Villa Doria Pamphilj

VILLA DORIA PAMPHILJ, IL CUORE VERDE DI ROMA
A passeggio in una delle più belle ville della Capitale, apprezzata da cittadini e turisti, spesso facoltosi

Almalinda Giacummo

Per quanto straziata dalla divisione operata dalla costruzione del tratto della via Olimpica dedicato a Leone XIII, la Villa Doria Pamphilj resta una delle più belle di Roma, così bella che sia lo Stato sia il Comune ne posseggono delle parti, e la usano, specie il primo, per far alloggiare eminenti personaggi, dal principe Carlo a Gheddafi…

Il complesso della villa, detta anche Bel Respiro, fu creato nel 1644 – 52 per il cardinale Camillo Pamphilj, nipote del papa Innocenzo X e figlio della famosa Donna Olimpia Pamphilj Maidalchini. I terreni erano stati comprati nel 1630 da Panfilio Pamphilj a Giacomo Rotolo per la somma di circa 4000 scudi e consistevano in una vigna con annesso casino.

Si arriva a Porta San Pancrazio e da qui lungo la via Aurelia fino alla casa dei custodi, realizzata da Andrea Busiri Vici nel 1881; poi si sale verso l’arco d’ingresso, sempre del Busiri Vici ma del 1859, e verso destra si arriva alla Palazzina Corsini, di origine settecentesca e rimaneggiata nell’ottocento, seguendo la quale si possono osservare le arcate dell’acquedotto Paolo, fatto costruire da papa Paolo V nel 1609 – 1612 restaurando le arcate dell’acquedotto costruito dall’imperatore Traiano nel 109 d.C. per alimentare per lo più la zona di Trastevere con l’acqua del lago di Bracciano condotta lungo la via Clodia, la Cassia ed infine l’Aurelia. Da qui si domina anche la Valle dei Daini, un’area di 60.000 mq soggetta a diverse mutazioni, oggi una selva impraticabile di piante infestanti. La valle era abitata un tempo dai daini in libertà, da qui il nome, faceva parte della Villa Corsini ed era sistemata come giardino alla toscana. Era chiusa a nord dai giardini terrazzati organizzati in stile geometrico, verso valle si concludevano con una prospettiva d’acqua basata su un muro ortogonale strutturato su una serie di archi alla cui base erano posti alcuni bacini d’acqua. Dalla Valle dei Daini si presentava quindi una sequenza prospettica spettacolare costituita, in primo piano dalla prospettiva d’acqua, poi dai giardini terrazzati e conclusa dalle arcate dell’acquedotto. Tale sistemazione è attribuita a Giovan Battista de Rossi. La Valle dei Daini è notevole anche per le testimonianze geologiche che offre: in alcuni punti sono affiorati depositi caratterizzati da strati successivi di fasi vulcaniche e di fasi sedimentarie tra i quali si osservano le sabbie dorate che diedero alla zona l’antico nome di “Monte d’Oro” oggi trasformato in Monteverde. Nel fondo della Valle affiora in più punti lo strato di “argille azzurre” relative alla prima fase formativa della valle del Tevere.

Si scorge quindi la Cappella Funeraria neoromanica, opera di Edoardo Collamarini del 1896 – 1902 ed il Giardino del Teatro, originariamente ornato con aiuole geometriche (“all’italiana”) fino ad un restauro del 1854 con un prato all’inglese, pur mantenendo la Fontana dei Tritoni, la cavea del Teatro e la Fontana di Venere. Tra le varie modifiche importante fu la trasformazione avvenuta nel 1852 ad opera di Andrea Busiri Vici, con la creazione di un sistema di viali che si snodano intorno alla fontana di Giacomo Della Porta. Durante i lavori è stato ricreato il pergolato in ferro battuto ricoperto di rose antiche sulla base di un rilievo del 1899 e di una foto dell’archivio Alinari.
Salendo la scala si osserva il Giardino Segreto e il Casino del Bel Respiro, proprietà dello Stato e sede di rappresentanza della Presidenza del Consiglio.
Il primo risulta chiuso sul fondo da un muro ornato da statue e bassorilievi ed un terrazzamento panoramico posto più in alto, inoltre vi si tenevano concerti di musica del XVI e XVII secolo.

