La Giordania: da Monte Nebo ad Aqaba
La Giordania di Lawrence d’Arabia e Rania
Da Petra allo Wadi Rum attraverso una storia millenaria:
da Monte Nebo ad Aqaba
Almalinda Giacummo
La seconda parte del viaggio può riprendere da Monte Nebo, luogo da cui Mosè vide la Terra Promessa degli ebrei, ma nella quale non poté mai entrare: qui infatti egli morì e fu sepolto.

In questo luogo sorge una splendida chiesa che domina il Mar Morto, la valle del Giordano e, nelle giornate più limpide, anche il territorio della Giudea, fino a Gerusalemme. Il monastero bizantino qui costruito resta a livello delle sole fondazioni ed era composto da vari edifici posti attorno ad una tomba romana del IV secolo, su cui era stata costruita una chiesetta a tre absidi, o “del trifoglio”, del 393. Quest’ultima era pavimentata con alcuni mosaici sotto i quali erano delle altre tombe romane.

Una bella croce indicava l’area della presunta sepoltura di Mosè: è il Memoriale, realizzato in tessere di mosaico bianche e nere. In epoca bizantina venne costruita un’altra chiesa, più grande della precedente, nel V secolo venne realizzata una navata, nel VI il battistero, quindi una cappella con due probabili ossuari: il tutto con alcuni splendidi mosaici, animati da animali quanto mai realistici (531 d.C.), preservati da un intervento di rialzamento del pavimento avvenuto in epoca successiva. La scoperta, avvenuta nel 1976, fece il giro del mondo: dalla terrazza naturale più famosa della storia, affacciata sulla piana di Moab e sulle terre di Palestina, un mosaico a quattro registri dava conto di un panorama eterogeneo, dal pastore che difende uno zebù

legato dagli attacchi di un leone, alla leonessa trafitta da un soldato con cappello frigio, dall’orso e dal cinghiale che vengono cacciati da due cavalieri armati di lancia e scortati dai cani, ad un pastore seduto che controlla pecore e capre, infine due giovani, il bianco con mantello e cappello frigio che tiene con una corda una zebra ed un dromedario, il nero con uno struzzo, il tutto entro una cornice nella parte alta della quale si trova la dedica con il nome del vescovo di Madaba e la firma dei mosaicisti.

La scoperta è stata in parte fortuita in parte legata alla dedizione ed allo studio di eminenti personaggi: nel 1887 vennero trovati vicino ad Arezzo i diari della pellegrina Egeria, del IV secolo, con le descrizioni di questa piccola chiesa dedicata a Mosè in cima ad una collina. Quindi nel 1993 la Custodia di Terrasanta ha avuto in gestione il sito, scavi e restauri compresi.

La meta successiva può essere un bel bagno nel Mar Morto: si sconsiglia vivamente di bagnarsi se ci si è rasati o depilati nelle ore immediatamente precedenti, poiché il bruciore potrebbe rivelarsi insopportabile. La stessa cosa vale se il corpo presenta delle ferite recenti. Il Mar Morto è un ampio bacino di acqua salata di circa 920 chilometri quadrati: può essere considerato un bacino endoreico, quindi senza emissari e senza alcuno sbocco verso il mare, con una salinità oltre il 20% ed una fortissima presenza di minerali che consentono quindi il galleggiamento totale del corpo umano, ma impedisce qualunque forma di vita, sia vegetale sia animale.

Nel Mar Morto sfocia il fiume Giordano, “al–Urdun, l’abbeveratoio”, fonte di vita lungo tutto il suo percorso dal monte Hermon ed attraverso il lago Tiberiade: le moderne tecniche hanno creato bacini artificiali e canali che hanno ancor più reso fertile tutto il suo percorso, costeggiando le alture del Golan. Nel corso dei secoli è stato chiamato in molti modi: Mare di Lot, Asfalto, Sedom, Dragone, Araba, mentre i primi a chiamarlo Mar Morto furono i Crociati.

