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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Turismo

 

TRENTO CITTÀ DI CONCILIO, DUOMO E CASTELLO
Quelli di Trento, di S. Vigilio e del Buonconsiglio

Almalinda Giacummo

Sono testimoniati abitati risalenti all’età neolitica, ma Trento è di fondazione romana (Tridentum, 23 a.C.): in età augustea è il crocevia tra la via Claudia Augusta e la strada della valle dell’Adige, organizzata su un cardo ed un decumano, l’ansa dello stesso Adige verso nord e dal torrente Fersina verso sud. L’età imperiale vede una fiorente città, ricordata dall’imperatore Claudio come “splendidum municipium”, poi le invasioni barbariche e la rinascita con il cristianesimo di VI secolo, cui appartengono la basilica di S. Vigilio e la pieve di S. Maria, cardini della ricostruzione cittadina fino al milleduecento. Dal 569 e per i due secoli successivi fu sede di un ducato longobardo, mentre nel 952 la marca tridentina venne tolta a Berengario II da parte di Ottone I, quindi sotto l’influenza germanica, ritornando ad essere punto di incontro di vari assi commerciali. Nel 1027Castello del Buonconsiglio Corrado II il Salico vi ricostituì il Principato Vescovile. Successivamente la città fu compresa nella forte sfera di influenza dei complessi monastici che diedero grande impulso all’espansione della città: Federico Vanga fece risistemare la rete delle rogge, costruire le mura, gli edifici del potere  come il Duomo, il castelletto, il Palazzo Pretorio e la torre civica. E’ del 1240 il primo nucleo del Castello del Buonconsiglio. Il trecento vide le lotte fra Chiesa e borghesia, oltre alle usurpazioni dei conti del Tirolo, mentre il quattrocento segnò la rivolta del ceto borghese contro Giorgio di Liechtenstein, nonostante un buon rilancio dell’economia e la conferma della tutela imperiale dopo la sconfitta di Venezia. Ma il personaggio più noto della storia di Trento è Bernardo Cles (metà del 1500)Il Concilio che rimodernò una città già formata secondo i canoni della cultura del Rinascimento: a lui fece seguito la dinastia dei Madruzzo, sotto il cui episcopato si svolse il famoso Concilio (1545-1563) che sconvolse la città facendo, ad esempio, aumentare gli abitanti da 10.000 a 14.000 e dando il via alla costruzione di numerose ville suburbane. L’idea del Concilio fu promossa da papa Paolo III ma non fu subito attuata a causa dei dissidi per la scelta della sede ospitante: fu Carlo V a far pesare la scelta su Trento, forse per il buon governo esercitato dai vescovi principi della città fin dal 1027, dimostrando quindi i vantaggi del governo temporale del clero. Scopo del Concilio era di fermare la dilagante riforma luterana, stabilendo inoltre i dogmi della fede cattolica romana e riformando la Chiesa. Però, la conseguenza prima di questo Concilio fu la netta divisione in due dell’Europa.
Poi la guerra dei Trent’anni, la peste del 1630 ed una profonda crisi economica le fecero segnare il passo. All’arrivo dei francesi, nel 1796 scomparve il principato vescovile e dal 1815 fece parte della provincia tirolese assegnata all’Austria, quindi interventi di riqualificazione urbana come il taglio dell’ansa dell’Adige, la costruzione della ferrovia e la distruzione delle mura. Il moderno ‘800, la “redenzione” fascista e di nuovo l’irredentismo ottocentesco. In breve la storia di una città in cui ancora oggi il turismo è una scelta giovane, da sviluppare con buone possibilità.
