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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Turismo

 

VETULONIA: STORIA DI UNA SCOPERTA TUTTA DA RIVIVERE
Un territorio di indubbia bellezza e poco conosciuto  

Almalinda Giacummo

Secondo alcuni Vetulonia è una delle più enigmatiche città etrusche: dovette essere sede di una delle lucumonie etrusche ed ebbe un’importante fioritura fra l’VIII ed il VI sec. a.C., per poi livellarsi, per la prima volta nella storia il nome di Vetulonia comparirebbe grazie a Tito Livio che la ricorda in aiuto dei Latini contro Tarquinio Prisco re di Roma, ma gli studiosi sono dubbiosi a causa soprattutto della distanza fra le due città.
Secondo Silio Italico, in età arcaica Roma avrebbe ereditato dalla nostra città la toga listata di porpora, la sedia curule in avorio, la tromba ed il fascio con la bipenne, che simboleggia l’unione del potere militare con quello giudiziario, un esempio del quale è stato rinvenuto nella tomba del Littore. Poi, nel XV secolo, l’abate Annio da Viterbo dromos della Pietrerasostenne che la città, di incerta ubicazione, doveva essere cercata nel viterbese. Fu il Falchi, medico originario di Montopoli Valdarno ed ispettore agli scavi ed ai monumenti della zona, che, sentendo i contadini parlare di armi, monete e collane che spuntavano dalla terra durante i lavori agricoli, si convinse che il territorio circostante l’abitato di Colonna di Buriano doveva nascondere i resti di un’importante città antica. E gli scavi subito avviati gli diedero ragione. Fu però solo nel 1894 che il mondo dell’archeologia ufficiale convalidò la corretta identificazione del Falchi e lo insignì del premio reale per l’archeologia. In dubbio viene messa anche la vocazione marinara per la distanza dal mare: ma  il lago Prile, che giungeva fin quasi a Vetulonia ed a Roselle, era navigabile fino al Rinascimento e conduceva direttamente al mare, laddove oggi si trova la palude di Castiglione, ed il porto poteva trovarsi in zona Casa Galera.
Fu un importante centro di produzione bronzistica, soprattutto per quel che riguarda incensieri, candelieri usati per appendere vasi di piccole dimensioni e tripodi a bacileinterno della Pietrera emisferico; di oreficerie, famose nel mondo per le tecnologie utilizzate, la filigrana, lo sbalzo ed il pulviscolo, minuscoli granelli d’oro saldati ad una lamina dello stesso materiale per dar vita ad immagini uniche al mondo. Poi la scultura di grandi dimensioni, i cui più famosi esempi sono le otto statue a grandezza naturale, quattro maschili e quattro femminili, rinvenute all’interno del tumulo della Pietrera, una tomba monumentale con un tamburo di circa 60 m di diametro e 210 di circonferenza, corridoio di accesso a cielo aperto lungo 22 m: all’interno un vestibolo lungo e stretto, con due camere laterali e camera centrale con copertura a tholos composta da blocchi di pietra regolari aggettanti impostata su pennacchi angolari, un pilastro centrale di sostegno, in cima era probabilmente collocato un cippo monumentale, come rinvenuto in altri esempi della zona. Curiosa la sua storia costruttiva: fu edificata una prima volta, distrutta e ricostruita nello stesso punto nel giro di appena cinquant’anni! La prima struttura può essere datata al 650-625 a.C. Le sue sculture sono considerate il primo esempio di scultura a tutto tondo in pietra dell’Etruria e d’Italia. L’aspetto attuale è dovuto ad una serie di restauri che hanno teso a ricostruirne l’aspetto originale con una spesa totale di 1 miliardo e 470 milioni delle vecchie lire. E’ cosa recente quindi la sua riapertura con annessa area attrezzata per la sosta. Sono poi visitabili nella stessa zona tomba del Diavolinoaltre tre tombe, quella del Belvedere, del Diavolino II e della Fibula d’Oro: la prima ha una camera quadrangolare ed un corto dromos di accesso; la tomba del Diavolino II ha anch’essa un lungo dromos con camera quadrangolare, pilastro centrale e soffitto a pseudocupola ed è databile alla seconda metà del VII secolo a.C., nonostante all’interno sia stato rinvenuto il corredo di un defunto databile alla prima metà del V secolo.