Ancora si possono vedere le splendide chiese di Madaba, e le necropoli che conservano elementi databili fino al XIII secolo a.C. Con alterne vicende fino alla metà del I secolo a.C., quando la città venne posta sotto il dominio romano, fu poi sede di un importante vescovado fino al 614 d.C.: la Medba della Bibbia fu conquistata da Hyrcan I verso la fine del II secolo a.C., quindi ceduta da Hyrcan II ad Areta III re dei nabatei, romana, sede vescovile fin dal V secolo, maggiore importanza con l’imperatore Giustiniano. Conquistata dai persiani nel 614, fu vittima di furia iconoclasta nell’VIII secolo prima, e del terremoto del 749 poi: dominata dai musulmani ebbe un lento declino, fino al ripopolamento con tribù arabe cristiane dal 1880, riscoprendo con la ricostruzione le bellezze di epoca precedente. Qui a Madaba doveva essere un’importante scuola di mosaicisti, con metodologie specifiche e disegni propri: sono tipici di queste produzioni cartoni con animali, vegetazione simbolica quali acanto e vite e scene di vita quotidiana nei campi.

La sua importanza nel mondo culturale è senz’altro dovuta alla scoperta di numerosi mosaici bizantini ed islamici disseminati sui suoi pavimenti, il più famoso dei quali è il mosaico rappresentante la Mappa della Palestina. Questa fu scoperta nel 1896 – 1897, si trova nella chiesa di rito greco ortodosso dedicata a s. Giorgio e risale alla metà del VI secolo (560?): è lunga 15,7 m e larga 5,6 m e vi sono rappresentati in totale circa 150 località con immagini via via più dettagliate a seconda dell’importanza, spiccano la Palestina con Gerusalemme, proprio al centro della raffigurazione con ben trentasei suoi monumenti rappresentati, orientata ad est, ed il Nilo con l’Egitto all’epoca dell’imperatore Giustiniano. Sono quindi rappresentate le montagne e le oasi, mentre il Mar Morto e la sua particolare inospitalità per gli animali sono riconoscibili dal cambio di rotta repentino dei pesci. Da vedere anche le altre chiese, come quella dei SS. Apostoli, di forma basilicale con nartece e cappelle laterali, con pavimentazione musiva opera del firmatario Salamanio e che rappresenta il mare come una bella donna al centro di un medaglione con un tappeto di fauna marina il tutto all’interno di un reticolo di pappagalli, fiori, frutta ed acanto; di Khadar o dei Martiri, la cattedrale con la cappella dedicata a san Teodoro ed il suo mosaico con i quattro fiumi del Paradiso (Ghion, Fison, Eufrate e Tigri), della Vergine Maria con la sala di Ippolito, costruita su un tempio romano e su una casa bizantina di VI secolo con mosaici splendidi dove sono rappresentati Fedra ed Ippolito assistiti da un servo, una nutrice ed un’ancella, mentre le tre Grazie sono di fronte ad Afrodite ed Adone insieme ad alcuni amorini, ed anche le personificazioni di Roma, Madaba e Gregoria; di s. Elia e la cappella-cripta di Elianos, queste ultime tutte nell’ambito del parco archeologico che verte su una strada romana colonnata che attraversava la città da est ad ovest.
La cripta risulta più antica della sua chiesa, la prima infatti venne terminata nel 596 – 597 mentre la chiesa superiore venne terminata dal vescovo Leonzio nel 607 – 608. Notevole poi la produzione di tappeti con colori affascinanti.

Si prosegue poi verso sud, verso Umm ar-Rasas, la Castron Mefaa biblica, come ha permesso di scoprire l’iscrizione su un mosaico. Le antiche rovine appartengono anche in questo caso all’epoca romana e bizantina, alla seconda delle quali appartiene la cinta muraria rettangolare con una torre poco distante in cui l’unica sala, a 14 metri di altezza, era forse usata dai monaci cristiani per l’eremitaggio.

