|


Prima
pagina
Editoriale
Attualità
Cultura
Costume
Spettacolo
Personaggi
Turismo
Salute
Sport
Agenda
Oroscopo
Curiosità
Consulente
Giardinaggio
Cucina
Dentino
avvelenato
I
nostri link
E-mail
Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
| |

Turismo
SILLUSTANI
Antonia
Geninazza Bonomi e Giacummo Gerardo
Il
tempo che non è stato clemente ad Arequipa continua ad accompagnarci, il volo
con la compagnia interna Aviandina che ci porta a Juliaca è tranquillo,
naturalmente il vulcano Misti ha continuato a giocare a nascondino con noi,
l’aereo sorvola a lungo l’altopiano, la Puna che le piogge abbondanti di
questi giorni hanno reso simile ad un acquitrino, intorno a Juliaca la terra
sembra una palude, l’acqua piovana disegna infiniti laghetti dalle forme più
bizzarre che si possano immaginare. L’atterraggio a Juliaca è tranquillo,
rapido il passaggio sul pulmino che da Juliaca ci porterà a Puno sulle rive del
lago Titicaca. Il giorno è grigio, la strada, diritta in questa pianura senza
fine, segue la linea ferroviaria, ai lati della strada c’è una zona di largo
rispetto per la circolazione, poi ci sono le case che sembrano galleggiare sul
fango. Piove, ma in giro non si vede un ombrello, fa freddo per noi, ma molti
indigeni sono in maniche di camicia, continuano nelle loro occupazioni come se
niente fosse.
A metà strada verso Puno prendiamo una traversa a destra e ci inoltriamo per
una dozzina di chilometri verso una nuova meta: Sillustani. Questo nome deriva
da una voce aymara, “sillustahara”, che significa Unghie Larghe, ovvero
luogo dalla forma di unghia, mentre secondo un ricercatore boliviano Sillus
significa unghia e Llustani scivolare, in questo caso luogo dove scivola
l’unghia.
L’altezza è di 3.910 metri sul livello del mare, ha smesso di piovere e si
sta bene con la giacca a vento, la guida locale comincia a parlarci in un
italiano abbastanza comprensibile e a spiegarci la complessità di questa
necropoli. Si tratta, appunto, di una necropoli collocata su una penisoletta che
si protende nel lago Umayo, quasi come un’unghia nello specchio verdastro del
lago. Si ritiene che fosse questa la necropoli principale del regno Qolla, la
cui capitale era a poca distanza e si chiamava Hatuncolla, regno fiorito fra il
1.200 e l’epoca Inca. Le tombe sono di diverso tipo: chulpas, tombe
semisotterranee e sotterranee. Le più importanti sono quelle del primo tipo, le
Chulpa, anche fra queste ci sono distinzioni: ve ne sono cilindriche, a cono
rovesciato, lavorate, rustiche.
Le Chulpa erano costruite secondo le esigenze e le possibilità del
committente, alcune hanno una sola camera funeraria a volta, in altre la camera
funeraria è coperta da lunghe e larghe pietre piane, altre ancora hanno nicchie
trapezoidali. Questi monumenti
furono costruiti con il solito sistema delle rampe che, una volta terminata
l’opera, venivano demolite. Nel caso di sepolture importanti si facevano
sacrifici umani e di animali come i camelidi. Il cadavere, dopo la
mummificazione era posto in una cesta, in posizione fetale, con gli oggetti
destinati a seguirlo nell’oltretomba.
Il materiale usato è un tipo di tracoandesite reperibile a distanza relativa, i
blocchi erano lavorati con attrezzi di oligisto, un tipo di pietra ferruginosa.