Il secondo, detto anche di Allegrezze o delle Statue, è opera di Alessandro Algardi (1598 – 1654) e Giovanni Francesco Grimaldi (1644 – 1648). Nelle decorazioni delle facciate sono conservati numerosi rilievi antichi, secondo una moda già adottata a Roma nella seconda metà del Cinquecento, mentre l’interno è ispirato al Palladio, con un grande salone circolare centrale alto due piani ed al di sotto del quale, all’altezza del giardino, è posta una sala rotonda con statue antiche e stucchi classicheggianti disegnati dallo stesso Algardi, mentre gli affreschi della sala di Ercole sono opera del Grimaldi. Il Casino fu concepito quindi in parte come museo per la sterminata collezione di statue antiche e moderne della famiglia Doria Pamphilj, alcune delle quali si trovano oggi nei Musei Capitolini. Notevoli la Sala di Flora, quella del tesoro di Donna Olimpia e la Galleria dei Costumi Romani.

Nella stessa villa sono presenti numerose specie arboree, una pineta, delle serre ottocentesche, la Villa Vecchia, o “Casino della famiglia”, il cuore originario acquistato nel 1630 ristrutturato a metà settecento da Francesco Nicoletti, con splendidi stucchi interni, quindi di nuovo nell’ottocento. E’ costituita da un primo fabbricato sull’acquedotto dell’Acqua Paola e da due bracci che chiudono un cortile d’ingresso, quindi il Giardino dei Cedrati, con il recinto opera di Gabriele Valvassori, così come la fontana di Venere e quella del Tevere, oggi scomparse, la Fontana della Lumaca e quella del Giglio, opera dell’Algardi, quindi il canale con cascate artificiali che conduce al romantico laghetto, cospicua colonia di nutrie, ove si trovava la zona rustica del serraglio, di uso venatorio ed agricolo.

Il Museo di Villa Doria Pamphilj è il primo museo civico romano dedicato ad una villa storica romana, di cui viene ricostruita la nascita e lo sviluppo dal Seicento all’Ottocento. Si tratta di un museo territoriale, che illustra i diversi contesti che si sono succeduti nella villa e che sono ancora in parte leggibili per il visitatore. La parte centrale del museo è allestita a Villa Vecchia.
Superata l’Olimpica su un ponte pedonale, si scorge il medievale Casale di Giovio, di epoca medievale ma su un monumento funerario romano.
Tra il 1849 e il 1850, durante la breve difesa della Repubblica Romana contro i francesi, Villa Pamphilj fu teatro di sanguinosi scontri. Fortificata da Garibaldi, subì i bombardamenti dell’esercito francese, che rasero al suolo la barocca Villa del Vascello (1663) e la vicina Villa Corsini, posta nelle immediate vicinanze della proprietà Doria Pamphilj.

Villa Corsini era conosciuta come Villa dei Quattro Venti per la sua posizione elevata sull’aria insalubre di Roma. Alla fine della guerra i Doria Pamphilj comprarono le rovine di Villa Corsini ed i terreni circostanti, fra cui anche parte di villa Giraud, ed eressero al suo posto l’Arco dei Quattro Venti. Dello stesso Busiri Vici sono anche la Fontana del Cupido, il Monumento sepolcro ai caduti francesi ed una cappella circolare, utilizzata temporaneamente come tomba di famiglia e poi trasformata prima in cisterna e quindi in sede dei sistemi di sorveglianza e sicurezza.
Ad esclusione ovviamente della parte dello Stato, dopo un primo esproprio negli anni ’30 e l’apertura della Via Olimpica nel 1960 in occasione delle Olimpiadi, la villa è divenuta di proprietà del Comune di Roma ed aperta al pubblico nel 1971.

