Volterra e Populonia
Toscana etrusca, immensa: breve itinerario
Almalinda Giacummo
Aree etrusche di sicura fama sono senz’altro Volterra e Populonia. La prima, Volterra, presenta testimonianze villanoviane fin dal IX sec. a.C. con sepolture nelle necropoli della Badia, delle Ripaie e della Guerruccia, in stretta connessione con la contemporanea cultura di Felsina (Bologna).

Durante l’età orientalizzante, il rito funebre è ancora legato alle tradizioni villanoviane, ma sono comunque evidenti i contatti con le coeve manifestazioni artistiche e commerciali dell’Etruria Meridionale: il cinerario di Montescudaio reca sul coperchio una rappresentazione del defunto a banchetto, in una tomba della Badia sono stati rinvenuti unguentari etrusco-corinzi approdati in queste zone dal porto di Populonia. All’inizio del VI secolo si diffondono le tipiche tombe a tholos, tombe costruite con una copertura a volta di lastre di pietra aggettanti, sorrette da un pilastro centrale (esempi da Casale Marittimo, Casaglia, Bolgheri e Bibbona), con corredi confrontabili con quelli di Populonia, in età arcaica lo sbocco al mare dell’intero territorio. Testimonianza ulteriore è sicuramente il tesoretto di monete focesi e massaliote e la forte ondata di stile ionizzante rintracciabili a Volterra: esempio di quest’ultimo stile sono le stele iscritte con guerrieri, alcuni bronzetti e la Testa Lorenzini, in marmo. Intorno alla seconda metà del VI secolo nasce la città comunemente intesa, con la costruzione di una cinta di mura e di edifici stabili con tetto di tegole: si stendeva su un basamento di argille plioceniche dette biancane, Volterra dovette anche partecipare alla rifondazione di Felsina (cippi marmorei con testa di ariete), ed alla rifondazione di Marzabotto.

Ma il periodo di massimo sviluppo per Volterra è fra il IV ed il II secolo: il territorio comprende la costa dal fiume Fine a Bolgheri, le valli del Cecina e dell’Era, la valle dell’Elsa con Monteriggioni. Viene sviluppata un’intensa agricoltura, governata da piccoli insediamenti sparsi nelle campagne. La città viene fortificata maggiormente (forse già dalla fine del V secolo), comincia a battere moneta e dà inizio ad una forte produzione ceramica che in questo periodo verrà commerciata specialmente al nord, presso i Liguri, ad Adria, a Spina ed in Corsica. Importanti, per la conoscenza degli scambi e dell’arte di età ellenistica, sono sicuramente le urne cinerarie, che riflettono le diverse correnti (microasiatica, rodia, pergamene, classicistica) portate da maestranze ridistribuite da Roma. Ellenistiche sono anche le decorazioni del santuario dell’Acropoli, ristrutturato nella prima metà del II sec. a.C. Ma tutta l’ondata artistica si andrà esaurendo con la voglia di entrare a far parte integrante dello stato romano: già nel 298 Volterra entra nell’orbita politica di Roma, a causa della sconfitta delle truppe etrusco-sannitiche da parte di Scipione Barbato; nel 205 collabora alla seconda guerra punica, mentre nel 90 riceve la cittadinanza. Nelle guerre sillane è alleata di Mario: assediata da Silla per due anni, cede per fame, perde la cittadinanza e le vengono confiscate le terre. Grazie anche all’intervento di Cicerone, le furono in seguito restituiti i beni e le terre.
I monumenti maggiormente conservatisi della città etrusco-romana sono le porte di Diana e all’Arco (sic!), ed il teatro romano. La porta di Diana è detta anche il Portone: è composta da un torrione troncopiramidale su cui poggiano i massi dello stipite etrusco, mentre fra i due stipiti si trova l’arco medievale. La porta all’Arco si compone di entrambi gli stipiti etruschi e di un arco alto circa 6 metri, con inserite tre teste, erose ed irriconoscibili, alle imposte laterali e nella chiave, restaurata in età romana, presenta un rifacimento nella parte alta di età medievale. Le tre teste sono state interpretate come quelle delle divinità tutelari della città, dei Lares Viales, di Antigone con due tebani, delle teste dei nemici vinti. Il teatro è di età imperiale, costruito da A. Cecina Severo e dal figlio Sesto: gli scavi hanno portato alla luce numerose strutture dell’edificio, la scena, il parascenio, il muro di recinzione, dietro la scena sono un grande portico ed un edificio termale. Nel III secolo d. C. l’edificio fu abbandonato ed utilizzato come immondezzaio. Molte parti sono state rialzate ed il colpo d’occhio è sicuramente d’effetto.

