La Sacra di San Michele
Piemonte spirituale: La Sacra di San Michele
Almalinda Giacummo
La Sacra di S. Michele, o abazia della Chiusa, domina la Val di Susa dall’alto del monte Pirchiriano. Fu costruita fra l’XI ed il XV secolo, struttura medievale con spettacolari opere romaniche e gotiche cisalpine su diversi blocchi e vari livelli attorno ad un’area aperta, fortificandola. A dominare il tutto si trova la chiesa (XII – XIII secolo) con la sua cappella originale; poi la foresteria ed il monastero, in origine del X secolo ma ampiamente restaurati nel XIX ad opera di Alfredo D’Andrade, cercando di restituire le parti andate perdute in seguito al terremoto del 1884 secondo le tecniche e con i materiali tipici del medioevo della zona, poi un’altra parte dello stesso monastero, con la torre della Bell’Alda; infine, più in basso, una cappella, probabilmente il primitivo sepolcreto dei monaci.
L’origine delle costruzioni doveva vedere la presenza di un oratorio dedicato a s. Michele fin da età longobarda anche se le prime notizie riguardano un luogo di eremitaggio (983 – 987) per la costruzione realizzata da s. Giovanni Vincenzo: effettivamente, quest’ultimo aveva cominciato a costruire un sacello dedicato a s. Michele sul colle Caprasio ma, ogni mattina, quando tornava a lavorarvi dopo il riposo notturno trovava tutto il lavoro del giorno precedente smontato. Finché, una notte, sognò degli angeli e delle colombe che portavano i materiali da costruzione sul Pirchiriano e lo stesso s. Michele che indicava quel colle. Comprese così che lì doveva essere costruito il sacello, restaurò quindi due cappelle precedenti e ve ne aggiunse una terza. La sera precedente la consacrazione un grande fuoco sarebbe stato visto sfolgorare sopra la chiesa ed il vescovo Amicone, chiamato a celebrarla, avrebbe già trovato eretto l’altare: da qui il nome del monte Pirchiriano, poiché in greco fuoco si dice πυρ, anche se alla fine deriva probabilmente solo dalla corruzione di Porcariano, o dei porci, rispetto al contiguo Caprasio, cioè delle capre. Ugo di Montboissier, signore di Cuxa nei Pirenei, detto lo Scucito per la sua munificienza, avrebbe poi finanziato diversi ingrandimenti.
Alcuni studiosi ipotizzano che vi fosse un avamposto militare di epoca romana per la presenza di alcune iscrizioni ed altri reperti, da localizzarsi dove oggi sorge il Sepolcro dei Monaci.
Quindi tre cappelle poi una sola dedicata a s. Giovanni, quindi prima monumentalizzazione nell’XI – XII secolo, con abazia governata dalla Regola di s. Benedetto, autonoma, con ricca biblioteca, una scuola di grammatica. Tra XI e XIII secolo venne ricostruita la chiesa, in forme più grandiose, tanto che un grande basamento andò a incorporare il cosiddetto scalone dei morti e costituì il piano di appoggio per il presbiterio e le tre absidi. Dopo un incendio, fu ristrutturata nel XIV secolo. Con il 1622 cadde in declino, soprattutto per l’istituzione dell’abate secolare commendatario, che godeva personalmente dei redditi dell’abazia, lasciando la stessa in estreme ristrettezze, e gli edifici vennero progressivamente abbandonati: sia Carlo Felice sia Carlo Alberto fecero di tutto per risollevarne le sorti e la affidarono prima ai Certosini quindi ai Rosminiani, che ancora oggi se ne occupano. Poi intervenne il già citato terremoto. Gli archi rampanti e la facciata della chiesa sono pertinenti a restauri eseguiti nel 1936.
Arrivando alla Sacra, questa colpisce per la sua maestosità, per quel suo sembrare arroccata lassù, quasi contro le leggi della fisica.
L’ascesa comincia dalla spianata dei sepolcri, dove sorgeva un cimitero di monaci, fra cui ne spicca uno, a pianta centrale lobata, databile XI – XII secolo che secondo alcuni è il rudere di una piccola chiesa a pianta centrale circondata da absidi e cui doveva appartenere in origine la porta dello Zodiaco; lungo la cordonata si arriva all’ospedale ed alla foresteria, con merlature estranee, frutto del restauro del ‘900. Si varca quindi la porta di Ferro, o dell’Asino, poiché qui si lasciavano le cavalcature, decorata da un affresco che doveva rappresentare s. Michele, e si entra in una torre, quindi diverse rampe di scale fino ad una sorta di belvedere da cui si apprezza la maestosità sì del panorama ma anche della sostruzione poderosa costituita da volte a botte ed a crociera non costolonate con poderosi contrafforti. L’aggetto dell’abside racchiude la porta con semicolonne, insieme alla loggia dei Viretti, ad archi su colonne. Quindi ancora scale, fino all’ingresso: dopo il portale si è nel basamento, con altissime pareti, nicchi e brani di roccia con volte su pilastri dai capitelli decorati. Quindi si percorre il citato scalone dei morti, il cui nome deriva da alcuni corpi mummificati qui conservati per molto tempo e fino a non molto tempo fa, un po’ come nel cimitero dei Cappuccini di Palermo, e lungo cui si trova il sarcofago del podestà torinese Antonio Borghesio. In cima, quindi, la Porta dello Zodiaco, con piedritti scolpiti, colonne binate su zoccoli e cornici aggettanti che reggono l’arco, datata dai più al 1120. La decorazione è eterogenea: i capitelli sono decorati con le storie di Sansone e di Caino e Abele, oltre a fogliame, altre figurine umane ed altre animali; sul lato interno dei piedritti si trovano i segni zodiacali