Schio
Terra di lavoro e di uomini
Almalinda Giacummo
Quello scledense è un territorio ricco di interessanti spunti turistici, ma partiamo con ordine. Innanzitutto il nome, che deriva da Ascledum, cioè luogo piantato ad ischi, una varietà di quercia; poi la geografia: si trova ai piedi delle piccole Dolomiti, circondata da un anfiteatro prealpino ricco di scorci panoramici estremamente suggestivi, con zone punteggiate di fonti limpide, lana e minerali, abbondanti boschi. Bello come panorama, ma la conformazione non sempre ha favorito la vita del territorio, rendendo difficile la coltivazione del suolo ed ostacolando i commerci.
Fin dalle epoche più antiche, con le tracce dell’uomo del Paleolitico superiore, scoperte a Bocca Lorenza lungo le pendici del monte Summano, le colline della zona favorirono lo stanziarsi di comunità neolitiche e paleovenete, mentre in epoca romana l’individuazione di un campo trincerato, di necropoli e di case nella zona di pianura decretano lo sviluppo di vie di comunicazione quale la “pista dei Veneti”, fino agli insediamenti longobardi della zona di Magrè. Fu un continuo sovrapporsi di culti e di usi, dalla dea Reiitia, protettrice della fertilità, celebrata dove sorgerà poi il Castello di Magrè, a Diana ed alle ninfe del culto romano, ai Santi del mondo cristiano, fino alla costituzione di un vero e proprio centro abitato, noto dall’anno Mille, quando un gruppo di monaci benedettini eresse sul monte Gorzone un monastero che, in seguito a varie trasformazioni, diventerà l’attuale Duomo dedicato a S. Pietro. Il monastero, insieme alla collina del castello, divennero il centro dell’abitato esteso sulla pianura a circondare le principali vie commerciali della zona che qui si incrociavano in un Corobbo (quadrivio): a dare un ulteriore impulso alla città fu lo scavo di una Roggia, un corso d’acqua artificiale, ad opera di Uberto III dei Maltraversi sia per irrigare le campagne sia per alimentare mulini ed opifici per metalli e lana con i suoi tredici salti e le diramazioni artificiali.
Un ulteriore momento di fama venne alla città quando una terribile alluvione devastò il vicino territorio di Pievebelvicino, costringendo l’arciprete a trasferirsi a Schio. Quindi le dominazioni feudali di Ezzelino da Romano, degli Scaligeri, dei Visconti ed infine di Giorgio dei Cavalli. Dal 1406 la dominazione veneziana ed il successivo atteggiamento filo imperiale durante la guerra di Cambrai, con conseguente distruzione del castello (1514), allorché ritornò Venezia al potere. Ad attirare molti interessi era soprattutto lo sfruttamento di miniere d’oro e d’argento, poi del caolino (che si usa per realizzare ceramiche e maioliche) e della pirite. Ma da XV secolo prese sempre più piede la lavorazione della lana, con tanto di incentivi e protezioni da parte del governo veneziano, fino all’invasione francese che, invece, creò ritardi nello sviluppo tecnologico dei lanifici: ad eccezione di due, il Garbin ed il Rossi. Durante il Risorgimento la ditta Rossi si sviluppò enormemente, facendo concorrenza sotto tutti gli aspetti alle grandi industrie europee, puntando anche sulla politica a sostegno dell’industrializzazione e della prevenzione dei conflitti sociali, modificando l’aspetto della stessa città con la creazione di strutture specifiche per gli operai e le loro famiglie, dagli asili alle scuole, agli alloggi, ai teatri, infine il decentramento industriale, con la creazioni di filiali in tutto il territorio, con il conseguente benessere generale. Poi le tragedie della prima guerra mondiale, la Strafexpedition che puntava su Schio per dilagare in pianura, la resistenza, la Strada delle Gallerie, poi il dopoguerra con il fascismo che appiana ogni divergenza politica, la liberazione il 29 aprile 1945, un nuovo periodo di trambusto politico e di strane morti nelle prigioni per un nuovo benessere che sarà palese negli anni ’60.
Ma cosa c’è da vedere a Schio? Dipende da cosa si cerca: molte opere risalgono alla fine dell’800, come la stazione ferroviaria o l’Omo, il monumento al tessitore voluto da Alessandro Rossi per onorare tutti i tessitori.
Il Duomo nell’aspetto attuale presenta la scenografica scalinata di Tommaso Meduna del 1837, il pronao di Carlo Barrera del 1820 ed un interno a tre navate frutto di diversi interventi: uno della metà del ‘700, costituito dalla navata centrale, ed uno della fine dell’800, pagato dal Rossi ed inventato dal Negrin; all’interno opere di Valentino Pupin e del Saitz, di Giovanni Busato, Alessandro Maganza.