Il centro storico è tutto nell’ambito della città romana con il perno sulle vie Belenzani e Manci, ma il centro è sicuramente piazza del Duomo, fuori dal quadrato della città romana, in una zona cimiteriale che ospitò le spoglie del terzo vescovo della diocesi, Vigilio (383-400 o 405 d.C.), e che con gli edifici civili disegna una serie di strutture a forma di L. La roggia grande, segnata a terra con una striscia bianca, indicava il confine tra il potere civile e quello religioso. È del 1769 la fontana del Nettuno, opera di Francesco Antonio Giongo. Fu Federico Vanga a dare ordine di costruire il Duomo romanico sulle precedenti basiliche ed è il fianco sinistro a costituire la facciata sulla piazza con le sue lesene, la galleria di arcatelle, la porta del Vescovo con protiro cinquecentesco e rilievo del Cristo Pantocratore in lunetta, la Ruota della Fortuna o rosone del transetto. La facciata, invece, si presenta più semplice, senza la torre di desta, mai realizzata, e quindi asimmetrica e rosone al di sopra dell’ingresso centrale; il lato destro presenta un portale con un protiro sorretto da un leone e da tre personaggi rannicchiati, identificati nella tradizione con i te figli del maestro Adamo. Sempre all’esterno l’abside è decorata con una serie di arcatelle con semicolonne e monofore strombate: l’abside di sinistra è inglobata nel castelletto vanghiano costruito sopra due cappelle più antiche e collegato con la torre di S. Romedio. L’interno è diviso in tre navate da alti pilastri, lungo i lati spiccato per originalità le scale a logge colonnate ricavate nello spessore delle pareti laterali: davanti al crocefisso di Sixtus Frey furono promulgati i decreti del Concilio, mente ai piedi della Madonna degli Annegati, ora conservata all’interno della chiesa mentre originariamente si trovava in una nicchia esterna del lato sinistro, avveniva il riconoscimento dei defunti ripescati dal fiume. Sotto il presbiterio si trova la cripta con i resti della basilica di VI secolo. Scavi archeologici condotti a partire dal 1964 hanno confermato la prassi comune nel mondo tardoromano di riutilizzare per la costruzione di basiliche martiriali le strutture precedenti: anche a Trento, infatti, le strutture del Duomo risultano incorporare i muri di una precedente struttura, forse a carattere pubblico viste le ampie dimensioni, fiancheggiata a sua volta da botteghe di artigiani e magazzini, pertinenti al periodo di massima espansione urbana per un totale di 15 metri di larghezza per circa 44 di lunghezza, nell’intento preciso di “cristianizzare”  le aree subito al di fuori della cinta muraria e di connotare correttamente le zone di sepoltura cristiana attraverso culti e pratiche confacenti.
Tornando sulla piazza si passa al Palazzo Pretorio da cui a nord svetta la Torre Civica, dell’XI secolo, eretta sulla romana Porta Veronensis. Il Palazzo era originariamente una sede vescovile che venne poi trasformata in palazzo giudiziario: oggi sono per lo più visibili dei restauri effettuati intorno al 1963 durante i quali si sono rimossi interventi sia del ‘500 sia di epoca barocca, ed all’interno è ospitato il Museo Diocesano. Il resto della piazza è occupato da alcune case di fondazione gotica, con fronti strette e porticate, fra cui spicca un portone rinascimentale, quello di Casa Crivelli, ed una affrescata di epoca preclesiana (metà del XV), casa Balduini, con elementi floreali di origine veneto-lombarda. All’angolo con via Belenzani, invece, l’opera di Bernardo Cles con due case di origine gotica, con archi ribassati, ristrutturate nel ‘400 e poi decorate pittoricamente con temi della Giustizia e della Fortuna, attribuiti a Battista Dossi, e della Virtù, del Tempo ed ancora della Fortuna. Quindi, come già detto, la strada principale, via Belenzani, posta dal Cles a collegare con via Manci il Duomo e il castello del Buonconsiglio: furono abbattuti i portici medievali ed i palazzi gotici vennero accorpati per far sorgere i nuovi palazzi nobiliari. Vi si affacciano palazzo Quetta, che unisce due edifici con una decorazione a finte architetture, grottesche e festoni, palazzo Thun, sede del Municipio, e palazzo Pona Geremia, con due quadrifore centrali ed affreschi raffiguranti scene dell’imperatore Massimiliano a Trento, scene di vita politica del principato e miti romani. Alla fine della strada si trova la chiesa di S. Francesco Saverio, del ‘700, forse su disegno di Andrea Pozzo con facciata a due ordini di lesene e finestrone che illumina l’interno ad aula. Girando a destra si entra in quello che costituiva il tracciato del decumano massimo di età romana, la zona del mercato in quella medievale, una via nobile con Cles, via Manci. Si nota palazzo Fugger Galasso, a bugnato liscio e lesene che incorniciano due ordini di finestre, atrio a colonne e pilastri e cortile centrale; simile e situato nelle vicinanze è palazzo Tabarelli, mentre il Cazuffi presenta una rovinata decorazione a tempera.
