Villa Giulia e Villa Poniatowsky a Roma
Villa Giulia e Villa Poniatowsky a Roma
La nuova apertura, i nuovi allestimenti, i magnifici corredi
Almalinda Giacummo
Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, si arricchisce di nuove sale e della prestigiosa sede espositiva costituita da Villa Poniatowsky: trovano quindi un nuovo allestimento materiali che per anni sono stati relegati nei magazzini oppure esposti in mostre temporanee e che illustrano la vita in una delle maggiori metropoli etrusche, Veio, ed in alcune delle città latine per eccellenza, Palestrina e Satricum per esempio.

Finalmente Veio si estende su più sale, con le statue in terracotta del tempio di Portonaccio, Apollo ed Ercole che si contendono il possesso della cerva dalle corna d’oro sacra ad Artemide, e Latona con il figlio infante in braccio sono ora presentate in connessione con le loro basi a sella che le collocavano sul colmo del tetto del tempio, a 12 metri di altezza, opere del VI secolo a.C. del celebre coroplasta Vulca, per alcuni autore anche della prima decorazione del tempio di Giove Capitolino a Roma.
Nel nuovo allestimento trovano degno spazio i corredi di numerose necropoli rinvenute nel Novecento, con corredi funerari sontuosi e preziosi, simbolicamente e fisicamente, necessari a delineare lo status dei personaggi sepolti, membri della comunità veiente fra l’VIII ed il VII secolo a.C. Di notevole interesse il corredo pertinente alla tomba di un re-sacerdote sepolto con una corazza in bronzo identica a quella descritta per i sacerdoti Salii, tradizionalmente istituiti dal re Numa Pompilio e sacri a Marte, che si occupavano fra l’altro anche della celebrazione delle processioni rituali che aprivano e chiudevano ogni anno il periodo dedicato alla guerra, normalmente da marzo ad ottobre. È poi esposta la tomba principesca rinvenuta recentemente nella necropoli di Monte Michele (metà VII secolo a.C.), con un carro a quattro ruote forse usato durante la cerimonia funebre per trasportare l’urna bronzea con le ceneri del defunto insieme alle insegne del potere, quali lo scettro e le armi. Quindi le immagini di alcune tombe etrusche dipinte sempre rinvenute a Veio, degli inizi del VII secolo a.C.: la tomba dei Leoni Ruggenti e delle Anatre, con gli oggetti dei loro corredi rinvenuti all’interno.

Un breve percorso porta quindi il fortunato visitatore all’interno degli ambienti dell’appena restaurata Villa Poniatowsky, ove sono esposti i materiali pertinenti ai centri dell’Umbria e del Latium Vetus derivanti dagli scavi eseguiti fra la fine dell’800 e i primi del ’900. Gli ambienti sono quelli della villa proprietà della famiglia Cesi e acquistata dal principe Poniatowsky nel 1781, il quale diede incarico al Valadier di rinnovarne l’edificio ed il giardino. Per l’erede della nobile famiglia polacca, sovrana di Polonia, dignitario della corona e segretario della zarina Caterina, Valadier realizzò un basamento a pilastri verso via dell’Arco Oscuro, una finestra ad arco con le laterali rettangolari al primo piano, una loggia con colonne doriche senza base all’ultimo; in facciata dovette togliere le cornici delle finestre ed inserire una fila di archetti. In seguito la villa e le sue dipendenze furono acquistate dal pittore napoletano Carelli (1825), quindi dai Riganti (fine ‘800), che a loro volta le smembrarono vendendo la parte alta che divenne Villa Strohl – Fern, mentre quella verso la via Flaminia fu ceduta ai Vagnuzzi. In seguito i Riganti lasciarono cadere in abbandono la loro zona, divenne parte del borghetto Flaminio e “sede” di una carrozzeria fino all’acquisto, nel 1992, da parte dello Stato Italiano che la destinò a sede del Museo di Villa Giulia.
L’allestimento vede nella sala dell’Ercole Farnese al piano terreno le antichità umbre provenienti da Terni, Nocera Umbra e Gualdo Tadino, documentando il livello economico e di originalità raggiunti dalle diverse comunità, che controllavano le vie di comunicazione interne lungo la valle del Tevere e la dorsale appenninica. Notevoli i reperti rinvenuti nella necropoli di Terni, scoperta durante i lavori per la realizzazione delle Acciaierie: sono presenti i corredi delle tombe a circolo (X-VIII secolo a.C.), pertinenti probabilmente a capi guerrieri, così come guerrieri dovevano essere i personaggi le cui sepolture sono state ritrovate nel territorio di Gualdo Tadino, databili tra il V e il III secolo a.C. Sono quindi esposti elmi a calotta e spadoni ricurvi, barilotti lignei con fasciature di bronzo per il trasporto di liquidi. Parzialmente etrusca l’antica Todi, con necropoli che illustrano la presenza di un’aristocrazia gentilizia. Notevoli la tomba di guerriero dalla necropoli di San Raffaele: presenta un elmo da parata in bronzo con applicazioni in argento e scene di combattimento sulle paragnatidi, e la tomba femminile “degli Ori” dalla necropoli della Peschiera.

