Atrium Vestae e via Nova
Roma: il nuovo percorso nel Foro Romano
Almalinda Giacummo
E’ stato inaugurato nel Foro Romano di Roma il nuovo percorso che riconsegna ai visitatori l’Atrium Vestae, o Casa delle Vestali, e che consente di percorrere parte della Via Nova, visibile dalla fine dell’800 in seguito agli scavi realizzati da Rodolfo Lanciani.

Con il tempio dedicato alla stessa dea Vesta, l’Atrium Vestae costituiva un insieme: entrambi si univano spiritualmente ed anche topograficamente con la Regia, dimora dei primi re di Roma, e con la casa del Rex Sacrorum e poi del Pontefice Massimo che viveva invece nella domus Publica, allorquando i re vennero cacciati da Roma. Vesta era colei che proteggeva il focolare domestico, soprattutto quello di Stato, il focolare per antonomasia, il cui spegnimento sarebbe stato di cattivo auspicio per la città: le Vestali erano fanciulle che divenivano sacerdotesse in giovane età, fra i sei ed i dieci anni, e prestavano il loro servizio per trenta anni circa. Durante la cerimonia di vestizione alle fanciulle venivano tagliate le chiome, che quindi venivano appese a un albero di loto, poi indossavano un velo bianco che copriva anche le spalle e una specie di diadema di lana diviso in sei cordoni.

Dovevano restare nubili ed illibate ma godevano di alcuni privilegi speciali ed era l’unico sacerdozio femminile di Roma: in caso di rottura dei voti non potevano essere uccise direttamente ma venivano sepolte vive in una camera posta nel Campo Scellerato, vicino alla Porta Collina sul Quirinale, grosso modo fra via Goito e via XX Settembre, nella zona poi occupata dal Ministero delle Finanze. Di contro erano libere dalla patria potestà paterna, possedevano beni materiali e finanziari, avevano diritto a buoni posti negli spettacoli pubblici, potevano usare il carro in città, altrimenti proibito, ed avevano una tomba, forse comune, nella città stessa. Chi le avesse incrociate il giorno della propria condanna a morte avrebbe ricevuto la grazia. Le Vestali erano sempre in numero di sei. Oltre a custodire il fuoco sacro, le Vestali avevano il compito di preparare le focacce per i sacrifici e di realizzare la mietitura rituale. Una volta terminato il sacerdozio, avevano una dote ed una posizione sociale che consentiva loro anche di potersi sposare.

In ciò che oggi è visibile al pubblico, si osserva la presenza del tempio circolare dedicato a Vesta in una fase relativa ad un restauro voluto nel 191 d.C. da Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo, restauro poi rielaborato nuovamente con anastilosi recente integrata da blocchi di travertino (1930; il tempio venne identificato come tale solo nel 1882: il Lanciani avrà modo di dire che la zona scavata tra la via Sacra e la via Nova, occupata appunto dall’Atrium Vestae, è “la scoperta più notevole fra quante hanno avuto luogo dal 1870 in poi”). La struttura è costituita da un podio circolare in opera cementizia di circa 15 m di diametro, rivestito di marmo, cui si appoggiavano le basi per le 20 colonne con capitello corinzio: all’interno veniva custodito dalle Vestali il fuoco sacro. Nella ricostruzione classica che ne viene fatta, il tetto era quello tipico delle più antiche capanne subcircolari, a cono ed aveva un’apertura da cui fuoriusciva il fumo del focolare, sempre acceso. Oltre al fuoco, doveva essere conservato all’interno del penus Vestae anche il Palladio, il simulacro della dea Atena che secondo la tradizione Enea aveva portato via da Troia insieme ad altri oggetti e che rappresentava la nobiltà della stirpe romana. Sotto la direzione di Giacomo Boni agli inizi del ‘900 verrà individuata, seguendo un cunicolo cinquecentesco, una camera ipogea in opera laterizia posta al di sotto della cella.

Si accede quindi alla Casa delle Vestali vera e propria: è preceduta da un’edicola adrianea, forse da identificare con il sacello dei Lari piuttosto che con un’edicola della stessa dea, anche se quest’ultima non possedeva una statua all’interno del suo tempio. La Casa delle Vestali si apre in un grande cortile rettangolare, con porticato colonnato originariamente a più piani, di cui ne restano in parte visibili due: in un approfondimento realizzato lungo uno dei lati corti si osservano parte delle strutture precedenti, con resti di pavimenti in mosaico con elementi in marmo scuro, di epoca repubblicana. L’edificio si presenta completamente in mattoni ed è databile al periodo successivo all’incendio avvenuto durante l’impero di Nerone, in seguito al quale venne appunto ricostruito secondo un orientamento più simile a quello del resto del Foro. Venne quindi nuovamente rifatto con Traiano e restaurato con Settimio Severo. Al centro si trovano tre vasche, due quadrate ai lati ed una originariamente rettangolare poi sostituita da una ottagonale, forse in età costantiniana, al centro. Lungo le pareti si dovevano invece trovare le statue rappresentanti le diverse Vestali Massime che si erano succedute nel tempo: molte statue furono ritrovate tutte ammassate in un punto, probabilmente pronte per essere bruciate in una fornace per farne calce, in tempi moderni invece alcune sono state musealizzate nella stessa Casa, su alcune basi sempre pertinenti a Vestali ma non corrispondenti alle statue che vi sono sovrapposte. Le basi riportano in nomi di alcune Vestali Massime di età severiana, quali Numisia Maximilla, Terentia Flavola, Campia Severina, Flavia Mamilia, Flavia Publicia, Coelia Claudiana, Terentia Rufilla e Coelia Concordia. Dalle fonti antiche si sa anche che una Vestale, Claudia, lasciò il sacerdozio per farsi cristiana.