La torre funeraria Chulpa ha un accesso alla camera mortuaria molto piccolo e
alla base del monumento, il corpo della torre contiene la cavità interna della
camera, al disopra della volta della camera c’era la cornice di coronamento e
al di sopra di questa la copertura a mo’ di cupola, il tutto forma un blocco
massiccio.
La nostra visita è quasi una corsa malgrado l’altezza, un vento gelido ci
accompagna durante tutto il tempo, circa due ore, ad un certo momento riprende a
piovere, ma non verticalmente come in linea di massima siamo abituati a vedere,
no, la pioggia viaggiava in orizzontale per la forza del vento e ogni goccia
gelida trasformava la pelle in un puntaspilli. Avevamo dimenticato di trovarci a
4.000 metri circa, ci ha pensato il tempo a ricordarcelo.
Continuando la nostra visita giungiamo al settore delle gallerie. Luogo
importante per la cosmologia andina che era una cosmologia ripartita nei tre
elementi: acqua, terra, fuoco. Questo luogo sacro era dedicato agli dei
dell’universo (Pacha), il primo, Hanan Pacha, il mondo di sopra che comprende
il sole, la luna, le stelle, l’arco iris
(arcobaleno), le costellazioni e tutto ciò che c’è in cielo. Il secondo, Kay
Pacha, governato dal primo, è lo spazio medio, dove ci sono gli esseri umani,
gli animali, le piante, ma anche Pahmama e Pachtata, le Huacas, gli spiriti
protettori delle piante, dei prodotti dell’agricoltura ecc.
Il terzo, Uku Pacha, è lo spazio inferiore o infernale, luogo dei morti e dei
demoni, secondo la cosmologia fra il mondo inferiore e lo spazio medio ci sono
vie di comunicazione come le caverne, i crateri, laghi e lagune. Questi sono
punti di contatto chiamati Pakarinas, che significa sorgente, da dove viene la
vita che nelle sue forme complete regna nel secondo mondo, quello chiamato Kay
Pacha.
Questa divagazione sulla cosmologia serve per una spiegazione dei corridoi
sotterranei che qui ci sono,
lunghi 6-7 metri, inizialmente interpretati come collegamenti con il
mondo sotterraneo e che molto più prosaicamente funzionavano da depositi di
offerte per i riti propiziatori. Domina il tutto un poderoso monolito chiamato
Huaca, protettore della comunità.
Un po’ più in su siamo all’Intiwatana, termine quechua che significa
attracco del sole, le strutture sono due affiancate, circolari, la più
imponente ha un diametro di 13,38 m. con la porta orientata a nord la cui soglia
è formata da tre enormi pietre.
Una delle più imponenti tombe è la torre funeraria El Lagarto, alta 12 m con
un diametro di m 7,50, lavorata finemente nelle
sue 12 file di pietre, con una cornice di 85 cm di colore più scuro, su una
delle pietre è scolpita la lucertola che dà il nome al monumento.
Una strana vasca quadrata, scolpita in pietra con un foro di scarico, è a poca
distanza. Secondo gli archeologi, il suo posto originario doveva essere nell’Intiwatana,
a cosa poteva servire? Si possono solo fare ipotesi: raccogliere il sangue delle
vittime sacrificali, o per contenere la chicha cerimoniale.
Una delle tombe più recenti è la torre funeraria quadrata, iniziata alla fine
dell’epoca Inca, con
pietre lavorate perfettamente e accostate senza alcun bisogno di legante, è una
tomba mai finita, vicino ci sono i blocchi necessari alla sua continuazione.
Altra tomba è la torre funeraria detta dei 12 angoli, vediamo il perché.
L’ingresso nella tomba misura 55 cm per 45 cm di altezza ed è ricavato da un
unico blocco di pietra che ha, così, dodici angoli, è una tomba alta 5 m del
diametro 4,60 m.
Il tempo estremamente inclemente ci costringe ad abbreviare la visita e dare
subito un’occhiata al piccolo museo della necropoli. Nelle vetrine
vediamo quelle che sono le mummie conservate nelle tombe, e ci spieghiamo il
perché degli ingressi alle stesse così piccoli. I corpi, dopo essere stati
trattati con la mummificazione, erano raccolti in posizione fetale molto stretta
e racchiusi in un tessuto: data la scarsità di ingombro, potevano facilmente
passare attraverso le ridotte aperture. 
Nelle vetrine del museo sono raccolti esemplari ceramici delle varie culture che
si sono avvicendate nella zona, da quella di Tiwanaku alla cultura Qolla ed
infine alla ceramica Inca. Un’altra vetrina offre un campionario della
metallurgia con oggetti in rame, argento e oro, ogni vetrina offre alla vista
del visitatore oggetti particolari ritrovati in questo complesso archeologico,
dai proiettili usati per le fionde, alle mazze da combattimento, dalla ceramica
comune da cucina ad un’esemplare di lancia, da crani deformati
intenzionalmente alla mummia di un bambino e di un cuy, la cavia o porcellino
d’india.
Senza dubbio l’indagine archeologica in questo sito ha dato i suoi frutti ed
anche se in questo museo è stato lasciato solo qualche esemplare minore, è
sufficiente per avere un’idea di quanto è stato reperito nella zona.
Sulla via del ritorno verso la strada Juliaca-Puno, ci fermiamo un momento: a
poca distanza da un gruppo di case di Hatuncolla, c’è festa, la gente è
fuori, in uno spiazzo al lato della strada si balla anche se pioviggina e devo
dire che il ballo è molto vivace, la musica a base di flauti e tamburi invita a
muovere i piedi. La gente è vestita con colori vivacissimi, le donne con la
loro caratteristica bombetta sul capo ed il colore della pelle quasi viola,
bruciata dal sole e dal gelo. Già, è carnevale, tutti ballano tenendo annodato
al polso un cordino colorato alla fine del quale ci sono cinque ponpon
multicolori che fanno roteare seguendo il ritmo della musica.
|