e le costellazioni, in una sorta di perfetta armonia dell’ordine divino, a formare una croce con i segni zodiacali, a cominciare dall’Aquario, da destra e le costellazioni, sia australi sia boreali, da sinistra, che intersecandosi creano questa croce fra l’eclittica zodiacale e quella zenitale. Sono poi presenti alcuni mostri, come un leone con testa di drago e gli occhi ben spalancati (forse l’immagine di Cristo vittorioso sulle seduzioni di Satana?), o una sorta di diavolo con un’intricatissima lingua, e l’iscrizione hoc opus intendat quisquis bonus exit et intrat (oppure quisquis bonus exsistit). L’opera è firmata da Nicolò (o Nicholaus), artista che lavorò anche a Ferrara, Piacenza e Verona. Sono poi visibili due donne che allattano quattro serpenti le cui code sono teste che mordono i piedi delle due donne, nell’eterno moto di generazione e corruzione, come i quattro elementi costitutivi della natura (Acqua, Fuoco, Terra, Aria) ed i due principi fondamentali della realtà manifestata (Luce e Tenebre – Cielo e Terra). Secondo alcuni il portale non è nel suo posto originale per alcuni errori riscontrabili nell’assemblamento, ad esempio: gli stipiti presentano le facce più rozze verso l’esterno. Finalmente all’aperto, si gode del panorama, quindi un’ultima scala, sotto i moderni contrafforti, per accedere al piano della chiesa il cui ingresso è posto sul lato destro ed avviene attraverso un ampio portale tardoromanico (1230) i cui battenti lignei sono invece del 1826, su commissione di Carlo Felice. Sono poi presenti archi trilobi su colonnine probabilmente pertinenti ad un precedente portico ed una lapide romana ridecorata parzialmente in età longobarda con simboli cristiani. Secondo alcuni, questo ingresso laterale sarebbe parte della chiesa “sistemata” da Gugliemo da Volpiano, mentre la chiesa attuale sarebbe incompleta perché priva di una facciata orientata correttamente, con un ingresso in facciata e non di lato!
L’interno della chiesa è a pianta basilicale, con tre piccole navate a pilastri polistili, capitelli decorati e volte a crociera ogivali. Poco resta della chiesa originale di XI secolo, come il coro vecchio, in cui si trova il trittico di Defendente Ferrari, oltre ad affreschi di XV – XVI secolo; diversi gli affreschi attribuiti a Secondo del Bosco, come la Sepoltura di Gesù, la Morte e l’Assunzione della Vergine ed altri resti di affreschi nell’abside di destra. Qui l’altare risulta rilavorato da un’ara pagana. Nel presbiterio quattro fasci di colonne sono sormontati dai simboli dei quattro Evangelisti e fiancheggiano due nicchie ed un finestrone la cui strombatura è ornata da altorilievi di età romanica, opera del Maestro del Pulpito di Castell’Arquato, nel piacentino, e vengono datati intorno al 1170 – 1180.
In giro per la chiesa si trovano 16 sarcofagi che contengono le spoglie di 24 principi Savoia qui trasportati e tumulati nel 1836 dalla Cattedrale di Torino. Dalla navata centrale si accede alla cripta, forse il nucleo più antico della chiesa composta dalle tre cappelle affiancate, ed il vano più a nord sarebbe il cenobio di età longobarda.
Il campanile è rimasto incompiuto ed è stato ridotto a sagrestia: con la cella a doppie trifore ogivale consente l’accesso al convento. Dal portale dei Monaci, invece, si accede a quello che è stato restaurato come un belvedere e che consente quindi di vedere le rovine del monastero benedettino e della torre della Bell’Alda.
Un’altra particolarità: il monte Pirchiriano è non solo la base ma anche la struttura dell’intero complesso abaziale e come tale “spunta” fisicamente all’interno della chiesa stessa, in una sorta di paragone con la Moschea della Roccia di Gerusalemme.
La Sacra ritorna anche nella letteratura: la valle dovette essere munita di mura già da parte dei longobardi e fu teatro nel 773 della loro rotta ad opera dei Franchi di Carlo Magno che li aggirarono passando per la valle del Sangone e cogliendo di sorpresa l’avversario, alle spalle, via Giaveno. Questo stesso episodio è raccontato nell’Adelchi di Alessandro Manzoni (1820 – 1822)
Molteplici le leggende che circolano sulla Sacra: il materiale per la costruzione sarebbe stato portato fin lassù dagli angeli e la notte molti sarebbero gli spiriti che vagano lungo le sue scalinate. Alla giovinetta Alda è invece intitolata una torre dalla quale si sarebbe gettata per sfuggire alle grinfie dei nemici francesi, forse durante l’assedio del 1630, riuscendo a salvarsi per intercessione divina. Però dovette inorgoglirsi troppo e decise di replicare il miracolo, salvo non contare il volere divino che, questa volta, non la salvò dal volo di quasi 600 m. Anche Gugliemo da Volpiano, riformatore e costruttore di monasteri, sarebbe stato protagonista di un miracolo salvandosi dalla caduta, contrariamente al suo cavallo, che non aveva potuto innalzare fervide preghiere dentro la chiesa…
L’ascesa dalla base fino alla chiesa sembra una sorta di rito di purificazione: si parte dalla luce, si passa attraverso una caverna, buia, meditativa, per poi tornare alla luce con la porta dello Zodiaco, poi di nuovo il buio, la chiesa con il finestrone dell’abside centrale che fa entrare un po’ di luce… E s. Michele è il Santo della Giustizia, della Verità, è altruista, ha il senso del prossimo, lotta per il Bene…












