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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
TERRACINA:
una piccola Roma prossima alla caduta
Almalinda
Giacummo
Secondo
alcuni l’antica Tarkina fu fondata
dagli Etruschi, secondo altri da Spartani insofferenti alle riforme di Licurgo:
quello che è certo è che fu conquistata dai Volsci, che la chiamarono Anxur. Conquistata dai Romani nel 406 a.C., fu persa nel 402 e
recuperata nel 400. Assunse il nome di Tarracina
nel 329 a.C. quando gli stessi romani vi dedussero una colonia. In seguito, pur
nell’agiatezza dovuta alle sue produzioni, quale il vino, dovette subire danni
da parte dei seguaci di Vitellio nel 69 d.C. La sistemazione del porto e della
via Appia, ad opera dell’imperatore Traiano diedero nuovo impulso alla città,
che divenne il secondo porto del Tirreno dopo Ostia. Devastata in epoca
barbarica, fu fortificata dai pontefici nell’alto medio evo come presidio
laziale contro le incursioni saracene.
Nonostante una grande autonomia, rimase nello Stato della Chiesa fino alla
nascita dello Stato italiano. La sua diocesi, fondata nel IV secolo, fu unita
nel 1217 a quella di Sezze e Priverno. Nel 1443 Eugenio IV vi firmava una pace
con la quale riconosceva la successione di Alfonso V il Magnanimo sul trono di
Napoli, mentre quest’ultimo si impegnava a lottare contro gli Ottomani. Nel
1799 i Francesi, che avevano annesso la città al dipartimento del Circeo,
repressero un’insurrezione dei suoi abitanti. Nel 1818 Santa Sede e Regno
delle Due Sicilie firmarono un concordato per regolamentare i rapporti tra i due
stati.
Il centro di origine volsca doveva occupare l’acropoli: in età sillana fu
costruita una cinta muraria sopra la preesistente fondazione ciclopica, anche se
su tutta l’area delle città le cinte murarie si sono susseguite fino al medio
evo. Alla stessa epoca va fatta risalire anche la costruzione delle possenti
arcate del cosiddetto tempio di Giove Anxur, sul monte Sant’Angelo. In età
imperiale la città si estese sulla costa: Traiano effettuò il taglio del
Pesco Montano, attraverso il quale deviò la via Appia, e sulle pareti del quale
restano le cifre incise sulla roccia da X a CXX, ma che in totale era alto 128
piedi (38 m); venne costituita la via Severiana, in diretto collegamento con
Ostia, e fu costituito un quartiere commerciale che ebbe come centro il foro
severiano (di cui restano scarne tracce). Il più importante centro civile della
città era comunque l’attuale piazza del Municipio, con i resti dell’antica
pavimentazione marmorea in lastre calcaree rettangolari: al centro è ancora
visibile l’iscrizione dedicatoria, originariamente in bronzo, «A Aemilius A f
stravi», Aulo Emilio, figlio di Aulo, pavimentò. Lungo il lato
nord-orientale era la via Appia, l’asse principale della città, seguita per
un tratto da una porticus post scaenam
del vicino teatro, che sfruttava le pendici della collina, mentre l’accesso
alla piazza avveniva attraverso un arco in parte conservato nel medievale
palazzo Venditti. Sulla stessa piazza affacciava il tempio, secondo alcuni
dedicato a Roma ed Augusto, su alto podio oggi sostituito dal Duomo. I lati nord
ed ovest sono
ancora visibili: si tratta di parte del podio in opera quadrata di grandi
blocchi con sopra un’ampia cornice modanata, poi i muri della cella rivestiti
da lastre in marmo a bugnato liscio, mentre nella parte inferiore presentano un
fregio a girali di età medio-augustea. Alla cella si addossano semicolonne a
base attica senza plinto, probabilmente con capitello corinzio: il tempio in sé
era di tipo tuscanico, tetrastilo, con tre file di colonne e triplice cella, a
imitazione del tempio di Giove Capitolino. Tutti questi elementi contribuiscono
a far attribuire a questo edificio il titolo di vero e proprio Capitolium
della città.
