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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
TITICACA
- PUNO
Antonia
Geninazza Bonomi e Giacummo Gerardo
Il
nostro pulmino, dopo il ritorno sulla strada per Puno, comincia ad arrancare, si
fa per dire, sulla salita che porta al passo sulle colline, piuttosto alte, che
cingono il lago Titicaca.
La distanza non è molta, in poco tempo siamo sullo spartiacque e attraverso una
bruma da… val Padana nei momenti peggiori, intravediamo il lago.
Risveglio mattutino: ieri sera siamo giunti in albergo, sull’isola di Esteves,
che era ormai buio e abbiamo potuto vedere poco o niente. Lo spettacolo al
mattino è diverso, una parete della nostra stanza è formata da una vetrata che
dà sul lago… è grandissimo, fin dove può arrivare l’occhio è un
susseguirsi di acqua e vegetazione palustre, qualche isola, in lontananza la
città di Puno.
Dopo colazione imbarco e partenza verso l’isola di Taquile. La giornata non
sembra promettere niente di buono, il cielo è coperto e minaccia ancora
pioggia, quello che si vede dalla barca ci distrae: dappertutto zone piene di
vegetazione, è la canna Totora che nasce e si riproduce in acqua. In lontananza
si vede Puno rimpicciolire e il lago dall’altro lato diventare sempre più
grande. Il tempo sta migliorando e le giacche a vento sono lasciate sulle
panche, il sole comincia a sentirsi, è caldo, piacevole, non dobbiamo
dimenticare che siamo a circa 4.000m sul livello del mare e che lo schermo di
protezione dai raggi solari è inferiore a quello cui siamo abituati.
Dopo una discreta navigazione ci avviciniamo alle isole, già da lontano appare
strano vedere delle capanne di paglia che galleggiano, man mano che ci si
avvicina si scopre che è un’enorme ammasso di vegetazione che galleggia e che
questo ammasso è legato ad un palo infisso nel fondo del lago.
Nel lago ci sono tre di queste isole artificiali. Sono costruite dagli indigeni
Uros seguendo il metodo tradizionale: ad un palo infisso nel fondo vengono
ancorati i primi fusti di Totora, la canna palustre tipica, a questi vengono
aggiunti altri fusti in quantità industriale, strati su strati che
periodicamente devono essere rinnovati, fino ad ottenere un vasto spazio libero
dall’acqua che emerge da essa circa 50 cm. Camminarci sopra è una sensazione
strana, è soffice, il passo è tranquillo, non ti viene nemmeno in mente che
potresti affondare. Infatti, non
c’è questa possibilità finché le canne vengono continuamente rinnovate.
Guardi gli Uros intenti alle loro occupazioni davanti
alle loro capanne di totora, galleggianti su un basamento di totora, con attorno
uno spazio liquido sconfinato e resti affascinato.
Le capanne danno le spalle al bordo dell’isola, per l’impermeabilizzazione,
sono coperte da una grandissima stuoia intrecciata fatta dello stesso materiale,
ogni capanna ha al suo fianco un palo con in cima un pannello solare. Il
mercatino usuale apre i battenti non appena la barca accenna ad accostare.
Davanti alle capanne viene sciorinata tutta la mercanzia, dagli oggetti prodotti
sul posto a quelli venuti da lontano, che con il lago Titicaca non hanno niente
a che vedere. Fotografiamo, contrattiamo i nostri acquisti, consideriamo i volti
degli Uros. Questa popolazione ha vissuto per secoli in queste condizioni, sin
da quando vi fu costretta, si dice, per punizione dai conquistadores che
credevano così di condannarli a morte, traendo dal lago il suo sostentamento.