Vetulonia lavorava anche l’ambra, importata dal nord Europa allo stato grezzo, e le mani di esperti artigiani realizzavano opere di straordinaria fattura. Ma quando la scoperta dei bacini metalliferi aveva portato nuova fortuna alla città, improvvisamente questa sembra decadere, forse per contrasti con le città vicine. Comunque nel VI secolo quasi sparisce, viene rinominata in età repubblicana per sparire nuovamente in età imperiale.
La città antica sorgeva sulla collina dell’acropoli, vicino a quello che fu l’abitato di Colonna di Burano, poi rinominata Vetulonia nel 1887 dal re Umberto I: gli scavi hanno individuato una fortificazione di tipo italico con aggere, o terrapieno, sorretto da mura; verso nord-est si trova la zona necropolare esplorata da Isidoro Falchi, con tombe sia a pozzetto per incinerati, sia a camera per gli inumati, spesso comprese entro circoli detti “interrotti” di pietre conficcate nel terreno ad una distanza media le une dalle altre di circa 1 m. Poi i tumuli già citati e quelle a circolo continuo, a volte di circa 70 m di diametro, del VII secolo.
La visita può proseguire in paese, dove sono conservati i resti di due cinte murarie, una più antica che cingeva l’arx, in parte visibile nel bastione del castello medievale, ed una più bassa di IV-III secolo. Da via Garibaldi si giunge all’ingresso delle aree archeologiche di Costa del Lippi e di Costa Murata, con una strada lastricata, tratti di mura, ambienti di una domus di II-I secolo ed una probabile area sacra. Verso Poggiarello Renzetti, o zona “scavi città”, con i resti di un quartiere di abitazioni e botteghe, una cisterna ed una probabile area sacra.
Merita una sosta il Museo Civico  Archeologico Isidoro Falchi, intitolato allo scopritore di Vetulonia e delle sue necropoli: è sito in paese, nelle vecchie scuole su piazza Vetluna, antico nome etrusco della città. All’interno di sette sale si passa dalle fasi villanoviana ed orientalizzante dei reperti del Circolo dei Leoncini d’argento e delle statue della Pietrera alle fasi arcaica e classica con una città che sembra ripiegarsi su se stessa mentre il territorio vede una crescita notevole, terminando con i reperti del deposito votivo di Costa Murata. Poi le età ellenistica e romana con una diffusa attività edilizia che ne denota una nuova importanza, testimoniata dalla monetazione in argento e bronzo con la legenda VATL: sono quindi qui esposti i materiali provenienti da Poggiarello Renzetti. Da quest’ultima zona provengono i reperti di recente scavati ed attribuiti alla Domus di Medea, casa del II sec. a.C., con terrecotte architettoniche che narrano la vicenda degli Argonauti e di Medea. Fra il III ed il II sec. a.C. la monetazione romana soppianta definitivamente quella locale e sono quindi esposte monete dell’epoca, di cui una sola di Vetulonia, e corredi di tombe precedenti riutilizzate.
La grande fortuna di Vetulonia furono sicuramente la scoperta di bacini metalliferi, la maestria dei suoi artigiani ed il conseguente sviluppo del commercio, con materie prime preziose ed oggetti già lavorati che ivi affluivano da tutto il bacino del Mediterraneo ed oltre.
Da vedere, nonostante la zona delle necropoli monumentali e degli scavi della città lascino un po’ a desiderare quanto a pulizia, con sterpaglie ed immondizie varie, le indicazioni e le informazioni succinte; il museo è nuovo e con un allestimento gradevole riesce a proporre anche ad un pubblico non esperto materiali altrimenti di difficile comprensione. Ed il paesaggio del grossetano vale senza dubbio una passeggiata.