Il monumento più importante, di cui si possono vedere le rovine, è la chiesa di s. Stefano con uno splendido pavimento mosaicato della seconda metà dell’VIII secolo con mappe di città giordane, egiziane e palestinesi, oltre a scene di caccia, pastorizia e vendemmia. La chiesa aveva tre navate ed un’unica abside, tre ingressi da un lato ed uno separato, un altare mobile. Nelle vicinanze si trova anche al-Maqtas, o Betania oltre il Giordano, il luogo in cui forse Giovanni Battista battezzò Gesù: gli scavi hanno scoperto numerose chiese decorate a mosaico e strutture forse relative all’ospitalità dei pellegrini, mentre vicino al fiume si trova una chiesetta di forma quadrata di fine V secolo, costruita per volere di Atanasio imperatore, con una colonna sormontata da una croce ad indicare il luogo del battesimo divino.

Più avanti sono le spettacolari gole dello Uadi al-Mujib, le cui acque si gettano nel Mar Morto: qui i giochi di luce creano degli scorci molto particolari e suggestivi.
La fortezza crociata di al-Karak domina per la maestosità delle sue strutture murarie: costruita dal 1132- 1142 per servire da difesa, insieme ad altre postazioni lungo il lato orientale del fiume Giordano, in caso di attacchi musulmani, era molto difficile da espugnare.

Proprietà dal 1161 della famiglia di Etienette De Milly, fu del marito Reginaldo di Chatillon dal 1176: questi aveva l’insana abitudine di uccidere i nemici gettandoli dalle rupi della fortezza. Solo Saladino riuscì dopo lunghi anni di assedio e l’uccisione dello stesso Reginaldo, a conquistare la fortezza nel 1189: gli assediati arrivarono a vendere donne e bambini in cambio di cibo ma a nulla valse il loro sacrificio ed in otto mesi la fortezza cadde; araba dal XIII secolo, dagli ayubbidi ai mamelucchi di Baybars, divenne una città ricca e popolosa di fondamentale importanza strategica.

Passata in mano turca, la fortezza fu abbandonata. Sono i colori dei materiali usati a distinguere le varie maestranze che vi hanno lavorato: la pietra vulcanica rosso cupo è stata utilizzata dai crociati, si tratta di blocchi appena regolarizzati a causa della durezza del materiale scelto, mentre il calcare giallo è opera degli arabi.

Tutta la struttura risulta isolata dalle alture vicine e dalla città tramite fossati ed alte mura: di forma trapezoidale, mura massicce, feritoie e torrioni all’esterno, cortili, scaloni, corridoi per i cavalli, sale varie, le cucine, il forno ed il frantoio, il mastio, la cappella romanica all’interno.
In origine è la Kir Kareset della Bibbia, capitale della moabita Mesha, servì da protezione contro Yoram d’Israele, anche se l’avvento dei nabatei dovette impoverire la città.

Ancora più a sud sorge la stupenda Petra, la città intagliata nella roccia, la “città rosa”. Abitata fin dal XIII secolo a.C., Petra ebbe la sua massima fioritura durante il regno nabateo, con il quale la sua posizione strategica per i commerci le fruttò una fama incontrastata, oltre alla caparbia difesa che già alla morte di Alessandro Magno aveva fatto sì che il loro regno non diventasse parte di quello di Antigono: scampata alle mire espansionistiche di Cleopatra, che cercò anche di far passare le sue navi fino al Mar Rosso ma queste vennero bruciate dai Nabatei, ebbe il suo culmine con il re Areta IV (morto nel 40 d.C.) definito Filodemo, “amante del popolo”, entrò nell’orbita romana con Traiano, questo fino al III secolo d.C., quando la città di Palmira cominciò ad avere un potere superiore ed i traffici si spostarono lungo l’Eufrate.