Anche le barche che gli Uros utilizzano sono particolari, costituite da tre
grossi fasci di canne legati tra loro; quello centrale fa da chiglia e da prua,
in avanti la prua è rialzata e con le parti terminali dei fasci di canne viene
creata la forma di animale fantastico. Nella forma, ricorda la prua dei drakkar
vichinghi. Pur avendo un'aria fragile, questa imbarcazione è in realtà sicura
quanto a galleggiamento e stabilità, sulla sua superficie
si può stare seduti, inginocchiati, ma anche in piedi, le murate sono
bassissime, nemmeno 10 cm, il fondo è l’ammasso
di canne che la costituisce e che la regge a galla. Gli abitanti di queste
isole, che sono chiamate Galligiani, appartengono al gruppo etnico Aymara, hanno
le stesse caratteristiche fisiche degli abitanti della terra ferma, la stessa
pelle viola bruciata dal gelo e dal sole… a proposito, comincia proprio a
scottare.
Dopo aver constatato che le neonate locali vivono benissimo senza
pannolini raccoglipipì, ripartiamo alla volta della nostra meta, che è
l’isola di Taquile. Questa è una vera e propria isola con le sue brave rocce
al posto giusto e di una discreta ampiezza, infatti una volta discesi a terra è
una bella scarpinata per raggiungere il paese in cima all’isola. Lungo la
strada incontriamo parecchi indios vestiti a festa, vanno al raduno per la
fiesta del carnevale, a frotte risalgono i pendii, camminano rapidi, suonano
pifferi e battono su tamburi, nella sacca l’immancabile bottiglia di chicha,
anzi parecchi di essi sono già a buon punto di cottura, naturalmente il liquido
per cuocerli è sempre la chicha.
L’isola è completamente coltivata. Ogni angolo di terreno è sfruttato, la
vegetazione è rigogliosa, l’acqua per la coltivazione abbondante, il sole
caldo favorisce la crescita di innumerevoli piante.
Lungo la stradina che ci porta in paese ci fermiamo al nostro posto di ristoro,
una casa in campagna, discretamente pulita e dignitosa, ci viene apparecchiata
la tavola e servito un piatto tipico del luogo, una minestra di quinua… e qui
si potrebbe aprire un lungo discorso. Mi limito a dire che la quinua, nel
piatto, compare come una virgoletta bianca, simile ad una pastina in brodo, ed
è molto gradevole al palato. Si ricava da una pianta i cui colori vanno dal
verde al rosso, passando per il porpora in tutte le sue gamme. E’ un cereale
molto nutriente che può sostituire la carne, il pesce, le uova, i suoi semi
contengono un albume farinoso, con la sua farina si può fare un tipo di pane,
dai suoi semi si distilla anche la chicha. Questa pianta ha moltissime proprietà,
dalle sue fibre si può ricavare carta, e alimento concentrato per gli animali,
è una pianta ad alto contenuto proteico, vitaminico e minerale, contiene anche
una serie di oli che ne fanno una buona fonte di calorie.
Riprendiamo
la nostra marcia in salita verso il villaggio e, finalmente, ad una svolta
eccolo apparire. Non ci aspettavamo grandiosità ed infatti non ce ne sono, ma
quello che colpisce è la spaziosità della piazza principale. Così come in
tutti i centri peruviani, la piazza era il luogo per radunare l’intera comunità,
e questa piazza ben pavimentata, con un belvedere mozzafiato e il palo
distanziometrico da tutti i principali luoghi del mondo (Roma 10.562 km), è per
noi quasi il simbolo della peruvianità. Su
questa stessa piazza ci sono le cose principali del villaggio, a cominciare
dall’ingresso costituito da un arco sormontato da una croce, dalla chiesa con
il suo tozzo campanile, la casa del sindaco, una cafetéria e un capannone per
l’esposizione degli eleganti prodotti artigianali dai colori naturali,
fabbricati con le lane degli animali andini, dalle fibre d’alpaca a quelle
della ormai rara vicuna. Il cammino di ritorno alla barca non è lo stesso
dell’andata, ci chiediamo perché e presto lo scopriamo. A lesto passo, i
ritardatari ci sono sempre, attraversiamo l’intera isola, seguendo sentieri più
o meno agevoli, incontrando numerose baracche che inalberano l’insegna da
ristorante e giungiamo a quello che dovrebbe essere l’approdo riparato
dell’isola… è circa 500 metri più in basso rispetto a dove ci troviamo
noi, la discesa è una scalinata di blocchi di roccia, irregolare e tortuosa, un
passo non è mai uguale ad un altro così come i dislivelli fra un gradino e
l’altro, discenderla è faticoso e anche un po’ pericoloso, se si prende
l’abbrivio non ci si ferma più. Già, l’accompagnatore Ricardo Moscoso
nella salita al villaggio era sempre alla retroguardia con in spalla una bombola
di ossigeno con maschera, se avessimo dovuto fare questa specie di scalinata in
salita e con il caldo che c’è, sarebbe bastata una sola bombola? Si, ora fa
proprio caldo, sono gli scherzi dell’altitudine e del grandioso specchio
d’acqua del lago Titicaca, ce ne accorgeremo dolorosamente più tardi, al
rientro.