L’ex ospedale Baratto, oggi sede della biblioteca civica, si trova nel luogo dove sorgeva inizialmente l’antico Corobbo: la facciata seicentesca ha una bella trifora e le tipiche finestre quadrilobate nel sottotetto; poi la chiesa ottocentesca della Sacra Famiglia, improntata sul Pantheon in rapporto di 1:3; la Casa dei Canarini con una pentafora al piano nobile, finestre ogivali e scala “a bòvolo” ruotante attorno ad un asse di pietra rossa, il cui nome deriva dalla divisa della Milizia di Pe’ di Monte, di colore giallo bordata di rosso.
Degli inizi del ‘900 il Teatro Civico, opera liberty del Chemello: scaloni in marmo di Chiampo, ringhiere in ferro battuto, stucchi e pitture. In sasso a vista e mattone sono invece realizzate le strutture del Lanificio Conte: un grande corpo a quattro piani presenta l’ossatura in ghisa, numerose finestre con cornice in laterizio e davanzali in pietra. Affianco alla fabbrica è la contemporanea casa padronale. Notevole l’organizzazione interna delle strutture, la tenace testimonianza delle prime tecnologie laniere, le gallerie create dai numerosi percorsi per gli alberi a motore azionati dai telai, il complesso sistema di chiuse. Una delle prime strutture realizzate dal Rossi “per i suoi operai” è l’Asilo d’infanzia: inizialmente presentava un corpo centrale porticato ad un solo piano e due ali a due piani che contenevano aule, il refettorio, la sala riunioni, la stanza da lavoro, le abitazioni per le maestre, le cucine, la lavanderia e quant’altro fosse necessario, poi fu alzata anche la parte centrale dove fu alloggiato un elegante salone ligneo con scala semiellittica e loggia superiore. Gli stabilimenti Rossi sono sicuramente la testimonianza di maggiore impatto: da via Pasubio si accede all’ingresso del Francesco Rossi 1817, un edificio in stile neoclassico vicentino con colonne tuscaniche a incorniciare l’ingresso e bugne a disegnare le finestre, che rimanda sempre e comunque alla lavorazione della lana ed al suo commercio, con pecore, navi, caducei ed elmi pertinenti a Mercurio, posti sia sulle finestre che in generale sulla fronte dell’edificio.
Di fronte si trova il Giardino Jacquard, progettato dal solito Negrin per l’Alessandro Rossi, la cui statua commemorativa si trova nello stesso giardino, rappresentato come un operaio: un giardino, questo, che si integra con le strutture produttive che lo circondano, quali lo stabilimento per la tessitura eretto laddove sorgeva nel settecento l’opificio di Niccolò Tron, colui che in pratica portò la tecnologia d’oltre Manica nel regno della Serenissima, la zona dei magazzini ed il Teatro Jacquard, che presenta sulla facciata medaglioni in terracotta con immagini di eminenti scledensi. Il collegamento con la collina dei Cappuccini e l’area del Castello è ottenuto dal Ninfeo e dalla serra realizzata in pietra, ferro, vetro e cemento. La Fabbrica Alta è proprio il simbolo della città industriale, in laterizio misto a pietra, con misure di 80×13 m, 5 piani e sottotetto, 330 finestre, 52 abbaini: uno spazio totale di 1000 mq per piano su cui trovavano posto gli attrezzi per la cardatura, la filatura, la spolitura, la ritorcitura, tessitura, rammendo. Su un lato corto la ciminiera a base quadrata. Poi le abitazioni operaie, che erano divise in quattro classi: la prima era riservata ai tecnici ed ai dirigenti e prevedeva case unifamiliari ed allineate sulla strada principale; la seconda era riservata agli impiegati, la terza e la quarta agli operai ed ai pensionati, posizionate lungo le strade di minore importanza e differenziate le une dalle altre da decorazioni ed altezze.
Simbolo della città è ancora oggi il Castello: della costruzione originale resta solamente la torre merlata e parte dell’adiacente chiesa di S. Maria della Neve. L’origine deve essere probabilmente datata all’età del ferro, anche se il primo vero e proprio castello dovette essere costruito dai Maltraversi nel Medioevo: come già ricordato, fu distrutto nel 1514 per non essere lasciato in mano ai Veneziani. La chiesa, invece, fu costruita alla fine del ‘300 per essere sconsacrata nel 1810, quindi sede di circoscrizioni militari francesi ed austriache, in seguito anche palestra. Uno fra gli scorci più suggestivi è quello rappresentato dalla chiesetta di S. Maria in Valle, situata fra due colli, costruita nel 1511 a causa di una pestilenza e poi ampliata a chiesa: è composta da un piccolo portico con archi ad ogiva e da un interno minuscolo, occupato per lo più da un altare dominato da un dipinto del 1814, il Transito della Madonna. La maggior particolarità sta nel fatto che da un punto imprecisato sotto la chiesa scaturisce una sorgente d’acqua. Per il resto l’importante è camminare, girare dietro ogni angolo per scoprire che anche la piazza “del Bao” non è poi così malvagia, nonostante questa specie di lombricone arlecchino che fa la sua comparsa da una parte a celebrare il baco che tanta fortuna ha dato alle industrie tessili della zona.












