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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
I
MONTI CIMINI
Una visita tra boschi, ville, laghi e giochi d’acqua nella provincia di
Viterbo
Roberta
Gallina
Nella
notte dei tempi, siamo nel Pliocene, poco prima del Quaternario, l’odierna
provincia di Viterbo era una grande distesa di mare da cui, forse, emergevano
solo il monte Soratte ed il monte Canino. Quando si formò la catena degli
Appennini emersero due sistemi vulcanici: quello Volsinio e quello Cimino, le
cui cime più alte erano il Cimino (1054 m.) e la Palanzana (802 m.), seguite da
alture minori fra cui il Vico. In seguito ad altre turbolenze geologiche e
vulcaniche, il monte Vico sprofondò, mentre si formava il monte Venere, la
depressione, nel corso dei millenni, si riempì d’acqua e si formò il lago di
Vico.
Oggi il monte Cimino rimane la cima più alta, seguita dal monte Fogliano
(966 m.), dal monte Venere (837 m.) e dal Poggio del Nibbio. Ricoperta da una
folta vegetazione composta da faggi e castagni, arricchita anche da un
sottobosco fittissimo, la Selva Cimina impressionò anche le legioni degli
antichi romani durante la conquista dell’Etruria.
Lo storico romano
Tito Livio ci racconta che, fino alla fine del IV secolo a.C., questi boschi
costituivano un limite invalicabile a causa sia della impenetrabilità sia delle
leggende che lo volevano pieno di sortilegi e presenze inquietanti. Solo nel 310
a.C. il console Fabio Rulliano, dopo aver esplorato con molta cura la zona ed
aver rassicurato i legionari che le sinistre presenze erano solo leggende
popolari, abilmente alimentate dagli Etruschi, s’inoltrò attraverso il fitto
bosco.
Il lago di Vico, un tempo, era chiamato lacus
Ciminus, in un secondo momento assunse il nome odierno dal Castrum Vici, il
castello dei prefetti di Vico, del quale oggi rimangono alcune tracce, neanche
troppo sicure, perse in mezzo alla vegetazione sulle rive
meridionali. Il livello del lago era molto più alto, circa venti metri,
rispetto a quello attuale ed il deflusso delle acque era assicurato da una
fenditura presso l’attuale zona residenziale del Poggio Cavaliere (comune di
Ronciglione). L’intervento, nel sedicesimo secolo, di Pierluigi Farnese, duca
di Castro e di Ronciglione, dotò il lago di un emissario artificiale, che
scaricava le acque nel Rio Vicano, lungo la cui valle di scorrimento sorsero, in
varie epoche, piccole industrie che sfruttavano la forza motrice dell’acqua.
Come tutti i luoghi dal passato illustre anche il lago di Vico ha la sua bella
leggenda: si racconta che Ercole, passando da queste parti e volendo mettere
alla prova la forza degli abitanti locali, conficcò la sua clava nel terreno e
sfidò i presenti ad estrarla: ovviamente nessuno ci riuscì ed il dio, fiero
della sua forza, la divelse con uno strattone e, dalla voragine, scaturì una
sorgente d’acqua che formò il lago! Percorrendo la strada Cassia Cimina in
direzione di Caprarola o di Ronciglione, la gemma color zaffiro del lago ci
appare incastonata tra le verdi pendici del monte Fogliano e del monte Venere;
sorge a 500 metri d’altitudine ed è profondo circa 60 metri. La famiglia dei
Vico, cui il lago deve il nome moderno, ebbe una storia complessa nel corso del
X e XI secolo; dopo la conferma del titolo di Prefetti da parte della casa di
Sassonia, i Vico ampliarono i loro domini, fino a scontrarsi con le potenti
famiglie degli Anguillara, degli Orsini e dei Farnese. La caduta della famiglia
avvenne nel corso del XV secolo, quando si trovarono a contesa Giacomo di Vico,
il papa Eugenio IV (Gabriele Condulmer, Venezia 1383 - Roma 1447) ed il
cardinale Giovanni Vitelleschi. Quest’ultimo, con l’aiuto d’Everso d’Anguillara,
sconfisse il Vico e lo fece decapitare sulla piazza di Soriano nell’agosto del
1435.
Percorrendo la strada ombrosa che sale sulle pendici del monte Fogliano,
non può mancare una sosta alle rovine dell’eremo di S. Girolamo, fondato
verso il XVI secolo: in questo periodo un gentiluomo senese, Girolamo Gabrielli,
abbandonò famiglia e possessi ritirandosi a vita eremitica negli impenetrabili
boschi del monte. Poco durò la sua pace: nel 1527 i lanzichenecchi di Carlo V,
inviati contro il papa Clemente VII (Giulio de’ Medici, Firenze 1478 – Roma
1534) assalirono l’eremita, costringendolo alla fuga. Solo alcuni anni più
tardi un concittadino di S. Girolamo, fra’ Marcantonio, fece ricostruire
l’eremo, che le fonti attestano esistente ancora nel 1628.
Sempre sulle pendici del monte Fogliano si può visitare il convento di “S.