Una piccola spiaggia sassosa ci accoglie alla fine della discesa e una volta a
bordo salpiamo per il ritorno a Puno. Siamo stanchi, qualcuno riesce ad
appisolarsi poi, man mano passano i minuti il cielo comincia ad oscurarsi, il
sole gioca a nascondino e freddi refoli di vento
giungono dalla costa, le acque del lago non sono più calme come lo erano state
fino ad allora, c’è una sorta di onda lunga che fa ondeggiare la barca,
comincia così una sorta di caracolliìo sulle onde, inseguiti dal maltempo che
prova a manifestarsi in lontananza. Si sta bene al riparo delle vetrate e
qualcuno comincia a spalmarsi di crema. Sì, il sole a questa altezza lascia il
segno, il volto e tutto ciò che è stato esposto alla sua luce ha preso uno
splendido colore rosso come il viso e il décolleté dell'Antonia, personalmente
ho il viso quasi abbronzato e non sento alcun disturbo, qualcuno prova a
lamentarsi. All’attracco al pontile dell’isola di Esteves, dove c’è il
nostro albergo, ci accoglie una pioggerellina fitta e fredda, c’è poco da
correre, la strada da percorrere è in salita e ce la facciamo con calma. Non è
il caso di rovinare una giornata splendida correndo e facendosi venire magari un
attacco di soroche, oltre tutto nella hall c’è un buon mate di coca che ci
aspetta per tirarci su la pressione.
La vacanza sta per finire per la gran parte del gruppo, ma noi ne godremo un
altro scampolo. Al mattino, sempre all’alba, sembra una fatalità ma questi
viaggi non sono fatti per chi vuol fare le ore piccole e alzarsi tardi al
mattino, riprendiamo il pulmino per il ritorno all’aeroporto di Juliaca.
Prima, però, facciamo una puntatina nella città di Puno. Lungo la costa del
lago corrono i binari del ferrocarrill e la strada che noi stiamo percorrendo
verso la città è tutto un immenso mercato brulicante di gente, denso di merci
e animali. Non ci fermiamo, una volta scesi sarebbe difficile recuperare i più
indisciplinati o indifferenti dei partecipanti e l’aereo a Juliaca non
aspetta. Dopo aver percorso stradine tortuose e strette sbocchiamo sul fianco
della cattedrale di Puno, questa volta la piazza non è immensa, la cattedrale
dedicata alla Virgen de la Merced è costruita in pietra ben squadrata con la
facciata scolpita stretta fra due campanili non molto alti. L’interno è
semplice, quasi disadorno se non fosse per le numerose immagini di santi e
madonne che occhieggiano dalle loro nicchie o dai piedistalli che le sorreggono.
Sul sagrato c’è un piccolo tavolo su cui troneggia una macchina per scrivere
che oltre a ricordare tempi migliori, dovrebbe risalire ad almeno 70 anni orsono,
è l’ufficio di uno scrivano. Il tempo stringe, rimontiamo in auto e via verso
Juliaca, un ultimo sguardo al lago dal valico e poi… resta solo il nostro
silenzio. Sì, stiamo ripassando mentalmente le nostre emozioni, i nostri
ricordi, stiamo cercando di fissarli in maniera indelebile perché facciano
parte definitivamente della nostra vita.
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