Nelle immediate adiacenze erano la basilica e l’arco quadrifronte, costruito
in opera quadrata e probabilmente coperto da una volta a crociera. Poco distante
il cosiddetto Capitolium: si tratta anche in questo caso di un tempio tuscanico,
tetrastilo con tre celle, a pianta quasi quadrata. Il podio, che spunta da uno
zoccolo, ha semplici modanature a gola rovescia, mentre le strutture sono in
opera reticolata bicolore: l’accesso avveniva attraverso un’ampia scalinata
frontale corrispondente all’intercolumnio centrale. L’edificio può essere
datato nei decenni centrali del I sec. a.C., forse in concomitanza con la
fondazione della colonia triumvirale, mentre è assai difficile stabilire a
quale divinità fosse effettivamente dedicato. Scendendo poi lungo via
dell’Annunziata, si arriva all’altezza di due leoni funerari: salendo a
sinistra c’è il parco della Rimembranza,
aperto il giovedì e la domenica o su prenotazione, con i resti di quello che
viene normalmente identificato con il tempio di Minerva. Si tratta di un grande
muro di sostruzione in opera quasi quadrata lungo circa 25 m ed alto al massimo
7, con al di sopra resti di strutture in opera incerta. Al di sotto
dell’ospedale civico, ex convento di S. Francesco, doveva trovarsi il vero
tempio dedicato a Iuppiter Anxur, al
centro dell’effettiva acropoli della città antica.
Il tempio cosiddetto di Giove Anxur era, in realtà, probabilmente dedicato a
Feronia: poggiava in parte su poderose sostruzioni ad arcate che ancora oggi
dominano il paesaggio. A sud sono 12 ambienti voltati comunicanti fra loro,
aperti in facciata con archi: dietro questi ultimi è un lungo corridoio, largo
3,56 m e coperto con volta a botte realizzata in opera cementizia;
verso est le sostruzioni sono cieche. Il tempio vero
e proprio era sulla terrazza, diversamente orientato confronto a quest’ultima:
era uno pseudoperiptero corinzio, con sei colonne sulla fronte, tre sui lati ed
una serie di semicolonne lungo le pareti della cella. Il podio era modanato
mentre l’alzato era in opera incerta molto ben curata con restauri in
reticolato; la base per la statua di culto venne rifatta in epoca triumvirale in
mattoni, il pavimento invece era in mosaico bianco con fascia nera. Verso est è
un piccolo recinto con all’interno un piccolo monumento costituito in gran
parte da uno spunzone di roccia in una struttura in blocchi di pietra e
cementizio, vicino era un’edicola con colonnine ioniche: per alcuni elementi
rinvenuti, il tempietto doveva essere dedicato a Venus
Obsequens, qui introdotta dopo la fondazione del medesimo tempio a Roma (295
a.C.). Subito alle spalle del tempio era un portico con pareti affrescate ed un
altro piccolo sacello. Nella stessa area sono ancora ben visibili i resti delle
mura costruite probabilmente in età tardorepubblicana, forse per proteggere la
via Appia dall’ascesa di Silla, con pareti alte fino a 5 m e spesse 1,80. Il
santuario è quindi composto da tre gruppi di edifici: quello sulla terrazza più
alta trasformato in campo trincerato, con un piccolo sacello non ancora
attribuito, la zona del cosiddetto Piccolo Tempio, con una terrazza sostruita la
cui parte centrale fu occupata dal monastero di S. Michele Arcangelo. Restano
tracce di una decorazione in primo stile con pannelli a rilievo dipinti in
giallo e rosso, listelli rossi, azzurri e verdi: l’edificio risulta quindi
databile alla seconda metà del II sec. a.C. E poi la terrazza con il tempio di
Feronia. Da notare che, secondo alcuni autori antichi, Feronia era la moglie di
Iuppiter Anxur: in generale, era la divinità che sovrintendeva alla liberazione
degli schiavi, ed il suo culto fu introdotto a Terracina dai Volsci, poiché
comunemente sviluppato in tutte le popolazioni dell’Italia centrale.
