SILLUSTANI
Antonia Geninazza Bonomi e Giacummo Gerardo
Il tempo che non è stato clemente ad Arequipa continua ad accompagnarci, il volo con la compagnia interna Aviandina che ci porta a Juliaca è tranquillo, naturalmente il vulcano Misti ha continuato a giocare a nascondino con noi, l’aereo sorvola a lungo l’altopiano, la Puna che le piogge abbondanti di questi giorni hanno reso simile ad un acquitrino, intorno a Juliaca la terra sembra una palude, l’acqua piovana disegna infiniti laghetti dalle forme più bizzarre che si possano immaginare. L’atterraggio a Juliaca è tranquillo, rapido il passaggio sul pulmino che da Juliaca ci porterà a Puno sulle rive del lago Titicaca. Il giorno è grigio, la strada, diritta in questa pianura senza fine, segue la linea ferroviaria, ai lati della strada c’è una zona di largo rispetto per la circolazione, poi ci sono le case che sembrano galleggiare sul fango. Piove, ma in giro non si vede un ombrello, fa freddo per noi, ma molti indigeni sono in maniche di camicia, continuano nelle loro occupazioni come se niente fosse.
A metà strada verso Puno prendiamo una traversa a destra e ci inoltriamo per una dozzina di chilometri verso una nuova meta: Sillustani. Questo nome deriva da una voce aymara, “sillustahara”, che significa Unghie Larghe, ovvero luogo dalla forma di unghia, mentre secondo un ricercatore boliviano Sillus significa unghia e Llustani scivolare, in questo caso luogo dove scivola l’unghia.

L’altezza è di 3.910 metri sul livello del mare, ha smesso di piovere e si sta bene con la giacca a vento, la guida locale comincia a parlarci in un italiano abbastanza comprensibile e a spiegarci la complessità di questa necropoli. Si tratta, appunto, di una necropoli collocata su una penisoletta che si protende nel lago Umayo, quasi come un’unghia nello specchio verdastro del lago. Si ritiene che fosse questa la necropoli principale del regno Qolla, la cui capitale era a poca distanza e si chiamava Hatuncolla, regno fiorito fra il 1.200 e l’epoca Inca. Le tombe sono di diverso tipo: chulpas, tombe semisotterranee e sotterranee. Le più importanti sono quelle del primo tipo, le Chulpa, anche fra queste ci sono distinzioni: ve ne sono cilindriche, a cono rovesciato, lavorate, rustiche.

Le Chulpa erano costruite secondo le esigenze e le possibilità del committente, alcune hanno una sola camera funeraria a volta, in altre la camera funeraria è coperta da lunghe e larghe pietre piane, altre ancora hanno nicchie trapezoidali. Questi monumenti furono costruiti con il solito sistema delle rampe che, una volta terminata l’opera, venivano demolite. Nel caso di sepolture importanti si facevano sacrifici umani e di animali come i camelidi. Il cadavere, dopo la mummificazione era posto in una cesta, in posizione fetale, con gli oggetti destinati a seguirlo nell’oltretomba.
Il materiale usato è un tipo di tracoandesite reperibile a distanza relativa, i blocchi erano lavorati con attrezzi di oligisto, un tipo di pietra ferruginosa.
La torre funeraria Chulpa ha un accesso alla camera mortuaria molto piccolo e alla base del monumento, il corpo della torre contiene la cavità interna della camera, al disopra della volta della camera c’era la cornice di coronamento e al di sopra di questa la copertura a mo’ di cupola, il tutto forma un blocco massiccio.