Il palazzo Fugger  Galasso è ancora oggi detto “del Diavolo” perché secondo la tradizione il Fugger era un banchiere e proprietario di miniere d’argento a Vipiteno: venuto a Trento si innamorò di una nobildonna, bella ma anche presuntuosa. Alle sue profferte d’amore rispose che lo avrebbe sposato solo se avesse costruito un palazzo degno di lei ma in una sola notte, poiché all’indomani doveva dare risposta ad altri pretendenti. L’innamorato si rivolse al Demonio che in cambio della sua anima gli fece firmare con il sangue un contratto cui però il Fugger aggiunse una piccola postilla. A mezzanotte le orde infernali iniziarono la costruzione ed all’alba il palazzo era finito: Fugger quindi informò il Diavolo della clausola da lui aggiunta, in base alla quale il Diavolo avrebbe dovuto recuperare tutti i chicchi che componevano un moggio di grano sparsi dal banchiere nello stesso palazzo. Al termine della cerca si contarono i chicchi: ne mancavano cinque che, opportunamente impeciati, erano rimasti attaccati alle unghie del signore degli Inferi. Si gridò al raggiro, ma il Fugger impugnò un crocefisso e fece sprofondare il Diavolo in una voragine.
Palazzo Salvadori, invece, presenta forme rinascimentali con medaglioni  che ricordano il martirio e la gloria di S. Simonino su una struttura più antica che fino al 1475 aveva ospitato la sinagoga: a quel tempo gli ebrei furono banditi dalla città dopo il processo per l’uccisione di Simone Underdorben. Incastrata fra ferrovia e  pullman si trova la chiesa di S. Lorenzo, fondata con il monastero scomparso nel 1146 dai benedettini “bonificatori” di terreni paludosi in netto antagonismo con il vescovado: la chiesetta romanica è piccola, semplice, con tre navate di colonne e pilastri e presbiterio rialzato. Scacciati da S. Lorenzo, i benedettini si trasferirono presso S. Apollinare, con facciata a capanna aperta da monofore, campanile con edicola e sarcofago alla base. Notevole il riutilizzo di elementi architettonici romani per la realizzazione delle lesene esterne.
Esattamente dalla parte opposta della città si trova Palazzo delle Albere (i pioppi in dialetto), una bella villa suburbana voluta da Cristoforo Madruzzo: la facciata presenta una doppia serliana in stile palladiano e torri angolari con fossato di chiara ispirazione militaresca; l’interno, invece, è sede del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.
