Villa dei Quintili
L’Otium romano a due passi dal centro
Almalinda Giacummo
Famosi per l’affetto fraterno che li contraddistingueva, il perfetto accordo e la parallela ed inscindibile carriera politica, i fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo si erano costruiti lungo la via Appia, appena fuori Roma, una fra le più fastose e famose ville del suburbio romano.

La Villa dei Quintili e parte del suo territorio è proprietà dello Stato italiano dal 1986, anno nel quale si riuscì finalmente a sottrarre dalle mani di speculatori e scavatori clandestini quella zona che per secoli era stata chiamata prima Statuario poi Roma vecchia per l’abbondanza di strutture e di ritrovamenti che in essa avvenivano quotidianamente e con facilità. Aperta al pubblico da alcuni anni, soffre però di una scarsa conoscenza e di poca frequentazione sia da parte dei romani sia dei turisti che, vuoi per le difficoltà a raggiungerla, sia per le poche informazioni, non la visitano come meriterebbe.

Questo nonostante i lavori apparentemente in corso, naturalmente solo resti mai sistemati di scavi precedenti ormai conclusi da qualche tempo.
Ma si sa, le polemiche….
Consoli entrambi dal 151 d.C., Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo furono anche governatori dell’Acaia (Grecia) e della Pannonia (od. Ungheria) e godettero della protezione dell’imperatore Marco Aurelio, fu suo figlio, all’indomani dell’ascesa al trono, a sbarazzarsi dei due invadenti fratelli. In effetti, Commodo li fece mandare a morte con l’accusa di cospirazione ai suoi danni, secondo alcuni con l’aggravante della loro eventuale fede cristiana, ed entrò in possesso dei loro terreni, villa compresa.

A suffragare l’ipotesi della religione cristiana sarebbe un reperto oggi mutilo ma che in origine presentava nella parte alta la finale LIORUM quindi la scritta in greco ιχθυς, che se a prima vista significa “pesce” è in realtà un acrostico il cui scioglimento è “Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore”. Secondo alcune fonti, i due fratelli avevano saputo da un oracolo greco che la loro stirpe sarebbe finita tragicamente ed il figlio di Massimo dovette riuscire a salvarsi dalla furia omicida di Commodo: ingerito del sangue di un coniglio, simulò la sua morte in seguito ad una rovinosa caduta da cavallo, vomitato il sangue, morente sarebbe stato portato in un luogo chiuso e qui avrebbe fatto seppellire un montone al suo posto. Ma certi segreti non hanno vita lunga e quindi, nonostante molti si siano sacrificati per mantenere la parola ed il silenzio, altri siano stati erroneamente scambiati per lui, alla morte del persecutore della sua famiglia non riuscì comunque a riavere i suoi beni. Si ha notizia di un pretendente che, però, alle domande di Pertinace a proposito della Grecia, che il vero Quintilio avrebbe dovuto conoscere bene, venne smascherato e condannato a morte per frode.

La villa ha, quindi, due sostanziali momenti di vita: il primo rappresentato dalla realizzazione voluta dai Quintili e testimoniata archeologicamente dal rinvenimento durante gli scavi del Nibby del 1829 di alcuni tubi in piombo (fistulae acquarie) con la menzione dei due fratelli Quintilii Condianus et Maximus, e da strutture in laterizi, ed una seconda fase con murature in opera listata (mattoni e blocchetti di tufo regolari alternati).
Arrivando dalla via Appia Nuova, dove oggi si trova l’ingresso moderno, lo scorcio sulla villa è maestoso: all’origine l’ingresso era dalla via Appia antica e chi la percorreva, oltre ad una serie di monumenti commemorativi, avrebbe visto e forse avrebbe potuto usufruire di un fresco e sontuoso ninfeo, magari contemplando un sistema decorativo allusivo delle origini mitiche della famiglia dei Quintili, originaria di Alba Longa, la cui villa casualmente si trovava nel luogo dove la tradizione poneva l’accampamento dei Curiazi, nella stessa zona dove oggi due tumuli vengono chiamati “degli Orazi” e dei “Curiazi”.

Nel suo attuale aspetto il ninfeo presenta delle superfetazioni di epoca medievale, come quella sorta di portico con pilastri e balconata con mensolette in travertino, oltre al muro che chiude il ninfeo sulla via Appia ed alla torre sul lato sinistro, facilmente riconoscibili della realizzazione in blocchi sbozzati di materiali diversi. Il ninfeo, costruito probabilmente dall’imperatore Commodo quando divenne proprietario della villa, si articolava in una nicchia centrale semicircolare coperta con una semicupola ed una vasca, quindi un pavimento in mosaico con grandi tessere, mentre nella volta dovevano essere tessere di pasta vitrea di dimensioni inferiori. Nella seconda fase doveva essere preceduto da un ingresso monumentale,cui dovrebbe riferirsi la colonna attualmente in piedi, insieme ad altre due non più presenti, e le basi reimpiegate nel muro di epoca medievale. A chi apparteneva il castello medievale? Forse alla famiglia degli Astalli o ai conti di Tuscolo.