Ma Terracina non è solo Roma: molti sono gli altri monumenti degni di nota. Uno
degli edifici più rappresentativi dell’architettura neoclassica laziale si
trova proprio qui: si tratta della chiesa del Santissimo Salvatore. Costruita
fra il 1830 ed il 1845 su progetto dell’architetto bolognese Antonio Sarti,
presenta una facciata con pronao a sei colonne ioniche con soprastante
architrave e timpano liscio. All’interno sono tre navate divise da altre
colonne ioniche a metà tra le concezioni neopalladiane e quelle neoclassiche:
all’incrocio fra il transetto con volta a botte cassettonata e la navata
centrale è la bassa calotta della cupola. Nella prima cappella della navata di
destra è una Pietà scolpita da Cincinnato Baruzzi su bozzetto in gesso del
Canova. Settecentesca è la spettacolare chiesa del Suffragio, con decorazioni
composte da scheletri. Il Duomo fu consacrato nel 1074, rimaneggiato nel XII e
completamente rifatto nel XVIII secolo: la facciata, preceduta da un’ampia
scalinata, ha un colonnato antico con capitelli ionici, mentre l’architrave
presenta un fregio a mosaico siculo-normanno di XII secolo; il campanile
romanico-gotico è di XIII con scodelle risistemate e in gran parte sostituite
in epoca recente. All’interno il pavimento dell’area presbiteriale è di
tipo cosmatesco, così come il cero pasquale tortile e l’ambone, sorretto da
quattro colonne poggianti su leoni in pietra. Tutta la città si presenta
comunque come un museo a cielo aperto: ovunque resti di case medievali, bifore
merlettate, archetti a ogiva.
Per arrivare a Terracina si percorre la SS. Pontina: nella zona sono sicuramente
da assaggiare il pane casereccio, i salumi, e i miliardi di formaggi, a partire
dalle mozzarelle, di bufala e normali, al pecorino ed alle caciotte, poi
carciofi, melanzane, pomodori, funghi, arance, mandarini, uva e castagne e
seconda della stagione, il miele e gli amaretti. Tipico di qui il vino Moscato,
poi il Cesanese, il Cecubo ed il Falerno, per finire con i liquori dei
monasteri. L’artigianato ha tappeti, terrecotte e ceramiche, ferro battuto,
rame sbalzato, legno tornito, vimini e rafia.
Però... a tutto c’è un però, Terracina compresa. La mia ultima visita,
inizio giugno, non è stata delle
migliori. La città è sporca, maltenuta, i monumenti sono parte integrante dei
terreni incolti, l’immondizia e le “abitazioni abusive” dei barboni fanno
un tutt’uno con il Pesco Montano, il Museo archeologico, molto carino e
curato, quasi scompare ed il suo ingresso è nascosto nei meandri di quello
dell’edificio comunale. Il Duomo è aperto perché una signora fa una specie
di volontariato, ha bisogno di restauri, inoltre non esistono pannelli
esplicativi ed indicazioni turistiche di alcun genere per alcun monumento. Il
tempio di Giove Anxur sembra una selva: il visitatore sprovveduto nulla
comprende e se per caso ha sete rischia lo “spenno” nell’unico bar
presente, sempre che prima non se lo mangino vivo i milioni di parenti dei
porcellini di S. Antonio (Onischi in italiano) che infestano il medesimo locale.
Un’impressione allucinante che mi ha ispirato un pensiero pessimistico: forse
fra poco non esisterà più nulla da andare a vedere a Terracina,
meglio approfittarne il più presto possibile.
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