Tornando verso il centro la Torre Vanga costituiva la fortificazione del limite occidentale delle mura del ‘200 e presidiava un ponte ormai scomparso sull’Adige: vicino si trova anche una costruzione, sempre del ‘200, con trifore e bifore. La vicina S. Maria Maggiore fu rifatta nelle forme attuali per ordine di Bernardo Cles dal Medaglia (1520) con imponenti portali, fregi negli architravi e gruppi scultorei sul coronamento; per il campanile fu riutilizzata una torre medievale, mentre l’interno ad aula ospitò alcune sedute conciliari; ritornando verso il duomo lungo via Cavour si intravede la torre della Tromba, rimasuglio di una residenza fortificata di XII secolo. All’esterno della cinta muraria antica si trovavano i borghi contraddistinti da case a schiera raramente inframmezzate da palazzi nobiliari. Presso quella che doveva essere un’area portuale e la Torre Verde, così chiamata per il colore degli embrici, si trovavano la Porta di S. Martino e l’edificio della Dogana, ora scomparsi ed al cui posto sorge un edificio scolastico, quindi il Castello del Buonconsiglio. Il suo nucleo più antico, il merlato Castelvecchio, fu edificato nel 1240 circa sulle rocce del Malconsey intorno alla precedente torre di Augusto, in un punto adatto al controllo delle vie principali sia verso la Germania sia della città stessa. Le prime grosse trasformazioni si devono a Giorgio di Liechtenstein (1400 circa) che rinnovò il palazzo vescovile e le mura, creò il giardino interno e la famosa Torre dell’Aquila, decorata all’interno da un famoso ciclo dei mesi realizzato dal pittore boemo Venceslao e raggiungibile da un panoramico camminamento realizzato nello spessore delle mura. Il ciclio dei Mesi rappresenta scene di vita medievale ambientate in Trentino: sembrano infatti potersi riconoscere la città, soprattutto nell’innevato mese di dicembre con la mole del mastio cilindrico ed il castello stesso, ed il castello di Stenico. Giovanni Hinderbach costruì il cortile con tre ordini di loggiato e la loggia gotico-veneziana. Bernardo Cles, invece, fece costruire il Magno Palazzo, a forma di L intorno al cortile dei leoni: modificando di volta in volta i progetti che gli venivano sottoposti, Cles rischiò la disorganicità ma la decorazione finì invece con il ricompattare il tutto. Francesco Alberti Poja nel 1688 realizzò la cosiddetta “giunta albertiana”, che unì Castelvecchio e Magno Palazzo. Con gli austriaci fu sede di una caserma e prigione nella prima guerra mondiale, quando nella Fossa dei Martiri furono impiccati, fra gli altri gli irredentisti italiani, Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa. Il Battisti era un trentino che studiò lettere a Firenze: qui comprese che la sua città si trovava in una situazione anacronistica, che era Italia e non Austria e che c’era bisogno di un’elevazione morale e materiale del popolo. Eletto deputato alla Camera di Vienna, sostenne le sue accuse alle istituzioni dell’impero asburgico, quindi sostenne l’intervento dell’Italia nel primo conflitto mondiale e si arruolò volontario nel corpo degli Alpini. Prigioniero sul Monte Corno, fu portato a Trento e processato.
Il Magno Palazzo ha 29 ambienti decorati, fra gli altri, da Dosso Dossi, Zaccaria Zacchi, Gerolamo Romanino e Marcello Fogolino, a dimostrazione di come la città ed il castello stesso fossero al centro di una vivace vita artistica.
Anche molte tradizioni hanno come sfondo il Castello. Si narra, ad esempio, che Bernardo Cles voleva far abbassare le arie ai minatori delle vene d’argento della città, nella zona dell’attuale Civezzano, invitò quindi i loro rappresentanti ad un banchetto nel Castello e fece servire per tutti cibi avvelenati. I minatori morirono, ma Cles, che pure aveva mangiato gli stessi cibi, no: pare avesse assunto un controveleno a base di marangolo, una sorta di arancio amaro. Ora, sarà pure una leggenda, ma l’albero del marangolo nel cortile del Buonconsiglio c’è davvero!
La città  è molto interessante, ben servita e ben spiegata: peccato che non proprio tutti i trentini siano accoglienti o, quanto meno, educati. Sto generalizzando? Probabilmente si, anzi sicuramente, ma non è stato piacevole entrare in due negozi di alimentari e sentirmi quasi colpevole di aver disturbato per un panino o un trancio di pizza. Oppure, a farmi guardare in cagnesco, è stato il mio accento non proprio locale? Che fatica si deve fare a volte per visitare da italiana la splendida Italia...