Da questo ninfeo cominciava un giardino cosiddetto ad Ippodromo, per la forma allungata e con probabile spina centrale, delimitato da due muri con relativi portici, che poi dovettero essere demoliti, e che dovevano essere ornati da statue e giochi d’acqua. Quindi si arrivava in cima a quella che era una propaggine della colata lavica dei vulcani laziali, detta del Capo di Bove, dal nome attribuito originariamente al Mausoleo di Cecilia Metella, sempre sulla via Appia per la decorazione superstite a bucrani.
Costeggiato l’acquedotto e la grande cisterna oggi utilizzata in parte come magazzino di materiali archeologici, ma di cui si legge perfettamente l’impianto con poderose volte a crociera e rivestimento parietale in cocciopesto per l’impermeabilizzazione, si raggiunge la villa vera e propria con sulla destra la zona residenziale ed a sinistra la zona termale con le maestose strutture del calidarium e del frigidarium.

Fra gli ambienti di rappresentanza si trovavano i cubicola (camere da letto), diversi cortili con portici decorati con marmi policromi (ad esempio greco scritto e rosso antico), alcuni piccoli ambienti termali ad uso privato, delle lastrine ed ambienti di servizio. Le camere da letto erano poste per lo più ai piani alti, mentre nella parte inferiore e nella zona della basis villae, creata per usufruire del dislivello dovuto alla colata lavica, si svolgevano gli ambienti di servizio. Durante recenti scavi è stato inoltre trovato un deposito di calce che era stato sigillato dal crollo della struttura superiore, ancora fresco e pronto per essere messo in uso che oggi è stato nuovamente ricoperto per essere conservato. Effettivamente della zona residenziale non si conservano resti imponenti.

Nelle immediate vicinanze, e sorta di cerniera con la zona termale, si trovava il cosiddetto Teatro Marittimo, il cui nome nulla ha a che vedere con la sua effettiva funzione ma è dovuto alla rassomiglianza con la struttura circolare presente a Villa Adriana, a Tivoli. In effetti, nel caso della Villa dei Quintili, si tratta più probabilmente di un viridarium, una sorta di orto botanico in cui erano coltivate piante aromatiche con annessa una probabile passeggiata coperta. Secondo alcune ipotesi la forma pseudocircolare della struttura, le cui strutture murarie possono essere datate alla seconda metà del II secolo per l’uso dell’opera vittata rimanderebbe ad una destinazione ludica della struttura, da assimilare ad una specie di anfiteatro dove Commodo si sarebbe dilettato nei ludi circensi, da lui sommamente apprezzati. Tanto per ricordare: una delle immagini più famose di Commodo è quella conservata ai Musei Capitolini dove l’imperatore è rappresentato come Ercole, con indosso le spoglie del leone nemeo.

Si entra quindi nella zona termale che non rispecchia quelle che possono essere considerate peculiarità dell’edilizia termale romana: l’assialità e la simmetria. Si tratta di una serie caotica di sale, per lo più riscaldate sia al di sotto del pavimento sia lungo le pareti, che culminano nell’imponente struttura del calidarium. Questo si presenta come un vasto ed altissimo ambiente di forma rettangolare, anche qui un’eccezione poiché per lo più si trattava di strutture circolari, occupato da una grande vasca cui si accedeva tramite una serie di gradini rivestiti anch’essi di marmo, come probabilmente tutto il resto della struttura, poiché l’intonaco poco avrebbe resistito in un ambiente umido. Sono ben visibili i resti di tre praefurnia, cioè di forni per il riscaldamento dell’acqua, e sono anche stati ritrovati elementi pertinenti a testudines alvei, una sorta di calderoni bronzei che venivano riscaldati e servivano a rendere calda l’acqua in cui venivano immersi. Lungo le pareti Sud-Est dello stesso calidario sono poi presenti degli ampi finestroni che, sebbene in contrasto con una logica che preferirebbe dare meno sfogo possibile al calore, erano chiusi con grate plumbee e dei vetri, e consentivano il riscaldamento tramite irraggiamento solare. Il passaggio dell’aria calda al di sotto dei piani pavimentali avveniva attraverso intercapedini appositamente realizzate con pilae (colonnine) di mattoni bessali (circa 20 cm di lato) che poggiavano su una pavimentazione in grossi mattoni o in tegole, mentre nelle pareti le intercapedini erano realizzate da appositi mattoni forati (tubuli).