Nel VI secolo Petra fu poi colpita da un forte terremoto e cadde in un profondo oblio che ne vide il possesso da parte dei Crociati del XII secolo per avere a disposizione le comunicazioni con il Mar Rosso, fino al risveglio operato da Johann Ludwig Burckhardt il 22 agosto 1812, data in cui la riscoprì. Grande amante del medio oriente e della cultura islamica, Burckhardt imparò perfettamente l’arabo, si convertì alla religione islamica e girò quei territori mimetizzato da commerciante con il nome di Sheikh Ibrahim Ibn Abdallah, con cui venne anche sepolto in un cimitero islamico alla morte prematura avvenuta al Cairo nel 1817.

Sarà però Léon de Laborde a far conoscere veramente Petra al mondo occidentale: “Ė il più singolare spettacolo, il più magico quadro che la natura, nella sua creazione grandiosa, e gli uomini nella loro vanitosa ambizione abbiano destinato alle future generazioni”.
L’ingresso alla città avviene prima attraverso il piccolo canale del Uadi Musa che via via si restringe e fa vedere sulle sue pareti numerose tombe: la naturale protezione fornita dalle montagne è stata sia la salvezza sia la disgrazia di Petra. Qui si possono ammirare la tomba degli Obelischi ed il Triclinium: della metà del I secolo d.C., l’influenza egiziana è palese, i nefesh (obelischi appunto) rappresentano i defunti che riposavano all’interno. Il Triclinium è una stanza con ampi sedili per i banchetti funebri.

Lo Uadi termina poi nel Siq, uno stretto canalone fluviale pavimentato dall’uomo: per intenderci, quello che Indiana Jones percorre a cavallo e, molto più mestamente a piedi simulando una cavalcata a perdifiato, anche la sottoscritta. Anche qui tombe, nicchie, bassorilievi e stele funerarie danno l’idea dell’originale funzione della zona. Il Siq si apre poi miracolosamente su Al-Khaznah, o Khazneb Firaoun, il Tesoro del Faraone.
Di tonalità rosa a causa della pietra in cui è ricavata, questa tomba si presenta tanto suggestiva all’esterno quanto spoglia all’interno, dove si trova uno stanzone quadrato di circa 22 m di lato, due sale laterali con tre nicchie per sarcofagi ormai spoglie: controversa la datazione, tra il I secolo a.C. ed il II d.C., è alto circa 40 metri e la sua facciata, soprattutto nella parte alta, è stata presa spesso a fucilate dagli arabi che volevano estrarne il tesoro…

La facciata è a due ordini: sono corinzi entrambi, con colonne, rilievi e statue, al piano inferiore con un frontone triangolare e le immagini dei due Dioscuri, spezzato invece nella parte superiore con tholos centrale decorato dalla dea Iside con cornucopia e sistro ed al di sopra un capitello e l’urna del tesoro, ai lati le Vittorie con patera, a fare da cornice elementi vegetali, calici, grifoni e tralci di vite.

Proseguendo si incontra la tomba del ministro della regina Shaqilat, Unayshu (I secolo a.C.). Quindi le tombe dell’Urna, o al-Mahkamah, il Tribunale, è del 70 d.C. circa, con facciata a quattro colonne che sostengono un architrave ed un frontone affacciati su un ampio piazzale colonnato, mentre all’interno vi sono delle nicchie: un’iscrizione dipinta in rosso racconta come nel 447 la tomba sia stata trasformata in chiesa; quella della Seta, con delle marezzature da far invidia, con frontone a gradini; la tomba Corinzia, quella degli Angeli, del Palazzo, maestosamente a tre piani di colonne e pilastri di altezza decrescente dal basso verso l’alto, quattro ingressi a colonne con frontoni per un ambiente interno costituito da quattro sale comunicanti fra di loro; quella di Sextus Florentinus, con un’iscrizione che ne permette la datazione all’anno, 130 d.C., con la volontà del defunto di essere sepolto proprio a Petra, oltre al suo cursus honorum.