La grande sala posta lungo uno dei lati corti è erroneamente chiamata tablino: lungo le sue pareti si osserva anche la presenza di sei piccole sale, forse legate ad ogni singola Vestale oppure, secondo altri, alla custodia di arredi sacri. In questa zona doveva trovarsi inoltre, fin dalle origini, un sacello dedicato ai Lari ed una statua del mitico fondatore del culto di Vesta, il re Numa Pompilio. Lungo una parete si percepisce l’inizio di un’ulteriore rampa di scale, un accesso ad un terzo piano, forse adibito al passaggio-soggiorno del solo personale di servizio. Girando quindi verso destra, e la base del colle Palatino, si incrociano alcune stanze di servizio che affacciano su di un corridoio: si tratta di un forno, un mulino con una mola, una scala che conduceva ai piani superiori, probabilmente gli alloggi privati delle stesse Vestali con sistemi di riscaldamento e bagni, e più avanti una cucina. All’angolo con l’altro lato corto di trova una sala absidata che per alcuni studiosi doveva ospitare un sacello dedicato ad Aius Locutius, un dio che dal bosco sacro originariamente annesso al primo tempio di Vesta e posto verso il Palatino, avrebbe inutilmente avvertito i Romani dell’attacco dei Galli del 390 a.C. La sala grande successiva, posta di fronte al tablino, è detta triclinio. L’altro lato lungo è assai meno conservato: nella parte inferiore sono state individuate tracce delle strutture precedenti l’incendio neroniano, fra cui vanno sicuramente identificati la domus del Rex Sacrorum e poi del Pontefice Massimo, almeno fino a quando Augusto non assunse questa carica a vita e ne trasferì la dimora sul Palatino. Per curiosità: Giulio Cesare visse in questa casa nel Foro dal 62, anno in cui divenne appunto Pontefice Massimo, al 44 a.C., anno della sua morte.

In seguito all’abolizione dei culti pagani voluta dall’imperatore Teodosio (391 d.C.), fu abbandonata per diventare poi sede di alcuni funzionari della corte imperiale e di quella papale.
Il verde storico, che con questi lavori si è cercato di riportare allo stato originale, si deve alla visione romantica dell’Atrium voluta da G. Boni: “Il basso recinto delle piscine è pur lieto di piccole rose che, intonandosi all’ambiente ed alle decorazioni architettoniche ed alle sculture formano un’armonia veramente pittorica e grata ad ogni artista che l’ammira e la studia. Bastano in Roma poche stagioni per armonizzare le piante alle antiche strutture; d’anno in anno la selezione spontanea indica il nocivo superfluo”.

Terminato il giro nella Casa delle Vestali oggi il visitatore può ascendere alla via Nova attraverso una scala, magari appena un po’ ripida, che si trova nell’angolo vicino al cosiddetto tablino: la via Nova è parte di una sede stradale basolata che conduce dall’area posta al di sopra della Casa delle Vestali fino all’incrocio con il clivo Palatino, secondo la tradizione databile al periodo successivo all’incendio neroniano ma probabilmente solo ritracciata in seguito allo stesso su un percorso precedente. Guardando verso le pendici del colle Palatino si osserva l’imponente presenza delle sostruzioni legate all’ampliamento domizianeo prima ed adrianeo poi, con lo scavalco della via, della domus Tiberiana: grandi arcate in cortina laterizia disegnano delle pendici regolari per realizzare al di sopra ampi spazi per il primo vero palazzo imperiale. Nelle stesse arcate vennero quindi forse installate diverse botteghe, spesso a più piani collegati da scale interne ancora percorribili, con evidenti tracce di restauri già in epoca antica, a conferma che la stabilità del Palatino è sempre stata “precaria” e che ha sempre necessitato di osservazione e conservazione continue. Tracce di graffiti incisi sull’intonaco riferibili a conteggi e monete ha fatto anche pensare che almeno in alcuni ambienti fosse stabilita parte del fisco imperiale. Gli ambienti oggi restaurati sono stati in parte adibiti a locali per la musealizzazione di reperti archeologici provenienti dalla zona, come parte di un mosaico in bianco e nero e il torso di una tigre in alabastro orientale con inserti di marmo bigio, di cui ne resta apparentemente uno solo, databile al II secolo d.C.

L’intera zona oggi nuovamente fruibile da parte del grande pubblico, soprattutto grazie all’incoscienza del personale di custodia che con ranghi a dir poco ridotti ha comunque acconsentito ad incrementare il territorio da controllare, si presenta quindi come un bel giardino, con rose di diverso tipo nella Casa delle Vestali e prati nuovi di zecca nella zona prospiciente la via Sacra, ma decisamente scarno, per non dire inesistente è l’apparato didattico-informativo: la pannellistica non esiste e dove è presente non fornisce alcun elemento utile alla comprensione di strutture si imponenti e/o romantiche ma praticamente sconosciute e poco “parlanti” al pubblico non specialistico.
Si restaura parzialmente e si apre cercando di non dare a vedere che la situazione sta degenerando rapidamente ma i nodi al pettine stanno arrivando…