Da notare come la profondità della vasca non sia eccessiva, poiché i romani non erano esattamente noti come grandi nuotatori e il sistema termale prevedeva dei bagni di relax, cui andavano frapposti massaggi, saune, esercizi ginnici, bagni tiepidi e freschi, in quella che doveva essere la natatio (piscina) ma la cui localizzazione nell’ambito della Villa dei Quintili non è ancora nota.

Poco oltre era il frigidarium, la cui decorazione marmorea si è maggiormente conservata anche se fra quando è stato scavato ed oggi alcuni marmi hanno “preso il volo”. Dopo la recente asportazione dell’imponente strato di crollo che ostruiva il pavimento, è venuta alla luce una decorazione geometrica assai ricca per la profusione di marmi pregiati, come il tasio, il cipollino ed il giallo antico, oltre alla decorazione parietale su doppio ordine e con elementi scultorei collegabili ad un programma di tema dionisaco. Curioso come le colonne in cipollino siano state solo recentemente ricollocate nella loro posizione originale: in precedenza erano state asportate ed utilizzate da Valadier per la decorazione del teatro Tordinona che venne demolito per la realizzazione dei muraglioni lungo il Tevere; le colonne vennero quindi portate alle Terme di Diocleziano dove poi si perse memoria della loro origine. Solo in tempi recenti la costanza della ricerca degli archeologi ne ha permesso il riconoscimento e la ricollocazione nel frigidarium.
In uno dei vani riscaldati è stata inoltre ritrovata una fornace per la “cottura” dei marmi, una calcara, per ricavarne calce da costruzione. Si vedono alcuni frammenti di marmo ammassati e pronti per la cottura ed alcuni residui della stessa.

All’interno del piccolo Antiquarium, che si trova vicino all’ingresso moderno della Villa dei Quintili su via Appia Nuova, sono custoditi reperti provenienti per lo più dai recenti scavi, fra cui diverse tarsie marmoree pertinenti ad opus sectile con cani correnti e personaggi vari, capitelli, al capitello in marmo proconnesio con i due leogrifi, esseri metà leone metà aquila, il cui unico confronto, e non del tutto identico, può essere fatto con un reperto proveniente da Leptis Magna e datato al II – III secolo d. C. Sono poi presenti diversi elementi, per lo più statue, relative ad altri culti religiosi, provenienti da un ritrovamento effettuato nel 1929 all’incrocio con via Appia Pignatelli, sul sito di una probabile calcara (medievale?), ma che dovevano provenire dalla stessa villa dei Quintili.

Fra queste statue, sono riconoscibili soggetti legati al culto isiaco per la presenza del particolare nodo che veniva realizzato sulle vesti, di Artemide Efesina per le numerose mammelle sul corpo, di Mitra, con Cautes e Cautopates, i due personaggi con la torcia rivolta verso l’alto nel caso del primo e rivolta verso il basso per il secondo, di Asclepio, per i piedi con il serpente, di Zeus Broton (tonante) sia per la presenza di varie offerte votive sotto forma di buoi, sia per la presenza in piccole dimensioni di copie della statua di culto, ritrovata anch’essa e presente nell’antiquarium, di Zeus seduto su una roccia in atteggiamento pensoso. Si tratta di una versione di Zeus non particolarmente attestata ma nota, con nette espressioni agricolo – pastorali. E’ molto probabile che essendo i Quintili una famiglia i cui membri avevano viaggiato molto, avessero anche del personale estremamente eterogeneo per provenienza e per religione e che in grande democrazia ciascuno potesse avere il proprio luogo di culto.

Nelle epoche successive la villa dovette comunque essere abitata fino al VI secolo per la presenza di bolli laterizi dell’età di Teodorico, mentre per il periodo altomedievale vi sono dei ritrovamenti di sepolture e di ceramiche. Quindi dovette diventare parte del patrimonio della Chiesa: nel X secolo rientra nei possedimenti della chiesa di s. Erasmo al Celio, nel XII di quella di s. Maria Nova (o s. Francesca Romana), quindi proprietà dell’Ospedale del Santissimo Salvatore ad Sancta Santorum (oggi Ospedale di San Giovanni in Laterano), e nel 1797 fu venduta dal Monte di Pietà, che gestiva i beni dell’Ospedale, a Giovanni Raimondo Torlonia.

Da vedere perché si tratta senza dubbio alcuno di una struttura interessante sia per la sua realizzazione sia per la concezione dell’otium stesso dei romani, inteso non come assoluto far niente ma come idea della cura del corpo inteso come fisico, gli ambienti termali, e come “testa”, in uno splendido panorama in piena campagna romana poco fuori del centro della città.
Con un po’ di fortuna, anche l’attuale visitatore può vedere le caprette al pascolo….
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