Al piano nobile della Villa si trovano i materiali provenienti dai primi scavi sistematici condotti nel Lazio alla fine dell’800: spiccano l’antefissa con nimbo traforato dal tempio di Iuno Sospita a Lanuvio (500 a.C. circa), gli altorilievi frontonali tardo-arcaici (500 – 480 a.C.) con scene di combattimento provenienti dal tempio di Giunone Moneta di Segni, i rivestimenti in bronzo dorato del santuario di Diana a Nemi, il monumentale sarcofago ricavato da un tronco di quercia, con una deposizione di età orientalizzante (prima metà del VII sec. a.C.) da Gabii.
Quindi i reperti provenienti da due dei più importanti centri del Latium Vetus: Satricum e Palestrina.
Per Satricum, scavo di Borgo Le Ferriere provincia di Latina, gli scavi ottocenteschi hanno permesso di avere informazioni sia sull’abitato sia sulla sfera santuariale, sia sui riti funerari. Capanne protostoriche, corredi funerari, con ceramica fine da mensa, suppellettili in bronzo, reperti a volte importati come le ambre, anche figurate. Il santuario di Mater Matuta, ha restituito ricchi depositi votivi, quali la cosiddetta stipe arcaica (VII – VI secolo a.C.) e la cosiddetta stipe recente (IV – II secolo a.C.), mentre alla risistemazione di età tardo-arcaica, databile al 490 – 480 a.C., si riferiscono gli altorilievi policromi del frontone con il mito greco dell’Amazzonomachia.

L’età orientalizzante delle tombe Bernardini e Barberini di Palestrina rispecchia la ricchezza, il lusso e l’altissimo livello tecnologico ed artistico raggiunto: nei corredi fanno bella mostra di sé le oreficerie di produzione etrusca, gli avori intagliati, la suppellettile in oro, argento e bronzo, i lebeti con protomi di grifo, il trono e lo scudo della tomba Barberini simboli di un potere principesco espresso al massimo livello. Ad epoca tardo-classica ed ellenistica (IV – II secolo a.C.) fanno riferimento le appliques figurate in terracotta dorata, i balsamari in pasta vitrea e in alabastro, gli oggetti da toeletta in legno, i sandali in cuoio decorato, i gioielli in oro e materiali pregiati, gli specchi figurati e le ciste bronzee con fregi ispirati al mito.
Insomma, uno splendido viaggio nell’arte del Lazio antico e dei maggiori centri dell’Etruria che coinvolge sempre il visitatore, anche il più il più inesperto, a diversi livelli: da un punto di vista meramente estetico, da quello tecnologico, scoprendo come l’oreficeria moderna non abbia in pratica inventato nulla ma, forse, abbia perso qualcosa, fino a conquistare anche i palati più esigenti, abituati a vedere, capire e spesso studiare materiali forse simili ma mai uguali a quelli esposti.
Un unico neo, peraltro piuttosto grosso: a causa della mancanza di personale la visita alle sale allestite all’interno di Villa Poniatowsky può avvenire solo previa prenotazione, da verificare sul sito del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Un altro motivo di rammarico per il relativo sfruttamento del patrimonio culturale italiano.