La nostra visita è quasi una corsa malgrado l’altezza, un vento gelido ci accompagna durante tutto il tempo, circa due ore, ad un certo momento riprende a piovere, ma non verticalmente come in linea di massima siamo abituati a vedere, no, la pioggia viaggiava in orizzontale per la forza del vento e ogni goccia gelida trasformava la pelle in un puntaspilli. Avevamo dimenticato di trovarci a 4.000 metri circa, ci ha pensato il tempo a ricordarcelo.
Continuando la nostra visita giungiamo al settore delle gallerie. Luogo importante per la cosmologia andina che era una cosmologia ripartita nei tre elementi: acqua, terra, fuoco. Questo luogo sacro era dedicato agli dei dell’universo (Pacha), il primo, Hanan Pacha, il mondo di sopra che comprende il sole, la luna, le stelle, l’arco iris (arcobaleno), le costellazioni e tutto ciò che c’è in cielo. Il secondo, Kay Pacha, governato dal primo, è lo spazio medio, dove ci sono gli esseri umani, gli animali, le piante, ma anche Pahmama e Pachtata, le Huacas, gli spiriti protettori delle piante, dei prodotti dell’agricoltura ecc.
Il terzo, Uku Pacha, è lo spazio inferiore o infernale, luogo dei morti e dei demoni, secondo la cosmologia fra il mondo inferiore e lo spazio medio ci sono vie di comunicazione come le caverne, i crateri, laghi e lagune. Questi sono punti di contatto chiamati Pakarinas, che significa sorgente, da dove viene la vita che nelle sue forme complete regna nel secondo mondo, quello chiamato Kay Pacha.
Questa divagazione sulla cosmologia serve per una spiegazione dei corridoi sotterranei che qui ci sono, lunghi 6-7 metri, inizialmente interpretati come collegamenti con il mondo sotterraneo e che molto più prosaicamente funzionavano da depositi di offerte per i riti propiziatori. Domina il tutto un poderoso monolito chiamato Huaca, protettore della comunità.

Un po’ più in su siamo all’Intiwatana, termine quechua che significa attracco del sole, le strutture sono due affiancate, circolari, la più imponente ha un diametro di 13,38 m. con la porta orientata a nord la cui soglia è formata da tre enormi pietre.
Una delle più imponenti tombe è la torre funeraria El Lagarto, alta 12 m con un diametro di m 7,50, lavorata finemente nelle sue 12 file di pietre, con una cornice di 85 cm di colore più scuro, su una delle pietre è scolpita la lucertola che dà il nome al monumento.

Una strana vasca quadrata, scolpita in pietra con un foro di scarico, è a poca distanza. Secondo gli archeologi, il suo posto originario doveva essere nell’Intiwatana, a cosa poteva servire? Si possono solo fare ipotesi: raccogliere il sangue delle vittime sacrificali, o per contenere la chicha cerimoniale.
Una delle tombe più recenti è la torre funeraria quadrata, iniziata alla fine dell’epoca Inca, con pietre lavorate perfettamente e accostate senza alcun bisogno di legante, è una tomba mai finita, vicino ci sono i blocchi necessari alla sua continuazione.
Altra tomba è la torre funeraria detta dei 12 angoli, vediamo il perché. L’ingresso nella tomba misura 55 cm per 45 cm di altezza ed è ricavato da un unico blocco di pietra che ha, così, dodici angoli, è una tomba alta 5 m del diametro 4,60 m.

Il tempo estremamente inclemente ci costringe ad abbreviare la visita e dare subito un’occhiata al piccolo museo della necropoli. Nelle vetrine vediamo quelle che sono le mummie conservate nelle tombe, e ci spieghiamo il perché degli ingressi alle stesse così piccoli. I corpi, dopo essere stati trattati con la mummificazione, erano raccolti in posizione fetale molto stretta e racchiusi in un tessuto: data la scarsità di ingombro, potevano facilmente passare attraverso le ridotte aperture.
Nelle vetrine del museo sono raccolti esemplari ceramici delle varie culture che si sono avvicendate nella zona, da quella di Tiwanaku alla cultura Qolla ed infine alla ceramica Inca. Un’altra vetrina offre un campionario della metallurgia con oggetti in rame, argento e oro, ogni vetrina offre alla vista del visitatore oggetti particolari ritrovati in questo complesso archeologico, dai proiettili usati per le fionde, alle mazze da combattimento, dalla ceramica comune da cucina ad un’esemplare di lancia, da crani deformati intenzionalmente alla mummia di un bambino e di un cuy, la cavia o porcellino d’india.
Senza dubbio l’indagine archeologica in questo sito ha dato i suoi frutti ed anche se in questo museo è stato lasciato solo qualche esemplare minore, è sufficiente per avere un’idea di quanto è stato reperito nella zona.

Sulla via del ritorno verso la strada Juliaca-Puno, ci fermiamo un momento: a poca distanza da un gruppo di case di Hatuncolla, c’è festa, la gente è fuori, in uno spiazzo al lato della strada si balla anche se pioviggina e devo dire che il ballo è molto vivace, la musica a base di flauti e tamburi invita a muovere i piedi. La gente è vestita con colori vivacissimi, le donne con la loro caratteristica bombetta sul capo ed il colore della pelle quasi viola, bruciata dal sole e dal gelo. Già, è carnevale, tutti ballano tenendo annodato al polso un cordino colorato alla fine del quale ci sono cinque ponpon multicolori che fanno roteare seguendo il ritmo della musica.