Populonia è una delle città etrusche sicuramente più anomale per la posizione: a diretto contatto con il mare, contrariamente a quanto avveniva di solito. La posizione era ottimale sotto diversi punti di vista: l’arco collinare che cinge il golfo di Baratti è adatto per ogni tipo di coltura; la baia era ben protetta e facilmente accessibile; e poi i minerali. Quindi la sua ininterrotta prosperità è stata soprattutto data dallo sfruttamento delle risorse minerarie del campigliese e dell’isola d’Elba, obiettivo primario della frequentazione marittima: in alcune necropoli villanoviane del retroterra sono noti elementi della cultura nuragica, probabilmente mediati dal commercio fenicio. Nel IX secolo sono presenti tombe a camera con deposizioni multiple, mentre nell’VIII-VII i greci non sembrano modificare sostanzialmente il benessere del territorio: il commercio “ferroso” passa attraverso città etrusche e non greche. Di quest’epoca alcune grandi tombe a tumulo, quali quella dei Flabelli e quella dei Carri, con corredi dalla rigida ideologia gentilizia e guerriera: sono presenti armi, alari, spiedi, carri di ferro. Dalla fine del VII secolo l’influsso greco-orientale si fa sentire maggiormente con ceramiche etrusco-corinzie, corinzie, greco-orientali ed attiche: sono presenti in tumuli, tombe ad edicola, sarcofagi, a cassone e le produzioni artistiche locali l’assumono per la produzione di acroteri e di coronamenti a forma di palmetta per le stele in pietra. Alla metà del VI secolo è avvenuta l’urbanizzazione, una cinta muraria include i poggi del Mulino e del Castello, in sincronia con la gestione pubblica del minerale elbano. Presso il poggio della Porcareccia viene quindi costituito uno stabilimento industriale, usato fino al III sec. a.C., completo di abitazioni per le maestranze. Dal IV secolo vi sarà una coniazione regolare di monete, con il tipo tipico della testa di Gorgone. Anche le spedizioni siracusane nella zona, 453, non sembrano intaccare lo sviluppo e la potenza della città: addirittura nel IV secolo l’attività di trasformazione del minerale è così aumentata che le scorie ricoprono intere necropoli.

La città costruisce nuove mura turrite che la isolano dall’entroterra, mentre sull’isola d’Elba viene costruita una fortezza per la protezione delle miniere. Una seconda cinta racchiudeva il golfo di Baratti fino a S. Quirico passando per il poggio della Guardiola: da qui una diramazione seguiva il crinale fino a raggiungere la cinta interna. Nel III secolo fu probabilmente una città federata nell’orbita di Roma, poiché nel 205 fornì ferro per la spedizione di Scipione in Africa. Ferro che nel II secolo non è più lavorato sul posto, ma a Pozzuoli. Per quello che riguarda Populonia in età imperiale, la decadenza doveva ormai essere iniziata: Strabone vide la città in stato di abbandono. Alla fine dei conti, la lavorazione del ferro nell’area del golfo di Baratti ha portato ad un accumulo di scorie uniforme alto circa 7 metri: nella prima metà di questo secolo sono state riutilizzate per una più completa estrazione.