Angelo al monte Fogliano”, fondato dai monaci benedettini, che nel 1200
ottennero dal papa Onorio III (al secolo Cencio Savelli) di passare alla regola
cistercense. Il convento fu abbandonato nel XIV secolo, poi fu restaurato e,
odiernamente, è tenuto dai padri Passionisti. Nel pronao si scorge una lapide
menzionante il grande tenore Beniamino Gigli, che era solito trascorrere qui
lunghi periodi di riposo.
Presso la vetta del monte Cimino, il bosco della “Faggeta” è meta
d’escursioni e passeggiate a piedi; oltre al “castello”, un agglomerato di
massi vulcanici ricoperti di muschio, si può ammirare il “Sasso menicante”:
si tratta di un masso enorme, eruttato dal vulcano Cimino. Questo sassolino
lungo otto metri, largo sette, spesso tre ed il cui peso è stimato intorno alle
500 tonnellate, andò a cadere su un altro sasso seminterrato, ed è possibile
scuoterlo e vederlo oscillare, facendo leva con un bastone di legno inserito
alla sua base. Era conosciuto fin dai tempi più antichi: Plinio il Vecchio lo
chiamò naturae miraculum, Varrone totius
mundi portentum, Gallo lo definì
terrestre navigium.
La Palanzana è il monte dei viterbesi, dato che, con i suoi 800 metri
d’altezza domina la pianura su cui sorge il capoluogo, e dalle cui falde
sgorga un’acqua freschissima, nota come “acqua della Palanzana”. Anche qui
numerose sono le memorie storiche: la Massa
Palentiana, era, nel VI secolo possesso del re dei Goti Teodorico; una
colonna, appartenente al convento di “S. Maria in Palanzana”, ormai
distrutto attualmente è visibile sotto il leone in nenfro, nella torre del
Comune di Viterbo.
Anche i paesi che sorgono sulle pendici di questi monti meritano una sosta del
visitatore: percorrendo la Cassia bis o Cimina, incontriamo Ronciglione, posto a
405 metri sul livello del mare, ricco di storia e di documenti artistici. A soli
sei chilometri troviamo lo splendido palazzo Farnese nel paese di Caprarola, ove
si possono visitare anche la chiesa di S. Teresa e la chiesa della Madonna della
Consolazione. La strada Cassia Cimina ci conduce a Canepina, ombreggiata da
castagni secolari, e sovrastata dall’antico castello dei Vico passato poi agli
Anguillara. Sempre la Cassia ci conduce a Soriano, che sorge sulle pendici nord
– est del monte Cimino. Il duca Orso Orsini fece costruire il massiccio
castello, teatro di oscure e sanguinose vicende nei secoli seguenti. Circa un
secolo dopo l’esecuzione di Giacomo Di Vico, la roccaforte era diventata di
proprietà di Giovanni Carafa, nipote del papa Paolo IV, la cui moglie,
Violante, era celebre per la sua bellezza. Di lei s’innamorò il cognato, il
cardinale Carlo, che cercò di sedurla senza riuscirci. Smanioso di vendetta il
cardinale accusò la donna di essere l’amante del nobile gentiluomo Marcello
Capece. Il Carafa volle vendicare la presunta offesa e, catturato Capece ed i
suoi amici nel feudo di Gallese, li fece torturare per sapere la verità, poi
finì Marcello a pugnalate e strangolò la povera Violante. Alcuni anni più
tardi la crudeltà del marito che si credeva tradito fu punita dal nuovo
Pontefice: Pio IV de’ Medici fece decapitare il Carafa ed i suoi sgherri nel
cortile di Castel Sant’Angelo a Roma.
Scendendo lungo le pendici nord del monte, arriviamo a Bagnaia, la cui fama si
deve a quel capolavoro dell’arte rinascimentale che è Villa Lante. Il
complesso architettonico è composto da due palazzine, immerse nei giochi
d’acqua. La prima fu commissionata al Vignola, che stava lavorando al Palazzo
Farnese di Caprarola, da parte del cardinale Gambara, la seconda fu realizzata
più tardi, per volere del cardinale Montalto.
Seguendo la moderna superstrada “Ortana” in direzione di Roma si arriva a
Vetralla, paese ricco di storia e di battaglie, che videro contrapporsi le
grandi famiglie degli Orsini, degli Anguillara, dei Borgia e dei Medici. Qui è
anche conservato uno dei pochi documenti della famiglia De Vico: la tomba di un
certo Briobris, morto nel 1353, figlio naturale di un Giovanni De Vico.
I visitatori non rimarranno delusi neanche dalla gastronomia locale: nei paesi
c’è ancora la tradizione di confezionare i dolci casalinghi di origine
locale, come ad esempio i tozzetti e
gli amaretti, a base di nocciole. La carne suina, soprattutto porchetta
e prosciutti, ed i formaggi pecorini sono particolarmente gustosi; da non
perdere è il tipico fieno alla
canepinese: si tratta di pasta fatta in casa a base d’uovo, tirata in sfoglia
e tagliata in striscioline sottilissime.
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