, quella dedicata alla dea Venere (Venus Felix), si conserva assai malamente, solo una piccola porzione del podio dove doveva trovarsi la statua di culto, difficile la convivenza con un orto in epoca medievale. Quella dedicata alla dea Roma (Roma Aeterna) si conserva invece meglio: lungo le pareti si trovano grandi colonne di porfido rosso, così come lungo le pareti alcune nicchie, con timpani alternativamente triangolari e centinati, sono inquadrate da colonne di porfido di dimensioni inferiori rette su mensole marmoree. Queste ultime fanno parte del restauro massenziano e presentano confronti diretti ad esempio nella vicina Basilica di Massenzio, nella Curia del Foro e nel fronte scenografico di fondo della piscina delle Terme di Diocleziano.

L’imperatore Adriano dedicò le due celle a queste due divinità per confermare vieppiù la connessione stretta fra Venere, madre di Enea e progenitrice degli imperatori fin da Giulio Cesare che imperatore non fu ma gli fece dedicare il tempio del suo foro (Venus Genitrix), la gens Iulia e la città di Roma intesa come impero ormai dominante tanta parte del mondo allora conosciuto. Diverse le interpretazioni anche per le due statue di culto: per alcuni studiosi erano entrambe rappresentate sedute in trono, per alcuni, invece, almeno la dea Venere si doveva trovare in piedi, con un amorino a destra.

Per alcuni apparterrebbe a quest’ultima statua il frammento di panneggio in porfido rosso che però si trova nella cella dedicata alla dea Roma e le viene attribuita dalla attualmente scarna pannellistica presente… La dea Roma, invece, doveva avere un’asta nella mano destra ed un globo, simbolo del potere sul mondo, nell’altra.
Le coperture con volte a botte e le absidi con soffitto a catino, entrambe cassettonate aggiunte da Massenzio, erano decorate con foglie d’oro che brillava e “pulsava” alla luce del fuoco.

Originariamente, invece, il tetto era ligneo e piatto. Anche la pavimentazione oggi visibile appartiene alla fase massenziana, per quanto piuttosto rimaneggiata: spezzoni di marmi preziosi giustapposti realizzano forme geometriche ordinate secondo uno schema preciso e fra tutti primeggia ancora il porfido rosso. Ancora il restauro massenziano prevede l’uso massiccio del laterizio nelle stesse celle.

Secondo alcuni studi, pur non rimanendo praticamente nulla della decorazione del tempio, si può supporre che su uno dei frontoni fosse rappresentata la storia di Roma: al centro Rea Silvia addormentata con vicino il dio Marte, quindi la lupa che allatta Romolo e Remo alla presenza di due pastori che paiono nell’atto di fuggire; alle estremità si trovano una pecora ed un ariete accovacciati.

Questa raffigurazione appare su un rilievo ricomposto i cui frammenti si trovano uno ai Musei Vaticani ed uno al Museo Nazionale Romano: alle spalle di alcuni personaggi in processione compare la fronte di un tempio decastilo riconosciuto da alcuni studiosi come quello di Venere e Roma, appunto, da altri come quello della Gentis Flaviae. La raffigurazione, nel primo caso, confermerebbe il programma ideologico portato avanti dall’imperatore Adriano: riaffermare la discendenza divina della famiglia imperiale e la potenza di Roma.

Lo spoglio del monumento ebbe luogo durante tutta la sua storia: si ha notizia di come papa Onorio I ne abbia smontato le tegole d’oro del tetto per rimontarle sopra quello della basilica di s. Pietro, su permesso dell’imperatore di Bisanzio Eraclio. Quindi barbari prima e dopo, i Saraceni nell’846 e papa Paolo V Borghese (1552 – 1621) che, nell’ottica di magnificare la sua famiglia d’origine eresse a Roma numerosi monumenti fra cui, solo per citarne qualcuno, la fontana di fronte a s. Maria Maggiore, con colonna di spoglio, la facciata di s. Pietro del Maderno, al centro della quale troneggia il suo nome, l’ampliamento del palazzo del Quirinale e la strutturazione a belvedere della piazza antistante, il fontanone del Gianicolo e la fontana dei cento Preti, originariamente in via Giulia ed oggi in piazza Trilussa.

Senza contare la vicina chiesa di s. Francesca Romana, in origine s. Maria Nova per distinguersi da quella distrutta ed Antiqua in cima al Palatino, per il cui cantiere nel IX secolo furono sicuramente adoperati i vicinissimi materiali del tempio di Venere e Roma. O la ricostruzione ottocentesca della chiesa di s. Paolo fuori le mura, andata a fuoco e quasi completamente distrutta nel 1823… Alcune voci si levarono alte: il Fea, Nibby e Muñoz nei cento anni successivi resero giustizia a questa struttura immensa e grandiosa, ricostruita dopo gli scavi archeologici nelle sue forme architettoniche di base anche con elementi arborei, come le siepi di bosso lungo le gradinate, le piante di ligustro al posto delle colonne e siepi di alloro lungo la cella dedicata alla dea Venere.

La struttura, per quanto assai depauperata nel corso dei secoli, usata come cava di materiali di ogni sorta, da quelli preziosi in poi, si presenza comunque maestosa. Le fondazioni visibili lungo via dei Fori Imperiali, la fronte verso il Colosseo e le colonne lungo la salita che porta all’arco di Tito, rendono evidente la suggestione che il tempio completo doveva dare al cittadino: potenza, sacralità ed orgoglio. Certo, oggi la fantasia deve lavorare un poco per consentire la ricostruzione degli alzati e le spiegazioni presenti non sono esattamente sufficienti, ma la possibilità di osservare dall’alto sia il Colosseo sia la zona della Meta Sudans e dell’arco di Costantino aiuta a colmare quelle che, si spera, siano mancanze momentanee e presto risarcite.
Da vedere perché dopo diversi decenni riapre una struttura che ha accolto le passeggiate di molti romani in ogni tempo… (compresa la mia da piccina…).

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