El Deir, il Monastero, è altrettanto imponente, forse ancora di più: deve il suo nome al fatto che vi si stabilì un gruppo di eremiti della prima cristianità, è alto circa 42 metri e largo almeno 46 – 50. Secondo alcuni sarebbe stata la tomba del re nabateo Rabbel II, morto nel 106 d.C., secondo altri, ma forse erroneamente, si sarebbe invece trattato di un edificio templare, ancora un’iscrizione ricorda re Obodas.

La facciata presenta colonne a capitello nabateo, quindi un corinzio rimaneggiato, doppio ordine e frontone spezzato superiore, fregio a metope e triglifi, mentre l’interno ha un grande salone quadrato, di 12 metri di lato per 10 di altezza con nicchia sul fondo. Facendo ben attenzione a dove si mettono i piedi, turisti imprudenti e forse vandali salgono lungo il lato sinistro della struttura e giungono fino in cima: il panorama mozzafiato e l’urna immensa…
D’obbligo la visita anche alle altre tombe dell’area ed alla città, in cui il teatro, il Cardo Maximus colonnato, il ninfeo, una chiesa bizantina, il tempio del Leone Alato, la Porta monumentale e le terme si stagliano con le loro forme classiche ma eccezionali per l’insieme.

Il teatro deve essere probabilmente ascritto al re Areta IV, che lo fece costruire sul luogo di una necropoli precedente scavando la roccia per ospitare fino a 3000 spettatori; la via colonnata fu realizzata da Areta IV e ristrutturata da Traiano, forse era pedonale poiché non si osservano tracce del passaggio di ruote; il ninfeo doveva trovarsi all’arrivo dal Siq dell’acquedotto; la chiesa bizantina era originariamente (450 – 500) ad una sola navata, mentre le altre due furono aggiunte dopo circa un secolo, nel 600 nuovo restauro e disastroso terremoto: oggi restano un cortile quadrato con portici e pozzo centrale, le due navate ornate da mosaici pavimentali con medaglioni di figure umane e stagioni, piante, animali, cesti e vasi per le offerte e due offerenti, un giovane di pelle chiara ed uno di pelle scura. Lungo la navata centrale sono invece marmi policromi.

Il tempio del Leone Alato era quadrato con ricchi rivestimenti in marmo, al centro si doveva trovare una piattaforma sorretta da colonne, mentre i capitelli presentano questo singolare terminale in leoni alati; la Porta monumentale, o del temenos, è del II secolo a.C., con sculture, bassorilievi e nicchie con statue, mentre le terme avevano una sala circolare comune.

E poi i mercati superiore ed inferiore, il Tempio Grande ed il Qasr al-Bint, o Palazzo della figlia del faraone, è un tempio di I secolo a.C. dedicato a Dushara, di forma rettangolare su alto podio costruito in blocchi di arenaria rosa, scala di accesso in marmo, portico a colonne con decorazione in stucco policromo per dare l’idea dei più minuti dettagli decorativi o imitare i marmi pregiati, cella tripartita con betilo dedicato a Dushara in quello centrale, su base rivestita di foglia d’oro.

Sulla terrazza superiore pare avvenissero culti in onore del dio del sole. Mentre gli abitanti forse abitavano in grotte… Il Tempio Grande ha un sottosuolo ricco di strutture idriche, decorazioni corinzie ed intonaci, aveva un teatro centrale, forse per riunioni e cerimonie religiose.

Da visitare il museo archeologico e tutte le colline che circondano la città, per vedere non solo splendidi monumenti artistici, luoghi legati ai culti come il “luogo alto del sacrificio” e l’area degli obelischi, dedicati forse a Dushara ed al-Uzzah, ed un panorama inimmaginabile, ma anche per sentire il contatto con gli abitanti, gentili come tutti i giordani ed ospitali all’inverosimile, specie per chi come noi sta perdendo l’uso dell’ospitalità verso gli stranieri: si consiglia quindi di accettare sempre sia il pane sia il tè che vengono offerti da chi abita in alcune tombe antiche, ed in generale ovunque vengano offerti, magari meno frequentate dai turisti, anche nel caso in cui non dovesse piacere, si corre il rischio di offendere il gentile ospite, ed è altrettanto consigliabile non guardare le stoviglie ma ricordare che il calore uccide tutti i microbi, o quasi…