Nella zona del Casino dell’Algardi è stata scoperta una necropoli di epoca romana, pertinente alla zona funeraria che gravitava attorno alla via Aurelia. Sono presenti sia inumati sia cremati: di notevole impatto un grande colombario datato in epoca augustea, che poteva ospitare in nicchie sia quadrate sia semicircolari circa 500 defunti cremati, il cui nome spesso è rimasto, per lo più dipinto in tabelle, al di sotto di ogni singola nicchia.

Le pareti, costruite in opera reticolata con agli angoli blocchetti di tufo tagliato a forma di mattone, sono decorate con uno spesso strato di intonaco bianco, fine, diviso con linee rosse in fasce orizzontali in cui si alternano nicchie per olle cinerarie e decorazioni pittoriche.

Le immagini rappresentano scene campestri, curiosi paesaggi, strutture architettoniche a raffigurare templi ed altari, frutti e fiori, maschere, scene di vita quotidiana, scenari egittizzanti, danzatori e mimi, immagini mitologiche come la liberazione di Prometeo ed il mito di Atteone, in una miriade di colori assai ben conservati ed oggi staccati e custoditi nel museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme. Secondo gli studiosi sono attribuibili ad almeno tre pittori: un primo “impressionista” per i paesaggi cosiddetti idilliaco sacrali, un secondo abile nelle ombreggiature e nella resa dei particolari attraverso linee sottili per uccelli e nature morte, l’ultimo più semplice, diretto, nella resa di scene forse mitologiche.

Un altro colombario, di dimensioni inferiori e datato in epoca adrianea, è invece conservato in loco. Con due ingressi presenta sia nicchie per olle cinerarie sia arcosoli per inumazioni, erano presenti stucchi alle pareti e mosaici geometrici sul pavimento.

All’esterno è stato murato un rilievo con l’immagine di due defunti e l’iscrizione gens Visellia Pamphilj, lì murato dai proprietari per ricordare le proprie illustri ascendenze ma non pertinente alla stessa struttura. Nelle immediate vicinanze si trovano poi i resti di un recinto funerario in blocchi di peperino, con la rappresentazione di una porta a due battenti, probabilmente quella degli Inferi, che l’anima del defunto attraversa al momento della morte: la struttura può essere datata alla prima metà del I secolo a.C. A Scribonio Menofilo era invece dedicato un colombario scoperto in anni più recenti (1984) nel progetto di costruire una centrale elettrica sotterranea.

Costruito in età giulio – claudia venne utilizzato fino almeno alla metà del II secolo d.C., fino a contenere anche in questo caso circa 500 cremati, in una sala principale e due di dimensioni inferiori. La decorazione è ricca e variegata, con fiori, frutta, animali vari e variopinti, personaggi buffi, simili a pigmei, in lotta con animali diversi, maschere teatrali e scene di giudizio che secondo gli studiosi hanno affinità con quelle di una villa famosa, quella della Farnesina. E Scribonio Menofilo compare nel mosaico pavimentale, con base costituita da tessere di colore nero con inseriti elementi di marmi di diverso colore e tipo, iscritto lungo uno dei lati corti: C.SCRIBONI[V]S C.L. MEN[OPHI]LVS (Caio (?) Scribonio, liberto di Caio (?), Menofilo).

E a decorare sepolcri e case erano probabilmente gli stessi “artigiani” che, di volta in volta, adeguavano il repertorio al committente, ricco proprietario o comunità che fosse.

In superficie sono poi presenti numerosi cippi ed iscrizioni sepolcrali, spesso con la specifica del mestiere esercitato dal defunto fra cui risulta una “guardia del corpo”, oltre a diversi membri del Collegium Germanorum, che secondo la tradizione erano le guardie del corpo di Nerone.


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