Nel corso degli anni diverse le teorie che hanno riguardato uno dei siti archeologici più suggestivi del mondo: secondo alcuni sarebbe la roccia di Edom descritta nella Bibbia, abitata dagli Edomiti, o Idumei, discendenti di Esaù, e sarebbe ricordata nella Bibbia come Sela, “roccia, per altri lo Uadi Musa deve il suo nome al fatto di essere la sorgente fatta sgorgare da Mosé, mentre suo fratello Aronne sarebbe sepolto sulle alture prossime alla città. La sua fortuna è stata la posizione geografica sulla rotta di ben due vie carovaniere, una tra l’Arabia, il Golfo Persico ed il Mediterraneo, trasportando incenso, mirra ed aromi preziosi e riportando cuoio, ferro, porpora, zafferano, spezie e oggetti d’arte, l’altra con il Mar Rosso e la Siria.

Ma quello che noi vediamo sono i resti della città dei morti e di quella degli dei, perché i Nabatei vivevano in case molto diverse e di cui pochissime tracce sono riscontrabili. Nelle vicinanze anche lo Zib Atouf, un santuario rupestre forse dedicato anch’esso a Dushara, e dove potevano forse avvenire dei sacrifici di animali, il cui sangue doveva colare in apposite canalette. Ed i Nabatei furono maestri nel conservare, imbrigliare e distribuire in modo organizzato l’acqua che in certe stagioni poteva allagare tutto ed in altre rendere arida la terra con la sua assenza.

Il nostro viaggio in Giordania può terminare ad Aqaba, ex piccolo villaggio di pescatori ed ora ridente cittadina turistica: in effetti, un giro sulle barche predisposte per le visite marine, con il fondo trasparente, può aprire un mondo, quello sommerso del Mar Rosso, spettacolare e bellissimo. Anche qui è presente un museo archeologico ed il castello fortificato, del XVI secolo su uno precedente di epoca crociata, con torri semicircolari e planimetria da caravanserraglio. La città fu anche chiamata Berenice dei Tolomei ed ebbe il massimo splendore come terminale della via Traiana Nova, che arrivava in Siria.

Da Aqaba si arriva facilmente allo Wadi Rum, il deserto dei Sette Pilastri della Saggezza, di Lawrence d’Arabia: la storia della rivolta araba del 1916-1918 contro l’Impero Ottomano raccontata dal capitano britannico di T. E. Lawrence, protagonista nella sua attività di ufficiale di collegamento con le forze ribelli.
Qui l’affitto di fuoristrada e guide locali può portare alla scoperta di un mondo dove il tempo pare non trascorrere mai e dove la mente sembra viaggiare senza meta alla ricerca di se stessa.

Vi vivono ancora popolazioni nomadi beduine nelle loro tende di pelle di capra, adatte a sopportare le variazioni climatiche tipiche della zona: con la pioggia la pelle si restringe ed evita che l’acqua penetri all’interno, con il calore si distende e fa girare l’aria. Incisioni rupestri che rappresentano scene di caccia, duelli e combattimenti con un sorprendete realismo: le più antiche risalgono a circa 4.000 anni prima di Cristo, quando la zona non era un deserto, ma ricca di vegetazione ed animali, anch’essi rappresentati spesso nelle incisioni.

Sono poi note iscrizioni talmudiche e nabatee: castelli di roccia, pinnacoli, colonne e torri su torrenti secchi da secoli, per il paesaggio della Valle della Luna. Nelle vicinanze sorge un tempio nabateo dedicato ad al-Lat, come parrebbero testimoniare numerose iscrizioni rinvenute nei dintorni ed all’interno della stessa struttura: vi si colgono un podio rettangolare, forse sulla struttura più antica, con scalinata a sette gradini di accesso, 14 colonne originali poi legate da un muro, alle sue spalle è stata individuata una struttura con circa 20 stanze di incerta funzione, mentre lunghi muri sono stati messi in relazione ad opere idrauliche.
Sono mete notevoli anche Chesbon (Hisban), capitale amorrita e stazione di posta lungo la via Traiana Nova (è la romana Esbus), con la chiesa dedicata a Lot e Procopio a Khirbat al-Mukhayyat, la sorgente Calliroe meta di Erode; Macheronte (Mukawir), con la storia della decapitazione di Giovanni Battista nella fortezza di Erode Antipa per assecondare le richieste della capricciosa Salomè e la sua distruzione da parte del romano Lucilio Basso, Dhiban e la stele di Mesha (IX secolo a.C.), qui in copia dal Louvre con il ricordo della battaglia fra moabiti e Israele dell’850 a.C.; Mutah, il luogo dello scontro fra musulmani e bizantini del 629 che, vinto dai primi, fu l’inizio del loro dominio: a al-Mazar si trovano le spoglie di Jafar bin Abi Talib e Zayd bin Harithah, rispettivamente cugino e figlio adottivo di Maometto, morti proprio in questa epocale battaglia. Vi sono poi la riserva di Uadi al-Mawjib, quella di Dana con le miniere di rame di Faynan, ove furono forse martirizzati diversi schiavi cristiani tanto da dare luogo a frequenti pellegrinaggi nelle epoche successive, e la fortezza di ash-Shawbak: costruita nel 1115 da Baldovino I re di Gerusalemme, fu conquistata da Saladino nel 1189, ha possenti mura ed un torrione, una cisterna con scala di 375 gradini ed una cappella crociata, possesso mamelucco, ayyubide ed ottomano.

Ma la Giordania è anche terra di squisitezze gastronomiche, parola mia: il ful è una zuppa di purè di fave, aglio e limone, che qui si usa per colazione ma personalmente la preferisco in altri momenti della giornata; gli shawarmah sono i panini con pollo o agnello, verdure, salsa di yogurt e salsa piccante (praticamente il kebap turco); gli antipasti, o mazzah, prevedono l’hummus, crema di ceci e tahina di sesamo, olio e limone, il mutabbal, crema di melanzane arrostite con aglio, olio, sesamo, lo yogurt con aglio, limone e menta, i waraq inab, o foglie di vite con riso e carne, le kubbah, polpette fritte di agnello e grano, lo yogurt liquido ed a crema (laban e labanah), le insalate o tabbulah di grano macinato e verdure, ed i falafal, le frittelle di farina di ceci.

In Giordania si mangia poco pesce ma ottimo e per lo più alla griglia, mentre fanno da padroni pollo e montone: il primo come musakhkhan o shish tawuq, poi insieme al montone come mashawi, il montone da solo come maqlubah (che però può essere fatto anche di pollo), kuftah e tante altre preparazioni, una più saporita dell’altra. Il piatto tipico dei beduini è invece la carne di agnello, capra o montone, con yogurt secco e riso, con una metodologia di cucina e cottura piuttosto complessa: anche per mangiare esiste un rito preciso per il quale si usa la sola mano destra, mentre la sinistra si trova dietro la schiena, si mangia in un unico piatto creandosi una sorta di pallina di cibo che viene messa in bocca spinta da un solo dito, a dispensare i pezzi di carne migliori è il padrone di casa, che dirige quindi il traffico, le donne mangiano a parte e procurano l’acqua per lavare le mani.

Frutta locale, angurie, agrumi, uva e banane piccole, poi dolci a base di miele, cocco, sesamo, spezie, mandorle, noci, pinoli e pistacchi. Tè e caffè sono ovunque e vengono offerti continuamente, per lo più dolcissimi, così come il tabacco per il narghilè, di solito alla mela: l’araq, un super alcolico a base di anice può trarre in inganno chi non lo conosce, l’aroma confonde e le gambe cedono…
La Giordania val bene un viaggio, a ritroso nel tempo, alla scoperta di se stessi…













